Solo il 53% delle donne italiane si considera un decisore economico all’interno della propria famiglia. Gli uomini? Il 77%. Ventiquattro punti percentuali di distanza che non misurano un’inferiorità cognitiva, ma un deficit di legittimazione È questa la fotografia che emerge dalla ricerca Value Finance 4 Ladies’ Values, condotta da Sda Bocconi School of Management per Zenith Global. Lo studio, diretto da Andrea Beltratti, Full Professor del Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi, e da Alessia Bezzecchi, Director dell’Executive Master in Finance di Sda Bocconi, con il contributo di Alessia Sconti, Research Fellow, ha analizzato le risposte di circa mille intervistati attraverso un modello econometrico capace di isolare, per la prima volta con questo rigore su dati italiani, cosa determina davvero il comportamento finanziario femminile. La risposta? Il genere, da solo, non conta quasi nulla: contano istruzione, reddito, abitudini familiari e la fiducia (o la sua assenza) in se stesse.
Prima di parlare di donne, la ricerca fa i conti con una realtà scomoda per tutti: il livello di alfabetizzazione finanziaria degli italiani è drammaticamente basso. Il 37% degli intervistati non conosce il concetto di tasso di interesse reale; il 69%, quasi sette persone su dieci, non comprende la relazione tra tassi di interesse e prezzi delle obbligazioni; solo il 51% sa correttamente cosa significa il binomio rischio-rendimento nel lungo periodo: il problema è strutturale prima ancora che femminile.
L’analisi econometrica basata sulle cosiddette Big3 di Lusardi (le tre domande standard usate a livello internazionale per misurare la literacy finanziaria chiedendo se si capisce come funziona l’interesse composto, cosa fa l’inflazione al potere d’acquisto e perché diversificare un portafoglio riduce il rischio), produce un risultato che dovrebbe chiudere molte discussioni mal impostate. Una volta controllate le variabili socio-economiche, il genere di per sé non risulta statisticamente significativo nel determinare le competenze finanziarie. Non è essere donna che fa la differenza. È non avere la laurea (che aumenta la probabilità di literacy tra l’8% e il 14%), è non avere un reddito alto (che la aumenta fino al 19%), è essere cresciute in una famiglia che di soldi non parlava, e portare addosso il peso di stereotipi che tolgono spazio e legittimità prima ancora che qualcuno apra bocca. Uno degli aspetti più originali della ricerca riguarda proprio la misurazione degli stereotipi di ruolo familiare e il loro impatto sulla financial literacy. I ricercatori hanno introdotto nel modello econometrico variabili legate alla percezione dei ruoli di genere in famiglia (chi deve provvedere al sostentamento, chi si occupa della cura, chi è superiore in matematica) e il risultato è inequivocabile: chi interiorizza stereotipi di ruolo familiare ha una probabilità di possedere competenze finanziarie inferiore del 34% rispetto a chi non li condivide, con significatività statistica al 99%. Al contrario, la fiducia nelle proprie competenze agisce come un moltiplicatore potente: chi si sente capace ha una probabilità di rispondere correttamente alle domande di literacy superiore del 16%.
La psicologia cognitiva ha un nome per il meccanismo inverso: stereotype threat, il fenomeno per cui una persona appartenente a un gruppo bersaglio di stereotipi negativi finisce per performare peggio di quanto potrebbe, soprattutto quando tiene particolarmente a fare bene. In campo finanziario questo si traduce in minore esposizione alle decisioni economiche, minore interesse, minore pratica e quindi, alla fine, minori competenze.
La parte forse più inquietante è che questi stereotipi non riguardano solo le donne: l’interazione tra stereotipo e genere non risulta significativa, il che significa che i condizionamenti vengono interiorizzati in egual misura da uomini e donne. Il problema, insomma, non è la singola donna che non si fida di sé: è il sistema culturale complessivo che ha smesso di incoraggiare metà della popolazione a sentirsi a proprio agio davanti a una decisione d’investimento. «Il divario di genere emerge soprattutto nel passaggio dalla gestione del denaro alla partecipazione agli investimenti», commenta Andrea Beltratti, Full Professor del Dipartimento di Finanza dell’Università Bocconi. «Le donne, a parità di competenze, adottano comportamenti finanziari simili agli uomini, ma investono meno frequentemente: è qui che si gioca la vera sfida dell’inclusione economica».
«L’autonomia economica è una condizione necessaria per la libertà di scelta», sottolinea Paola Cillo, Associate Dean for Research di Sda Bocconi. «Quando viene limitata, anche in forme meno visibili, si riduce lo spazio decisionale delle persone e la possibilità di costruire il proprio futuro. La creazione di consapevolezza e di educazione sono condizioni necessarie per favorire un cambiamento concreto e di impatto sociale»,
Quando i ricercatori analizzano la gestione attiva del denaro, scoprono che uomini e donne si comportano in modo sostanzialmente identico: a parità di istruzione, reddito, occupazione e fiducia nelle proprie competenze, il genere non risulta statisticamente significativo nella gestione finanziaria quotidiana. Nessuna differenza che spieghi chi gestisce i conti di casa, chi pianifica le spese, chi prende le decisioni correnti. «Se solo il 53% delle donne si considera decisore economico in famiglia, contro il 77% degli uomini, il tema non è la capacità ma l’accesso, la fiducia e il contesto», rimarca Alessia Bezzecchi, Program Director dell’Executive Master in Finance (Emf), lo stesso master di cui Beltratti è Academic Director. «L’educazione finanziaria non è solo uno strumento per migliorare le decisioni economiche, ma una leva per ridurre l’ansia finanziaria e rafforzare l’autonomia. Senza consapevolezza economica, il rischio è che le disuguaglianze si traducano in forme di dipendenza».
Il divario emerge in modo netto solo nel passaggio agli investimenti finanziari. Le donne mostrano una probabilità statisticamente inferiore di essere investitrici, con un effetto particolarmente marcato sulle azioni e sui fondi di investimento. Ed è qui che la ricerca formula la sua tesi più radicale: il gender gap nella finanza nasce dal salto culturale che separa la gestione del denaro dalla partecipazione ai mercati. Un salto che richiede fiducia, legittimazione sociale e la sensazione, ancora troppo raramente coltivata, di avere il diritto di farlo.
Il problema non è neppure l’offerta. Esistono già strumenti finanziari flessibili e accessibili, dai Piani di Accumulo del Capitale ai prodotti a bassa soglia di ingresso. Il problema è la domanda, più precisamente la sua soppressione culturale. Per anni la narrativa dominante ha spiegato il minore coinvolgimento femminile negli investimenti con una presunta maggiore avversione al rischio delle donne. La ricerca smonta anche questo pilastro: il modello econometrico sulla propensione al rischio mostra che il genere non risulta determinante né nella versione generale né nella propensione al rischio elevato. A determinare quanto una persona sia disposta a rischiare sono, nell’ordine, l’educazione finanziaria ricevuta, la fiducia nelle proprie competenze, il reddito alto e, con un effetto sorprendente, la stessa presenza di stereotipi familiari che paradossalmente, una volta superati, aumentano la propensione al rischio. L’età invece abbassa la propensione in modo significativo, con un calo marcato dopo i quarant’anni. La minore partecipazione femminile agli investimenti, insomma, non sembra essere spiegata da una minore propensione al rischio. Le donne investono meno perché il sistema, culturale e familiare, ha costruito barriere invisibili tra loro e il mercato dei capitali. Umberto Rasori, Ceo di Zenith Global, lo afferma con la franchezza di chi ha deciso di non accontentarsi della diagnosi: «Questo progetto nasce dalla volontà di trasformare una riflessione in azione concreta: promuovere una cultura finanziaria più inclusiva significa contribuire in modo diretto all’indipendenza economica e alla piena partecipazione delle donne alla vita economica. In Zenith Global abbiamo intrapreso un percorso che ci ha portato ad ottenere la certificazione sulla parità di genere, con oltre il 63% della popolazione aziendale e l’80% del management rappresentato da figure femminili».
La ricerca introduce anche un concetto raramente misurato nelle analisi quantitative italiane: l’ansia finanziaria, che coinvolge il 24% degli intervistati. Le donne la riportano in misura leggermente superiore agli uomini, ma anche qui il determinante principale non è il sesso biologico: è la mancanza di conoscenze. Chi ha competenze di base riduce in modo significativo i propri livelli di ansia; l’educazione finanziaria nel suo complesso ha un effetto ancora più potente; il reddito alto abbatte l’insicurezza economica in misura rilevante. Le competenze finanziarie non solo migliorano la capacità di prendere decisioni economiche, dunque, ma contribuiscono anche a ridurre l’ansia e l’incertezza legate alla gestione del denaro.
C’è però un dato che merita attenzione particolare: anche l’aver discusso di denaro in famiglia durante l’adolescenza, con i propri genitori, riduce significativamente l’ansia finanziaria in età adulta. Ricevere la paghetta e confrontarsi sui soldi in famiglia durante la crescita produce effetti duraturi sulla gestione virtuosa delle proprie finanze (Bucciol e Veronesi, 2014; Sansone et al., 2019). La finanza si impara in casa prima che a scuola o in banca, e se in casa il copione prevede che di soldi «se ne occupa papà», il danno si perpetua di generazione in generazione. Elsa Fornero, Professoressa Onoraria all’Università di Torino, lo esprime con la nitidezza di chi ha dedicato una carriera a questi nodi: «L’educazione finanziaria è diventata un elemento imprescindibile di cittadinanza, e la strada verso l’indipendenza richiede di sfatare gli stereotipi diffusi e promuovere la cultura del rispetto, vigilare sulla parità di opportunità, un terreno di gioco livellato, e di trattamento, eliminare il pay gap, promuovere l’applicazione di meccanismi di selezione e promozione basati sul merito piuttosto che sull’anzianità, sul potere, sulle relazioni».
La sintesi più efficace dell’intera ricerca è una piramide che illustra il percorso progressivo verso l’autonomia finanziaria. Alla base stanno istruzione e reddito. Sul primo gradino, la financial literacy. Al secondo, la fiducia nelle proprie competenze. Al terzo, la gestione attiva delle finanze. Al quarto, la partecipazione ai mercati. In cima, come traguardo: l’autonomia finanziaria. Ogni gradino dipende da quello precedente, e il divario di genere non si manifesta nelle fondamenta della piramide ma più in alto, proprio nel momento del salto tra gestione attiva e investimento. Un salto che il sistema fatica ancora ad abilitare per le donne, non per mancanza di strumenti ma per mancanza di quello che Darya Majidi, presidente di UN Women Italy, chiama le «Tre C»: «L’autonomia finanziaria delle donne non arriverà per concessione, né per delega: nasce quando una donna decide di essere la prima a investire su sé stessa. Cuore, per mettere la stessa energia che storicamente dedichiamo alla famiglia anche nella nostra crescita personale e professionale; Competenze, soprattutto finanziarie e digitali, oggi ancora più imprescindibili nell’era dell’intelligenza artificiale; e Coraggio, quello di prendere in mano le proprie scelte lavorative e finanziarie senza aspettare che lo faccia qualcun altro al nostro posto. È così che costruiamo una vera indipendenza economica».
L’articolo I soldi? Roba da femmine proviene da Economy Magazine.
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Marina Marinetti
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