Silvia ha quindici anni, capelli biondi raccolti in una treccia perfetta, occhi azzurri che guardano dritto ma si abbassano appena qualcuno le rivolge la parola.
A scuola è la più brava della classe, matematica e fisica sono il suo regno, ma quando suona la ricreazione il suo banco si svuota come se fosse circondato da un campo minato. I compagni non la invitano alle feste, sui social la definiscono “sfigata” e “quella che si crede superiore”. L’unico che accetta di sedersi accanto a lei è Antonio, il “perdente” della classe, e lei lo sopporta con un misto di pietà e vergogna.
Silvia non esiste. È il ritratto di una ragazza che Massimo Ammaniti, psicoanalista e professore alla Sapienza di Roma, descrive nel suo ultimo libro Il coraggio di essere timidi (edito da Raffaello Cortina Editore, 2026). Ma potrebbe essere chiunque. Potrebbe essere quella compagna di banco che non parla mai, quel ragazzo che durante l’intervallo resta attaccato al muro, quel figlio che i genitori definiscono “un po’ chiuso” e che in realtà sta semplicemente cercando un modo per sopravvivere a un mondo che premia chi urla più forte.
La timidezza non è un difetto, è una variante
Partiamo da un presupposto che Ammaniti mette in chiaro fin dalle prime pagine: la timidezza non è una malattia. È una caratteristica, una delle tante declinazioni del carattere umano. Secondo lo psicologo Philip Zimbardo, colpisce circa il 40 per cento della popolazione americana e in Giappone raggiunge addirittura il 60 per cento. Numeri che smentiscono l’idea che il timido sia un’eccezione, un’anomalia da correggere.
Eppure, in una società che ha sostituito il cogito cartesiano – il pensiero, la riflessione – con l’idolo dell’apparens – l’esposizione, la visibilità, il like – il timido è un pesce fuor d’acqua. O meglio, è un pesce che si nasconde sul fondo perché sa che in superficie l’acqua è troppo agitata.
Ammaniti cita Tahar Ben Jelloun, che in un articolo intitolato “Elogio della timidezza” scrive: “Il timido non lo sa ma si infiltra come un tarlo che erode più o meno nascostamente il mondo dello spettacolo, rendendo irrilevante la fatuità delle comunicazioni”. Il timido, insomma, è un sabotatore silenzioso della società dell’effimero. Non segue la moda, non rincorre il consenso, non si lascia travolgere dall’urgenza del momento. Naviga con la sua chiglia profonda, e questo lo rende, paradossalmente, più solido.
Il corpo che parla, il corpo che tradisce
Ma la timidezza non è solo una questione psicologica. È una questione fisica, e questo la rende ancora più difficile da gestire. Lo aveva capito bene Charles Darwin, che nel suo libro L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali dedicò un capitolo intero alla vergogna e alla timidezza. Darwin era timido, lo ammetteva lui stesso: rifuggiva le conferenze, gli eventi sociali, e questo lo portò addirittura a ritardare la pubblicazione de L’origine delle specie. Ma la sua timidezza non era solo un tratto caratteriale: era una reazione del corpo. Il rossore, lo sguardo sfuggente, i movimenti goffi e nervosi.
Jerome Kagan, lo psicologo di Harvard che ha studiato per decenni il temperamento infantile, ha dimostrato che alcuni bambini nascono con una predisposizione all’ “inibizione comportamentale”. Già a quattro mesi mostrano maggiore tensione di fronte a oggetti nuovi, e a quattro anni manifestano reticenza sociale e timore degli estranei. Non è una scelta, non è un capriccio. È una caratteristica neurobiologica, legata a una soglia di attivazione più bassa dell’amigdala, quella parte del cervello che gestisce le reazioni di allarme.
Eppure, il mondo spesso interpreta la timidezza come maleducazione o arroganza. Ammaniti racconta l’episodio di un bambino di tre anni che, di fronte a due sconosciuti, si gira dall’altra parte rifiutandosi di salutare. La nonna è imbarazzata, ma una delle due persone commenta: “Oggi i bambini sono maleducati per colpa dei genitori”. Nessuno si chiede se quel bambino fosse semplicemente impaurito, sopraffatto da una situazione che non riusciva a gestire.
La scuola, il gruppo, l’incubo
Se l’infanzia del timido è già un percorso a ostacoli, l’adolescenza è una vera e propria palude. Il corpo cambia, il gruppo dei coetanei diventa il baricentro della vita sociale, e il timido si trova improvvisamente esposto a uno sguardo che non sa sostenere. Ammaniti cita uno studio che documenta l’aumento della solitudine scolastica tra gli adolescenti italiani: nel 2000 era il 14 per cento a sentirsi solo, nel 2018 è salito al 24 per cento. Il doppio.
La storia di Silvia, la ragazza della treccia perfetta, è emblematica. È intelligente, brava a scuola, ma il gruppo la rifiuta. Lei reagisce con un atteggiamento di superiorità che allontana ulteriormente i compagni, e si trova intrappolata in un circolo vizioso: più viene esclusa, più si chiude, più si chiude, più viene esclusa. L’unico che le sta vicino è Antonio, ma lei lo considera un peso perché è “lo sfigato” della classe. È un meccanismo crudele, ma comprensibile: il timido spesso respinge chi è nella sua stessa condizione per non essere identificato con lui.
Ammaniti sottolinea un punto cruciale: il gruppo dei coetanei è una palestra fondamentale per costruire la propria identità, ma per il timido è anche un campo minato. Le regole sono chiare: somiglianza e differenza. Bisogna essere come gli altri per essere accettati, ma allo stesso tempo bisogna saper esprimere la propria individualità. Un equilibrio difficile, che il timido fatica a trovare. E quando non viene riconosciuto, il gruppo si trasforma in branco, e la differenza diventa motivo di bullismo.
La stanza, lo smartphone, il rifugio
Ecco allora che la camera da letto diventa il rifugio, lo smartphone il salvagente. Ammaniti cita la metafora di Donald Winnicott, che parla di “bonacce” per descrivere quei momenti di stallo in cui l’adolescente si ritira dal mondo, perde interesse per la scuola, gli amici, lo sport. Si chiude nella sua stanza, passa ore a guardare video, a chattare, a giocare. Non è pigrizia, è una difesa. Un tentativo disperato di proteggersi da un mondo che sembra troppo grande, troppo rumoroso, troppo esigente.
Ma lo smartphone è un’arma a doppio taglio. Per il timido, la chat può essere un toccasana: permette di comunicare senza il peso dello sguardo, del rossore, dell’imbarazzo. Ma rischia anche di diventare una gabbia. Ammaniti cita studi che mostrano come l’uso eccessivo dello smartphone, soprattutto se associato a stati di ansia e depressione, possa alterare il funzionamento cerebrale. E soprattutto, riduce gli scambi in presenza, che sono fondamentali per sviluppare quelle competenze sociali che il timido già fatica ad acquisire.
Il coraggio di essere timidi
Ma la timidezza non è solo una condanna. Ammaniti dedica l’ultimo capitolo del suo libro a raccontare storie di timidi che hanno cambiato il mondo. Charles Darwin, che ha rivoluzionato la biologia. Oliver Sacks, il neurologo che ha scritto libri memorabili sulla mente umana. Mahatma Gandhi, che ha liberato l’India con la forza della non-violenza. E Charles Horton Cooley, il sociologo che, chiuso nel suo studio in riva a un lago, ha teorizzato il concetto di “io riflesso”, anticipando di un secolo i social media.
Gandhi, in particolare, è un esempio straordinario. Nella sua autobiografia scrive che la timidezza è stata il suo “scudo”. Da giovane, quando partecipava alle riunioni della Società vegetariana a Londra, non riusciva mai a parlare in pubblico. Scriveva i discorsi, ma poi li faceva leggere ad altri. Tremava, la vista gli si offuscava. Eppure quella timidezza lo ha aiutato a soppesare le parole, a non esagerare, a non alterare la verità. La timidezza, scrive Ammaniti, è stata “una grande lezione, uno scudo di fronte al pericolo del parlare a tutti i costi, anche a vanvera”.
Ecco, forse è questa la lezione più preziosa. La timidezza non è un difetto da correggere. È una risorsa da coltivare, una diversa modalità di stare al mondo. In un mondo in cui tutti cercano di apparire, il timido ha il coraggio di ritirarsi nella penombra. E a volte, è proprio da lì che si vede meglio la luce.
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Andrea Carlino
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