Il racconto della terza edizione del Lugano Dance Project


Né un festival né una piattaforma, bensì un “progetto”, costruito a partire da un tema preciso – danza ed eredità – e accostando agli spettacoli eclettiche occasioni di confronto – conferenze e tavole rotonde ma anche proiezioni di documentari e laboratori e finanche un brunch condiviso. La terza – e ultima, almeno così dichiarano gli ideatori Carmelo Rifici e Michel Gagnon con il curatore Lorenzo Conti – edizione del Lugano Dance Project è stata, dunque, una meditazione collettiva tanto sul rapporto fra danza e tradizione quanto sulla possibilità di “trasmettere” alle generazioni future esperienze coreografiche significative aggirando il vistoso limite della natura effimera dell’arte coreutica.

Kontakthof, Echoes of 78 © Ursula Kaufmann

Tutti gli appuntamenti del “Lugano Dance Project”

Con l’artista argentina Cecilia Bengolea conosciamo meglio l’etnocoreografia – vale a dire l’etnologia e l’antropologia applicate alla danza, sia quale oggetto di studio sia come pratica artistica. Ma c’è anche la riproposta tutt’altro che archeologica di spettacoli storici quale Kontakthof, creato da Pina Bausch nel 1978. E, ancora, tentativi artistici di combinare memoria e realtà presente. Dall’11 al 14 giugno, a Lugano, quattro intense giornate di pensieri e interrogativi rimasti felicemente sospesi…

“Kontakhof. Echoes of ’78” da Pina Bausch

Uno di quegli spettacoli che affermano un prima e un dopo nella storia della danza, una delle creazioni più acclamate della fondatrice del teatro-danza, la signora rigorosa e irriverente di Wuppertal: Kontakhof, orchestrato da Pina Bausch nel 1978, diventa oggi un’opera multimediale grazie a una delle interpreti di allora, la danzatrice australiana Meryl Tankard che ha richiamato alcuni fra coloro che con lei condivisero la scena. I filmati d’archivio dello spettacolo del ’78, in bianco e nero, sono proiettati ora su un velatino, ora sul fondo del palcoscenico, mentre i danzatori – l’età oscilla fra i settantatre e i settantacinque, ma c’è anche chi supera gli ottanta – reinterpretano – e non banalmente “rifanno” – la coreografia originaria, non ignorando l’inevitabile assenza di alcuni membri del cast originario – struggente il ballo a coppie che, per qualcuno diventa un duetto con un invisibile ma possente fantasma. Kontakhof – Echoes of ’78, dunque, non è il semplice “rifacimento” di uno spettacolo storico, bensì il tentativo, tutt’altro che nostalgico ed egocentrato, di proiettare nel futuro l’eredità di Pina Bausch: un invito a riscoprirne e ripensarne il pensiero coreografico e, più in generale, artistico, ponendo così in fertile relazione passato e presente della danza.

Je Suisse © LAC Lugano Arte e Cultura 2026
Je Suisse © LAC Lugano Arte e Cultura 2026

“Music Music” di Trajal Harrell e “Je Suisse (or not)” di Camilla Parini

Eredità significa anche memoria, “oggetto” sfuggente e friabile e, nondimeno, fondamentale nella definizione di ciò che siamo. Ne trattano, in maniere assai diverse, i lavori del Leone d’Argento 2024 Trajal Harrell e della danzatrice e coreografa ticinese Camilla Parini.
Harrell, statunitense da tempo residente a Zurigo, è autore e interprete dell’assolo Music Music Histoire(s) du Théâtre VII: una sorta di playlist della propria esistenza, non soltanto artistica, percorsa con autoironia e costante attenzione al pubblico, cui all’inizio dello spettacolo il danzatore chiede di cercare e guardare sullo smartphone un video musicale – Cold Heart di Dua Lipa ed Elthon John. La danza di Harrall, d’altronde, nasce sempre come “reazione” a qualcosa: in questo caso un video è generatore di azioni e movimenti che rispondono, nel resto della performance, agli stimoli ricevuti dalla variegata colonna sonora, frutto degli incontri musicali di una vita. Un solo contraddistinto dall’affabile umorismo e dalla estrosa comunicatività dell’artista, generoso nel condividere con gli spettatori una memoria viva e costantemente arricchita e modificata.
Una memoria dichiaratamente inaffidabile è quella tratteggiata da Camilla Parini, autrice di una performance destinata a uno-due spettatori per volta: un’installazione solo apparentemente domestica, abitata da un perturbante orso bianco. Un piccolo salotto, un vecchio televisore, un pacco e, soprattutto, un album di foto e parole da sfogliare… Je Suisse (or not) è un lavoro sincero e “smuovente”, un piccolo rito di rievocazione celebrato senza pomposità e una domanda implicitamente formulata: sappiamo realmente da dove veniamo e siamo sicuri che saperlo possa aiutarci a riconoscerci nel presente?

“The Gathering” di Omar Rajeh

Il coreografo e danzatore libanese – ma residente in Francia – Omar Rajeh ha costruito per la giornata di sabato 13 un intenso programma, aperto dal brunch con piatti tipici della cucina del suo paese d’origine. Ci sono stati, poi, l’energico e appassionato Soul(s) Power, in cui il coreografo e danzatore tunisino Hamdi Dridi ha scelto l’hip hop e il coinvolgimento attivo degli spettatori – invitati nel finale a raggiungerlo sul palco e danzare insieme – per (ri)attivare un’atavica memoria del corpo fatta di emozioni, fremiti, pulsazioni. La rievocazione astratta di un drammatico evento del passato – la guerra fra due comunità di scimpanzé di Gombe, avvenuta a metà degli anni ’70 e documentata dalla celebre etologa Jane Goodall – è invece al centro del duo Prelude to Violence, creato e interpretato, con Mounzer Baalbaki, dalla libanese Ghida Hachico: la labilità della memoria della violenza, causa del suo sconfortante perpetuarsi. Il tramonto, poi, ha visto l’inizio di Dance People, lo spettacolo-evento ideato e performato, insieme ad altri nove danzatori, dallo stesso Omar Rajeh. La piazza di fronte al LAC sì è trasformata in vivace agorà, una contemporanea reinterpretazione della pratica autenticamente democratica di incontrarsi e confrontarsi sul presente, anche danzando.

Alysia Johnson of A.I.M in White Space. Photo LAC Lugano Arte e Cultura - Studio Pagi
Alysia Johnson of A.I.M in White Space. Photo LAC Lugano Arte e Cultura – Studio Pagi

“White Space” di Kyle Abraham

Lugano Dance Project si è concluso con la prima mondiale di White Space, il nuovo lavoro del coreografo statunitense Kyle Abraham e della sua compagnia A.I.M, con le musiche originali composte da Jason Moran e Nico Muhly, eseguite dal vivo da due musicisti a un unico pianoforte. L’eredità della danza classica e l’hip hop convivono in una partitura impeccabile altrettanto impeccabilmente eseguita dagli undici danzatori e che il disegno luci con suggestioni da Rothko e particolari non stucchevolmente poetici – i palloncini, la neve – complicano di astratta pregnanza.

Laura Bevione

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