La faglia tedesca: il terremoto politico che può ridisegnare l’Europa


29 giugno 2026 – ore 15:00 – PremessaIl primo Segretario Generale della NATO, il britannico Lord Ismay, nel 1952, rispondendo alla domanda su quale fosse lo scopo della NATO, affermò testualmente: «Keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down». In altre parole, il messaggio era chiaro: bisognava assolutamente mantenere gli americani in Europa, evitando che decidessero di rientrare negli Stati Uniti, come fecero alla fine della Prima guerra mondiale; tenere i russi fuori e i tedeschi sotto controllo, evitando un pericoloso nuovo riarmo della Germania. Questa logica ha sostanzialmente contraddistinto la filosofia politico-militare del Patto Atlantico dal dopoguerra fino a pochi anni fa. Ora siamo in mezzo al guado: sappiamo ciò che è successo nel recente passato, viviamo un presente tumultuoso e non conosciamo ancora i contorni del futuro prossimo. Le classi politiche europee e statunitensi appaiono profondamente cambiate. La società occidentale, certamente, si è totalmente modificata rispetto agli anni Cinquanta: abbiamo assistito a rivoluzioni in tutti i settori della vita. Tuttavia, oggi le forze politiche non sembrano più in grado di esprimere una visione del futuro; appaiono estremamente incerte e sembrano mancare riferimenti ideologici, etici e valori fondamentali profondi e condivisi.

Le strutture dei partiti, nel tempo, si sono estremamente ridotte, in Italia anche sotto la spinta di scandali e della diffusa corruzione, divenendo troppo fragili e non più in grado di realizzare un’alta formazione e un’accurata selezione della classe dirigente.

Questa decadenza della politica ha allontanato parti considerevoli della società dalla partecipazione attiva, agevolando una diffusa mancanza di fiducia nelle classi dirigenti.

Al confronto dialettico e al riconoscimento dell’altro, seppure schierato su posizioni legittimamente diverse, si sono sostituiti, da una parte, il pensiero unico e, dall’altra, l’esplosione di estremismi, radicalismi e odio diffuso.

Il tutto ci sembra normale, fatto di comportamenti ormai abituali: ci stiamo assuefacendo al peggio, alla sistematica mediocrità.

In tale nebulosa dai contorni sfumati, da Bruxelles ci parlano di progetti faraonici di riarmo, dell’imminente minaccia russa, di un ipotetico smantellamento dell’architettura di sicurezza europea da parte americana, della necessità di mantenere il conflitto in Ucraina almeno fino al 2030, data nella quale, secondo Berlino, la Germania sarà in grado di costituire le Forze Armate più potenti d’Europa.

Forse qualcuno sottovaluta la portata di simili affermazioni. Ricordiamoci che la storia ci insegna come a ogni impetuoso riarmo segua quasi sempre l’esplosione di conflitti.

Oggi viaggeremo nuovamente in Germania, cercando di evidenziare alcune criticità politiche.

Una Germania in profonda difficoltà

Mentre l’annunciata e drammatica crisi del gruppo Volkswagen sta determinando un allarme generale in tutte le cancellerie europee, per le inevitabili ricadute, il cancelliere Friedrich Merz appare in estrema difficoltà e, da Danzica, inaspettatamente, lancia segnali diversi all’Europa, all’Ucraina e alla Russia.

Leggiamo insieme:

«Intervenendo alla Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina 2026 a Danzica, il cancelliere federale Friedrich Merz ha chiesto l’avvio di negoziati di pace. Ha affermato che l’Europa e l’Alleanza transatlantica sono disposte ad aumentare la pressione sull’economia russa in difficoltà.

“È giunto il momento di avviare negoziati, di congelare il fronte e di porre fine alle uccisioni”, ha dichiarato Merz, sottolineando l’”incrollabile impegno” della Germania a sostegno dell’Ucraina, che da oltre quattro anni subisce gli attacchi della Russia.

Merz ha parlato del “futuro dell’Ucraina come membro della famiglia europea” e ha esortato Kiev ad avviare riforme in vista dell’adesione all’UE. La Germania sta già sostenendo l’Ucraina in tal senso. Queste attività saranno ulteriormente intensificate con consultazioni, simposi congiunti e viaggi di studio.

Il ministro federale della Giustizia, Stefanie Hubig, è arrivata oggi a Kiev per discutere di queste attività con i rappresentanti del governo ucraino. Nell’ambito della sua visita, Stefanie Hubig parteciperà anche a una conferenza per celebrare il trentesimo anniversario della Costituzione ucraina».

https://www.deutschland.de/en/news/germany-news-today-foreign-policy

Un cambio di rotta? Un’abile mossa politica?

Non si parla più di un’Ucraina nella NATO; si parla, per la prima volta, di avviare seri negoziati, di congelare il fronte, di porre fine a un massacro. La narrazione di un’Ucraina vincente decade, scomparendo improvvisamente da notiziari e reportage.

Non conosciamo il significato profondo di queste improvvise dichiarazioni, ma constatiamo certamente la crescita esponenziale di AfD in tutti i Länder tedeschi e il contestuale timore che si avverte nei partiti della fragile coalizione di governo per una possibile vittoria elettorale di AfD nelle prossime consultazioni in Sassonia, previste per il prossimo mese di settembre.

In tale cornice, il timore di un’ulteriore crescita dei consensi di AfD è stato plasticamente confermato dai media tedeschi che, quasi unanimemente, stanno rilanciando quotidianamente il progetto della Società per i Diritti Civili (GFF), associazione che viene definita non governativa, fondata da un esponente del Partito dei Verdi e nata per fornire «la garanzia della tutela legale della Costituzione tedesca».

Secondo quanto riportato nel suo statuto, la GFF sarebbe composta da circa 4.900 soci sostenitori e da migliaia di finanziatori.

L’associazione ha presentato una valutazione legale nella quale si afferma che AfD sarebbe un partito «manifestamente incostituzionale», allo scopo di ottenerne la messa al bando.

Tuttavia, un simile divieto sarebbe possibile soltanto mediante la presentazione di una mozione alla Corte costituzionale federale e soltanto tre organi costituzionali hanno il potere di farlo: il Governo federale, il Bundestag o il Bundesrat.

Il dibattito in Germania appare decisamente acceso, anche considerando che qualsiasi tentativo di ostracizzare il partito di Alice Weidel rischierebbe di rivelarsi politicamente esplosivo, soprattutto perché AfD è attualmente il partito politico più popolare in Germania, con una quota di consenso che, secondo alcuni sondaggi, raggiunge il 29%.

Al momento non sembra esserci la volontà politica di imporre un divieto. L’ultima volta che il Bundestag ha affrontato la questione, nel gennaio 2025, solo 124 dei 733 membri si sono espressi a favore di una richiesta di divieto. L’Unione Cristiano Democratica (CDU), di orientamento conservatore, e molti membri del Partito Socialdemocratico (SPD), di centrosinistra, si sono opposti all’introduzione di un simile divieto.

https://freiheitsrechte.org/en/ueber-die-gff/werwirsind-2

https://www.dw.com/en/german-lawyers-ban-on-far-right-afd-likely-successful/a-77726537

“Politico” lancia duri strali inequivocabili

In tale contesto, e non certo casualmente, John Kampfner, noto scrittore, conduttore televisivo e commentatore britannico, ha recentemente affermato dalle pagine di Politico, il noto think tank statunitense schierato apertamente contro il movimento MAGA e contro Donald Trump, che «in vista delle elezioni regionali di settembre, la Germania è nel panico esistenziale».

Leggiamo di seguito alcuni stralci di questo lungo editoriale, poiché proviene da un autorevole organo di influenza americano, il cui contenuto potrebbe rappresentare un quadro di prossima criticità politica per l’intera Europa.

John Kampfner afferma testualmente:

«Mentre i partiti tradizionali tedeschi annaspano e la coalizione di governo inciampa da una riforma fallimentare all’altra, il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) si prepara a salire al potere. Ciò che un tempo sembrava relegato al solo ambito teorico rischia ora di diventare realtà: la formazione del primo governo regionale guidato dall’AfD dopo le elezioni nella regione orientale della Sassonia-Anhalt.

Finora i sondaggi d’opinione hanno costantemente mostrato un sostegno all’AfD pari o superiore al 40%. E, a prescindere dalle difficoltà che il partito deve affrontare, non ci sono segnali di un calo del suo appeal. È il nuovo partito “di Teflon“. Ciò significa che, a meno che partiti minori, come i Verdi, in difficoltà, o i quasi estinti Liberaldemocratici, non superino la soglia del 5%, l’AfD si assicurerà voti sufficienti per governare la Sassonia-Anhalt da sola.

Anche se ciò non dovesse accadere, anche se il partito dovesse inaspettatamente perdere parte del suo sostegno nei prossimi mesi, l’unico modo per impedirgli di entrare al governo sarebbe che tutti gli altri partiti mettessero insieme una coalizione ingestibile, che quasi certamente crollerebbe.

L’arrivo dell’AfD a un ruolo esecutivo avrebbe conseguenze di portata epocale. Innanzitutto cambierebbe radicalmente la vita in Sassonia-Anhalt, la piccola regione di poco più di due milioni di abitanti. Avrebbe ripercussioni sulla Camera alta del Parlamento, il Bundesrat, composto dai 16 Länder. Renderebbe estremamente difficile la condivisione di informazioni tra gli organi di coordinamento delle amministrazioni regionali. E si propagherebbe a catena anche nel Bundestag e nel governo del cancelliere Friedrich Merz.

In senso più ampio, cambierebbe per sempre la società tedesca. Rappresenterebbe un punto di svolta cruciale per i movimenti populisti di estrema destra in tutta Europa e darebbe nuovo slancio all’amministrazione Trump, che ha lavorato incessantemente per promuovere la causa dell’AfD.

Tuttavia, a parte le pressioni esercitate da Merz sulla sua Unione Cristiano Democratica e sui suoi partner di coalizione affinché attuino alcune riforme prima della pausa estiva del Parlamento il mese prossimo, ci sono pochi segnali che i politici o l’opinione pubblica tedesca siano preparati alla vera portata dello shock che li attende.

Tutto ciò non fa che alimentare le ambizioni di Ulrich Siegmund, il principale candidato dell’AfD e probabile primo presidente regionale della Sassonia-Anhalt. Ora che sono in corso i preparativi per la formazione della sua amministrazione, Siegmund insiste sul fatto di essere “impegnato a rispettare lo Stato di diritto” e che prenderà le sue decisioni basandosi esclusivamente sul merito, ma non è così.

Ex venditore, il trentacinquenne Siegmund era inizialmente membro della CDU prima di passare all’AfD una decina di anni fa. Ora è una delle stelle nascenti del partito: il suo account TikTok è tra i più popolari sui social media del Paese, conquistando molti giovani residenti in Sassonia-Anhalt, una regione con un alto tasso di disoccupazione.

Elegante e abile nel posare per le telecamere, Siegmund ha anche promesso agli elettori più anziani di riportare in auge la loro “vecchia, buona e sicura Germania“. E quando la sezione regionale del partito ha lanciato un programma di 150 pagine, ad aprile, non mancavano certo le ambizioni.

In esso, Siegmund promette di rimpatriare i rifugiati o di trasferirli in “case famiglia”, nonostante la Sassonia-Anhalt sia una delle regioni più etnicamente omogenee del Paese, con solo un cittadino su 13 di origine immigrata.

Il partito promette inoltre di tagliare i fondi alle emittenti pubbliche, di vietare tutti i simboli della cultura “woke“, comprese le bandiere dell’orgoglio gay nelle scuole, e chiede la promozione della cultura “patriottica“. In una spaventosa eco degli anni ’30, ha anche attaccato il movimento artistico Bauhaus, che ha forti radici in Sassonia-Anhalt.

Poi arriva il natalismo: attribuendo la colpa del basso tasso di natalità del Paese alle cosiddette “deviazioni sessuali e agli stili di vita non riproduttivi”, il partito promette generosi sgravi fiscali e asili nido gratuiti alle famiglie composte da “padre, madre e quanti più figli possibile”, nell’ambito della sua lotta contro “l’estinzione del popolo tedesco“.

Sebbene la politica estera sia di competenza del governo federale, Siegmund chiede anche la fine delle sanzioni contro la Russia. Desidera reintrodurre i corsi di lingua russa nelle scuole e permettere agli studenti russi di tornare in patria nell’ambito di programmi di scambio. Per quanto riguarda gli ucraini, vorrebbe che fossero classificati come migranti illegali anziché come rifugiati di guerra.

Se Siegmund arrivasse al potere, riuscirebbe a far approvare alcune di queste misure. E anche se alcune si bloccassero, per via giudiziaria o da parte del governo federale, ciò non farebbe altro che rafforzare l’immagine del partito, tra i suoi sempre più fedeli sostenitori, come vittima del “deep state“.

Interrogato lo scorso novembre da Politico sulla possibilità che l’Olocausto avesse rappresentato “il peggio dell’umanità”, Siegmund rispose: “Non mi permetto di giudicarlo perché non posso comprendere l’umanità nella sua interezza”.

A differenza di altri movimenti populisti di destra in Europa, come il Rassemblement National in Francia o Reform UK in Gran Bretagna, finora l’AfD non ha moderato i toni, nemmeno di fronte alla crescente ostilità nei confronti di Trump in tutto il continente dall’inizio della guerra in Iran.

Né la bellicosità di Putin sembra nuocere al partito. Anzi, persino i politici cristiano-democratici e socialdemocratici dell’ex blocco orientale auspicano relazioni più cordiali con Mosca.

E mentre molti tedeschi sono terrorizzati da ciò che la Sassonia-Anhalt potrebbe comportare, questa paura sembra manifestarsi in una vera e propria paralisi».

La dura risposta di Stephan Brandner, autorevole deputato di AfD, alla “Società per i Diritti Civili”

Stephan Brandner, vice portavoce federale, ha affermato che non è un caso che le richieste di messa al bando di AfD provengano da figure di spicco dell’SPD (Partito Socialdemocratico), che in Turingia si trova appena al di sopra della soglia del 5%.

«Il miscuglio di circa 3.000 pagine della sedicente “Società per i Diritti Civili“, di cui non avevo mai sentito parlare prima, puzza di dominio dell’IA. Si inserisce perfettamente nell’attivismo antidemocratico dei gruppi di sinistra e di estrema sinistra, volto a diffamare l’opposizione e il partito di gran lunga più grande nei sondaggi in Germania.

Anche qui, ancora una volta, si usa una patina pseudo-scientifica per infangare il buon lavoro dell’opposizione democratica e censurare le opinioni dissenzienti. Ma la democrazia prospera sul libero scambio di argomentazioni e punti di vista diversi.

Il dibattito sulla messa al bando del partito più forte è tutt’altro che degno di una democrazia. Tutti sanno che la controversa “Società per i Diritti Civili” è un’organizzazione molto vicina ai Verdi e ha un programma chiaro e trasparente. E, se si guarda all’elenco dei presunti sostenitori, si trovano anche i soliti noti, mossi dall’odio per l’AfD.

In definitiva, questo è l’ennesimo tentativo destinato al fallimento. Un ridicolo tentativo di distruggere l’AfD, che viene strumentalizzata dai protagonisti dei partiti che lottano per la sopravvivenza

https://www.afd.de/stephan-brandner-laecherlich-hilfloses-ki-gutachten-ist-versuchte-diffamierung-der-staerksten-partei-deutschlands/

La risposta politica di Alice Weidel, leader di AfD

Alice Weidel, da Berlino, il 26 giugno u.s., con una lapidaria dichiarazione demolisce la politica del cancelliere Friedrich Merz, acquisendo, secondo i media tedeschi, ulteriori consensi nel suo sempre più folto, trasversale e diffuso elettorato.

Leggiamo insieme:

«Gli ultimi dati dell’Istituto Ifo dipingono un quadro allarmante del mercato del lavoro tedesco: il barometro dell’occupazione è crollato di 1,6 punti, attestandosi a 92,3 a giugno, segnalando una chiara tendenza alla riduzione dei posti di lavoro.

Secondo i dati, i settori chiave a valore aggiunto, come l’industria, il commercio e i servizi, sono particolarmente colpiti. La sola Volkswagen sembra intenzionata a tagliare fino a 100.000 posti di lavoro in tutto il gruppo. Non si intravedono segnali di stabilizzazione.

La già difficile situazione economica, con un aumento dei fallimenti e la delocalizzazione di interi settori industriali, viene ulteriormente aggravata dalla crescente perdita di posti di lavoro.

Alice Weidel, portavoce federale dell’AfD, spiega:

“Gli sconvolgenti sviluppi del mercato del lavoro sono un’ulteriore prova del fallimento della politica economica della coalizione nero-rossa guidata da Friedrich Merz.

I posti di lavoro nell’industria tedesca vengono persi o delocalizzati su una scala senza precedenti: la sola Volkswagen prevede di tagliare 100.000 posti di lavoro.

Quando pilastri della nostra economia, come l’industria e il commercio, sono costretti a ridurre il personale in questa misura, non si tratta di un effetto ciclico temporaneo, bensì dell’espressione di una crisi strutturale della competitività tedesca e di una politica economica errata.

L’esplosione dei costi energetici e del lavoro, la regolamentazione dilagante e una politica fiscale che soffoca la crescita stanno sistematicamente privando le imprese delle basi per gli investimenti e l’occupazione.

Il governo federale guidato da Merz non solo accetta tacitamente questa situazione, ma la aggrava con interventi ideologicamente motivati. Il risultato è una progressiva deindustrializzazione, con conseguenze prevedibilmente devastanti per la prosperità, l’occupazione e la stabilità fiscale.

La Germania ha ora bisogno di un riallineamento fondamentale della politica economica. L’AfD chiede un concreto sollievo per le imprese e i lavoratori attraverso consistenti riduzioni di tasse e imposte, l’abolizione del prezzo della CO₂ e il ripristino di prezzi dell’energia competitivi a livello internazionale.

Solo condizioni quadro affidabili, in linea con gli interessi nazionali, la sicurezza degli investimenti e un ritorno ai principi dell’economia di mercato possono arrestare la perdita di posti di lavoro e salvaguardare la base industriale tedesca.”»

https://www.afd.de/alice-weidel-volkswagen-will-100-000-stellen-abbauen-merz-politik-fuehrt-zu-massiver-entlassungswelle/

Conclusione

Una situazione in Germania, politicamente parlando, sulla soglia di una crisi di nervi, potremmo affermare, parafrasando Pedro Almodóvar.

Continueremo a seguire la crisi politica ed economica tedesca, i cui esiti determineranno inevitabili ricadute nell’intera area euro.

Mentre parliamo, il conflitto in Ucraina continua. Ondate di bombardamenti e sciami di droni colpiscono infrastrutture sia in Russia sia in Ucraina. Sul fronte, la Russia continua ad avanzare, nel silenzio generale dei media.

Putin apre ai colloqui con Washington, affermando che «siamo pronti a proseguire con gli americani i colloqui e le discussioni su tutti i dettagli, su tutte le nostre modalità, se non su intese, almeno sugli argomenti discussi ad Anchorage», mentre il presidente di Kiev parla di una pace duratura e giusta.

Trump appare oltremodo incerto, anche sul dossier Ucraina, mentre Bruxelles rimane in silenzio, rincorrendo gli eventi.

Proviamo a chiederci: chi siamo oggi? Chi e che cosa vogliamo essere nel nostro comune futuro?

Se sapremo dare coraggiosamente una risposta a questi fondamentali interrogativi, sapremo anche trovare gli strumenti adeguati per trasformare la nostra attuale e complessa realtà in un’opportunità di crescita collettiva.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




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