Per me, la partecipazione a EXPOAID 2026 e il coordinamento del panel “Il percorso scolastico nel progetto di vita” hanno rappresentato esattamente questo.
Non soltanto un riconoscimento professionale.
Ma una straordinaria opportunità di confronto con alcuni dei più autorevoli studiosi italiani, con rappresentanti delle istituzioni, con il mondo associativo, con il Terzo Settore e con centinaia di persone che ogni giorno vivono e costruiscono l’inclusione ben lontano dai riflettori.
Quando il Ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli, mi ha comunicato la volontà di affidarmi la moderazione di uno dei panel centrali dell’intera manifestazione, ho provato una profonda emozione.
Confesso che si è trattato di una nomina del tutto inattesa.
L’ho accolta con gratitudine, ma anche con un forte senso di responsabilità.
Moderare un confronto nel quale sarebbero intervenuti studiosi del calibro di Dario Ianes, Fabio Celi, Luca Fanucci, Tamara Zappaterra, Raffaele Ciambrone, Francesca Palmas, Alessia Gatto, Giuliana Parodi, Nunzia Invernizzi, insieme ai rappresentanti dell’Associazione Giovanni Manicone, significava assumere il delicato compito di accompagnare una riflessione destinata a incidere sul dibattito nazionale riguardante la scuola, il progetto di vita e il futuro dell’inclusione.
Sin dal primo momento ho compreso che quel ruolo andava ben oltre il semplice coordinamento dei tempi degli interventi.
Occorreva costruire un filo conduttore. Favorire il dialogo. Mettere in relazione competenze diverse. Far emergere un pensiero comune. Restituire unità a prospettive provenienti dalla pedagogia, dalla psicologia, dal diritto, dalla scuola, dall’università e dal mondo associativo. È stata una responsabilità che ho cercato di onorare con la stessa passione con la quale, da tanti anni, vivo la scuola.
Orizzonte Scuola protagonista di un confronto nazionale
Fin dall’inizio ho avvertito chiaramente che quell’incarico non riguardava soltanto me.
Rappresentavo anche Orizzonte Scuola, la testata della quale sono collaboratore scientifico e che da anni costituisce il principale punto di riferimento dell’informazione scolastica italiana.
Portare Orizzonte Scuola all’interno del più importante evento nazionale dedicato alla disabilità e al progetto di vita ha rappresentato un motivo di autentico orgoglio.
È stato il riconoscimento del lavoro svolto quotidianamente da una redazione che, con competenza e rigore, accompagna dirigenti scolastici, docenti, personale ATA e famiglie nell’interpretazione delle continue evoluzioni normative e pedagogiche del sistema educativo italiano.
Ho percepito chiaramente quanto il mondo della scuola guardi oggi a Orizzonte Scuola non soltanto come fonte di notizie, ma come luogo di approfondimento culturale.
E questo aumenta ulteriormente la responsabilità di chi scrive. Perché raccontare la scuola significa contribuire, ogni giorno, alla costruzione della sua identità culturale. Significa dare voce alle buone pratiche. Valorizzare le esperienze. Stimolare il dibattito. Promuovere innovazione. E soprattutto raccontare le persone che, silenziosamente, rendono possibile l’inclusione.
Il dialogo con il Ministro Alessandra Locatelli
Nel corso della giornata ho avuto il privilegio di confrontarmi personalmente con il Ministro Alessandra Locatelli in diversi momenti.
Prima dell’apertura del panel. Durante la sessione plenaria. Nei momenti di pausa. E successivamente alla conclusione dei lavori. Sono stati dialoghi brevi ma significativi.
Conversazioni nelle quali ho ritrovato una qualità che considero fondamentale nell’esercizio delle responsabilità pubbliche: la capacità di ascoltare.
Dietro il ruolo istituzionale ho incontrato una persona interessata alle esperienze provenienti dal territorio, desiderosa di conoscere direttamente il lavoro svolto nelle scuole, nelle associazioni e nelle realtà del Terzo Settore.
Ho particolarmente apprezzato l’attenzione dimostrata verso il lavoro di approfondimento che svolgo attraverso Orizzonte Scuola sui temi della disabilità, del sostegno, dell’inclusione e del diritto scolastico.
L’ho interpretata come un riconoscimento non tanto personale, quanto rivolto alla funzione civile che il giornalismo scolastico può esercitare quando sceglie di approfondire i problemi anziché limitarsi a raccontarli.
Una stampa specializzata, infatti, non informa soltanto. Contribuisce alla crescita culturale dell’intero sistema educativo.
Le esperienze dei territori raccontano il vero significato del progetto di vita
Prima ancora di dare la parola ai relatori ho sentito il dovere di richiamare alcune esperienze che considero emblematiche.
Non volevo che il panel iniziasse parlando esclusivamente di norme. O di decreti. O di procedure amministrative. Il progetto di vita nasce molto prima delle leggi. Nasce nelle comunità.
Per questo ho ricordato “Vivere con…” di Mazara del Vallo, guidata da Giuseppe Gentile, esempio concreto di inclusione costruita quotidianamente attraverso relazioni autentiche e percorsi educativi condivisi.
Ho richiamato Villa Letizia di Alcamo, fondata dalle professoresse Mirabile e Fundarò e oggi animata dall’impegno instancabile di Antonella Aprile, realtà che continua a rappresentare un punto di riferimento per tante famiglie.
Ho ricordato l’Associazione Francesca Morvillo, sottolineando il prezioso contributo della socia benemerita del Rotary Club Palermo Montepellegrino, Enza Pizzolato, che ogni quinto mercoledì del mese contribuisce alla distribuzione di pasti caldi alle persone senza dimora.
Ho voluto partire da queste storie perché il progetto di vita non è un documento. È una comunità che decide di non lasciare solo nessuno. È il volontariato che diventa educazione. È la solidarietà che si trasforma in cittadinanza. È la quotidianità che costruisce dignità.
Dario Ianes: il progetto di vita come rivoluzione culturale
Il professor Dario Ianes ha aperto il panel con una relazione che ha immediatamente elevato il livello del confronto, spostando l’attenzione dalla dimensione esclusivamente normativa a quella culturale, pedagogica e antropologica. La sua riflessione ha rappresentato una sorta di bussola per tutti gli interventi successivi, perché ha ricordato come il concetto di progetto di vita non possa essere confinato all’interno di un documento amministrativo o di un procedimento tecnico. Sarebbe una semplificazione che tradirebbe lo spirito stesso della riforma.
Con la chiarezza e la profondità che da sempre caratterizzano il suo pensiero scientifico, Ianes ha spiegato che il progetto di vita rappresenta innanzitutto un cambiamento dello sguardo. È il passaggio da una scuola che organizza interventi per la disabilità a una scuola che costruisce percorsi insieme alla persona. Non è più la persona a doversi adattare ai servizi, ma sono i servizi, la scuola, le istituzioni e la comunità a ripensarsi continuamente attorno alla persona.
Ho colto nelle sue parole un richiamo forte anche al ruolo della corresponsabilità educativa. Nessun insegnante, nessun dirigente, nessuna famiglia può costruire da solo un autentico progetto di vita. Occorre una comunità educante nella quale ogni soggetto sia chiamato a fare la propria parte, superando quella frammentazione che troppo spesso caratterizza il nostro sistema di welfare.
La scuola, in questa prospettiva, non è semplicemente il luogo dell’apprendimento disciplinare. Diventa il primo laboratorio di cittadinanza, di autonomia, di relazioni e di autodeterminazione. È tra i banchi che il progetto di vita comincia realmente a prendere forma, molto prima dell’ingresso nel mondo del lavoro o nei servizi per l’età adulta.
L’intervento di Dario Ianes ha dunque rappresentato una vera e propria apertura culturale del panel, ricordando a tutti i presenti che parlare di inclusione significa anzitutto parlare di qualità della democrazia, di diritti di cittadinanza e di capacità delle istituzioni di riconoscere il valore unico e irripetibile di ogni persona.
Fabio Celi: educare significa continuare a credere nelle possibilità della persona
Se Dario Ianes ha delineato il quadro culturale della riflessione, il professor Fabio Celi ha riportato il dibattito sul terreno dell’esperienza educativa quotidiana.
Il suo intervento è stato attraversato da un filo conduttore molto chiaro: l’educazione è, prima di tutto, un atto di fiducia. Una fiducia nelle possibilità della persona. Nella capacità di crescita. Nella possibilità di sorprendere. Nella forza delle relazioni.
Celi ha ricordato come troppo spesso il sistema educativo rischi di concentrare l’attenzione sui limiti piuttosto che sulle potenzialità. Al contrario, ogni percorso educativo dovrebbe partire da una domanda diversa: quali risorse possiede questa persona? Quali talenti possono essere valorizzati? Quali condizioni dobbiamo creare affinché possano emergere?
Ho particolarmente apprezzato il suo richiamo alla speranza educativa. Una speranza che non è ingenuo ottimismo. È responsabilità professionale.
Ogni docente, ogni educatore, ogni genitore è chiamato a credere nella possibilità di crescita dell’altro anche quando il percorso appare difficile.
La speranza, nella scuola, diventa metodo. Diventa progettazione. Diventa capacità di costruire occasioni.
Ed è forse questa una delle più importanti responsabilità della scuola italiana: continuare a credere nelle persone anche quando esse stesse fanno fatica a credere nelle proprie possibilità.
Le parole di Fabio Celi hanno restituito alla pedagogia la sua dimensione più autenticamente umana. Hanno ricordato che dietro ogni PEI, ogni progetto individuale, ogni valutazione, ogni programmazione didattica esiste una persona con i propri sogni, le proprie paure, le proprie aspettative e il proprio diritto a costruire un futuro dignitoso.
Filomena Manicone: quando il territorio diventa comunità educante
L’intervento di Filomena Manicone, in rappresentanza dell’Associazione Giovanni Manicone, ha portato sul palco di ExpoAid il valore insostituibile delle esperienze nate nei territori.
Non una relazione teorica.
Ma il racconto di una comunità che ogni giorno costruisce inclusione attraverso lo sport, la solidarietà, il volontariato e la partecipazione.
Le sue parole hanno dimostrato che il progetto di vita non appartiene esclusivamente alle istituzioni.
Appartiene alle persone. Alle famiglie. Alle associazioni. Ai volontari. A tutti coloro che scelgono di investire tempo, competenze e passione nella costruzione di opportunità per gli altri.
L’Associazione Giovanni Manicone rappresenta proprio questo modello. Una rete capace di mettere insieme scuola, sport, cittadinanza attiva e inclusione sociale, trasformando ogni attività in un’occasione educativa.
Filomena Manicone ha raccontato esperienze nelle quali la disabilità smette di essere il centro della narrazione.
Al centro torna la persona. Con le sue passioni. I suoi desideri. Le sue capacità. Le sue relazioni.
È una prospettiva che ho trovato profondamente coerente con lo spirito dell’intera manifestazione.
Perché ExpoAid non vuole raccontare la disabilità. Vuole raccontare le persone.
E, soprattutto, vuole raccontare una società che sceglie di crescere insieme alle persone più fragili, riconoscendole come una ricchezza e non come un limite.
È stato un intervento che ha ricordato a tutti noi quanto il cambiamento culturale non nasca esclusivamente nei grandi provvedimenti legislativi, ma nelle esperienze quotidiane costruite silenziosamente da migliaia di associazioni presenti sul territorio nazionale.
Giovanni Fontanarosa: lo sport come laboratorio permanente di cittadinanza
L’intervento di Giovanni Fontanarosa ha rappresentato la naturale prosecuzione della riflessione avviata da Filomena Manicone, offrendo ai presenti un’ulteriore dimostrazione di come lo sport possa diventare uno degli strumenti educativi più efficaci nella costruzione del progetto di vita.
Non si è parlato di agonismo. Non si è parlato di classifiche. Non si è parlato di risultati. Si è parlato di persone. Di relazioni. Di crescita. Di autonomia.
Di quella straordinaria capacità che lo sport possiede di abbattere ogni barriera, mettendo al centro non la prestazione ma la partecipazione.
Fontanarosa ha raccontato esperienze nelle quali bambini e ragazzi imparano, prima ancora delle regole di una disciplina sportiva, il rispetto dell’altro, la collaborazione, la fiducia reciproca e il valore della squadra.
È proprio qui che lo sport incontra la scuola. Entrambi educano. Entrambi formano cittadini. Entrambi insegnano che nessuno cresce davvero da solo.
Nel suo intervento è emersa con chiarezza una convinzione che condivido profondamente: il progetto di vita non può limitarsi alla dimensione scolastica o sanitaria, ma deve comprendere tutti quegli spazi nei quali la persona costruisce la propria identità.
Lo sport è uno di questi. Forse uno dei più importanti. Perché attraverso il gioco ogni ragazzo sperimenta il successo, l’errore, la collaborazione, la responsabilità e la solidarietà. È lì che nasce una parte fondamentale dell’autonomia. È lì che si costruisce il senso di appartenenza. È lì che si impara a vivere insieme.
Per questo motivo considero prezioso il contributo dell’Associazione Giovanni Manicone. Perché dimostra concretamente come il Terzo Settore possa diventare un alleato indispensabile della scuola nella costruzione del progetto di vita.
Luca Fanucci: l’università deve diventare il naturale proseguimento dell’inclusione scolastica
L’intervento del professor Luca Fanucci, Presidente della Conferenza Nazionale Universitaria dei Delegati per la Disabilità (CNUDD), ha aperto una prospettiva troppo spesso poco presente nel dibattito pubblico.
Quando si parla di inclusione scolastica, infatti, si rischia frequentemente di fermarsi al diploma.
Come se il progetto di vita terminasse con la conclusione della scuola secondaria.
La relazione del professor Fanucci ha invece ricordato che proprio in quel momento inizia una delle fasi più delicate dell’intero percorso.
L’università non rappresenta semplicemente un luogo nel quale acquisire competenze professionali.
È uno spazio di crescita personale. Di autonomia. Di autodeterminazione. Di costruzione della propria identità adulta.
Fanucci ha illustrato il lavoro straordinario che gli atenei italiani stanno sviluppando attraverso la rete della CNUDD, evidenziando il ruolo dei delegati rettorali, dei tutor specializzati, dei servizi di accompagnamento e degli accomodamenti ragionevoli previsti dalla normativa.
Non si tratta di favorire qualcuno. Si tratta di garantire pari opportunità. Perché il diritto allo studio non termina con la scuola. Continua lungo tutto il percorso universitario.
Ho trovato particolarmente significativa la sua visione dell’università come prosecuzione naturale del progetto di vita.
Una continuità educativa che evita fratture tra i diversi livelli del sistema di istruzione e accompagna la persona verso una piena partecipazione sociale e lavorativa.
È una prospettiva che la scuola italiana dovrebbe conoscere molto meglio, affinché l’orientamento degli studenti con disabilità diventi realmente parte integrante della progettazione educativa.
Tamara Zappaterra: continuità educativa significa accompagnare la persona verso il futuro
La professoressa Tamara Zappaterra ha ulteriormente sviluppato il tema della continuità, offrendo una riflessione di grande spessore scientifico sul rapporto tra scuola, università e progetto di vita.
Troppo spesso il passaggio da un ordine di scuola all’altro viene vissuto come una semplice procedura amministrativa.
In realtà rappresenta uno dei momenti più delicati dell’intero percorso educativo.
Ogni cambiamento comporta nuove relazioni. Nuovi contesti. Nuove responsabilità. Nuove autonomie.
Accompagnare questi passaggi significa evitare che la persona si trovi improvvisamente sola davanti a trasformazioni profonde.
La professoressa Zappaterra ha sottolineato come il progetto di vita richieda una programmazione condivisa tra tutti i soggetti coinvolti:
- Scuola.
- Università.
- Famiglia.
- Servizi.
- Enti locali.
- Associazioni.
Solo una rete realmente integrata può garantire continuità educativa.
Ed è proprio questa rete che rappresenta oggi una delle grandi sfide del sistema italiano dell’inclusione.
Le sue riflessioni hanno mostrato come il futuro dell’inclusione non dipenda soltanto dalla qualità delle singole istituzioni, ma soprattutto dalla loro capacità di dialogare stabilmente tra loro.
Una scuola inclusiva che non dialoga con l’università rischia infatti di interrompere il progetto di vita proprio nel momento in cui la persona si affaccia alla costruzione della propria autonomia adulta.
Ho apprezzato particolarmente questa prospettiva sistemica. Perché richiama tutti noi a una responsabilità condivisa. Nessuno educa da solo. Nessuna istituzione costruisce da sola il futuro di una persona. È la qualità della rete che determina la qualità dell’inclusione. Ed è probabilmente questa una delle più importanti lezioni emerse dal panel di ExpoAid 2026.
Raffaele Ciambrone: il progetto di vita come nuovo paradigma dell’inclusione
Collegato da remoto, il professor Raffaele Ciambrone ha offerto una lettura di altissimo profilo culturale e istituzionale della riforma introdotta dal decreto legislativo n. 62 del 2024. Il suo intervento ha consentito di comprendere come il progetto di vita non rappresenti soltanto una nuova procedura amministrativa, ma un cambiamento radicale nel modo in cui il nostro Paese guarda alla persona con disabilità.
Per molti anni l’attenzione si è concentrata prevalentemente sui bisogni assistenziali. Oggi, invece, il baricentro si sposta sull’autodeterminazione, sull’autonomia, sulla qualità della vita e sulla piena partecipazione sociale. Ciambrone ha evidenziato come questa trasformazione richieda un profondo cambiamento culturale prima ancora che organizzativo. Non basta modificare le norme; occorre cambiare il modo di progettare gli interventi, di lavorare insieme e di costruire reti permanenti tra scuola, famiglia, servizi, enti locali e Terzo Settore.
Particolarmente significativa è stata la riflessione sulla scuola come primo ambiente nel quale il progetto di vita prende forma. È tra i banchi che si sviluppano competenze, autonomie, relazioni e capacità di autodeterminazione che accompagneranno la persona per tutta la vita. La scuola, dunque, non è soltanto il luogo dell’istruzione, ma il primo spazio nel quale si costruisce cittadinanza.
Il suo intervento ha rappresentato uno dei riferimenti più solidi dell’intero panel, offrendo una lettura giuridica e pedagogica capace di orientare il lavoro futuro delle istituzioni scolastiche.
Francesca Palmas: dal Piano Educativo Individualizzato al progetto di vita
Sempre in collegamento da remoto, Francesca Palmas ha affrontato uno dei temi più delicati dell’intero processo di riforma: il rapporto tra Piano Educativo Individualizzato (PEI) e progetto di vita.
Con grande chiarezza ha spiegato come il PEI continui a rappresentare uno strumento fondamentale dell’inclusione scolastica, ma non possa più essere considerato il punto di arrivo del percorso educativo. Al contrario, esso diventa una delle componenti attraverso cui costruire un progetto più ampio, capace di accompagnare la persona lungo tutte le fasi della propria esistenza.
La sua relazione ha richiamato il valore della coprogettazione tra scuola, famiglia, servizi sanitari, enti locali e comunità educante. Nessun documento, da solo, può garantire inclusione se non è sostenuto da relazioni autentiche e da una progettazione realmente condivisa.
Ho trovato particolarmente interessante il richiamo alla continuità educativa. Ogni scelta compiuta durante il percorso scolastico deve essere orientata a favorire l’autonomia futura della persona, evitando interventi frammentati o privi di una prospettiva di lungo periodo.
Le parole di Francesca Palmas hanno restituito pieno significato al titolo stesso del panel: il percorso scolastico acquista valore quando diventa parte integrante del progetto di vita.
Alessia Gatto: leggere la riforma per trasformarla in opportunità concreta
L’intervento della dottoressa Alessia Gatto ha rappresentato un prezioso approfondimento delle innovazioni introdotte dal decreto legislativo n. 62 del 2024.
Con rigore giuridico ma grande chiarezza espositiva ha illustrato i principali elementi della riforma, soffermandosi sulle ricadute organizzative che interesseranno scuole, enti locali, servizi e famiglie.
Il suo contributo ha consentito ai presenti di comprendere come il cambiamento normativo non debba essere vissuto come un semplice adempimento burocratico, ma come un’opportunità per ripensare l’intero sistema dell’inclusione.
La centralità della persona, il coordinamento tra le diverse istituzioni, la personalizzazione degli interventi e la costruzione di percorsi realmente orientati all’autonomia costituiscono gli elementi qualificanti della nuova disciplina.
È stata una relazione che ha saputo coniugare competenza tecnica e visione culturale, offrendo agli operatori scolastici strumenti concreti per affrontare una delle più importanti trasformazioni normative degli ultimi anni.
Giuliana Parodi: la rete istituzionale è la vera infrastruttura dell’inclusione
L’intervento di Giuliana Parodi ha riportato l’attenzione sul tema della corresponsabilità istituzionale.
Il progetto di vita, ha ricordato, non può essere costruito da una singola amministrazione né da un unico servizio. Esso richiede una rete stabile nella quale ogni soggetto svolga il proprio ruolo mantenendo costante il dialogo con tutti gli altri.
Scuola, famiglia, servizi sanitari, enti locali, università, Terzo Settore e volontariato devono imparare a lavorare come un’unica comunità educante.
Non si tratta semplicemente di collaborare.
Si tratta di condividere obiettivi, strumenti, linguaggi e responsabilità.
Ho trovato estremamente significativa questa prospettiva perché richiama una delle grandi sfide del nostro sistema pubblico: superare definitivamente la frammentazione degli interventi.
L’inclusione non può procedere per compartimenti stagni. Ha bisogno di continuità. Ha bisogno di relazioni. Ha bisogno di fiducia reciproca tra tutte le istituzioni coinvolte.
Nunzia Invernizzi: mettere davvero la persona al centro
A chiudere il panel è stata Nunzia Invernizzi, che ha riportato il confronto al principio ispiratore dell’intera riforma. Ogni procedura. Ogni norma. Ogni organizzazione. Ogni servizio. Ogni progetto.
Acquista significato soltanto se migliora concretamente la qualità della vita della persona.
Questo è il cuore del progetto di vita. Non costruire nuovi adempimenti. Ma costruire nuove opportunità.
La sua relazione ha ribadito come autonomia, autodeterminazione, partecipazione e pieno esercizio dei diritti rappresentino i pilastri sui quali dovrà svilupparsi il futuro dell’inclusione italiana.
Una conclusione che ha saputo sintetizzare perfettamente il senso dell’intero panel.
Una strada che continua oltre ExpoAid
Lasciando la sala del panel ho avuto la netta percezione di avere partecipato a qualcosa che andava ben oltre un importante appuntamento congressuale.
Ho visto studiosi confrontarsi con grande rispetto reciproco.
Ho ascoltato esperienze provenienti dalla scuola, dall’università, dalle associazioni e dalle istituzioni.
Ho percepito una comune volontà di costruire un sistema capace di mettere realmente la persona al centro.
Ed è questa, probabilmente, la più importante eredità che porterò con me da ExpoAid 2026.
Continuerò a raccontare queste esperienze attraverso Orizzonte Scuola, con la convinzione che non si debba limitarsi a informare, ma è necessariocontribuire a diffondere una cultura dell’inclusione capace di coinvolgere la scuola, le istituzioni, il Terzo Settore e l’intera società civile.
Perché il progetto di vita non appartiene soltanto alle persone con disabilità.
Riguarda la qualità della nostra democrazia.
Riguarda la capacità del Paese di non lasciare indietro nessuno.
E riguarda, soprattutto, il futuro della scuola italiana, chiamata ogni giorno a trasformare i diritti in opportunità e le differenze in una ricchezza condivisa.
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Antonio Fundarò
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