Settant’anni fa il Servizio Sanitario Nazionale fu pensato attorno a un modello preciso: il medico di famiglia al centro, la fiducia del paziente verso il suo dottore come fulcro della medicina territoriale. Era il medico a decidere le cure, le analisi, i ricoveri o le visite a casa. Quel modello ha funzionato finché le famiglie erano numerose, i pazienti cronici pochi e gli studi medici aprivano alle 9 quando la gente aveva già lavorato tre ore. Oggi i cronici sono milioni, le famiglie sono cambiate e il Pronto Soccorso è diventato il sostituto del medico di base. La Regione Lazio firma oggi un accordo per provare a invertire questa deriva. Dopo anni di attesa.
Non lo fa in una giornata qualsiasi. Ma in quella nella quale Francesco Rocca inaugura il nuovo presidio di Anagni ed una nuova ala del Pronto Soccorso di Frosinone. Nuove regole e nuove strutture nello stesso giorno.
Le nuove regole
Un termometro della sanità utilizzato in tutta Europa viene sistematicamente ignorato in Italia: la percentuale di accessi al Pronto Soccorso che si potrebbero evitare. Quanti non andrebbero ad intasare gli ospedali se la medicina territoriale funzionasse. In alcune regioni supera il 30%. Pazienti con febbre alta, lombalgie, pressione alterata, crisi glicemiche nei diabetici cronici: persone che in un sistema sanitario territoriale efficiente troverebbero risposta dal medico di famiglia. E che invece finiscono al Pronto Soccorso perché non sanno dove altro andare dopo le 18 di un pomeriggio feriale.
È su questo problema — antico, strutturale, mai risolto — che la Regione Lazio interviene oggi con la firma del nuovo Accordo Integrativo Regionale con i medici di medicina generale. Un accordo che arriva dopo anni di attesa, che vede la firma di tutte le organizzazioni sindacali della categoria e che si presenta — con quella formula che i comunicati regionali amano — come «un modello innovativo a livello nazionale».
Il problema che l’accordo cerca di risolvere
La medicina di famiglia italiana è organizzata attorno a un modello che ha settant’anni. Il medico di base ha il suo studio, i suoi orari, i suoi pazienti in lista. Quando non c’è — il pomeriggio, il weekend, di notte — il sistema si arrangia con la guardia medica, che non conosce il paziente, non ha accesso alla sua storia clinica, non può fare molto più che prescrivere un farmaco o indirizzare al Pronto Soccorso.
Il risultato è una discontinuità assistenziale strutturale che pesa sui pazienti, in particolare sugli anziani e sui cronici. E che produce ingorghi nei Pronto Soccorso dove il codice bianco e il codice verde si accumulano in attesa insieme al codice rosso.
La risposta che l’accordo propone si chiama AFT — Aggregazioni Funzionali Territoriali. Non una fusione degli studi medici, non una cancellazione del rapporto fiduciario tra medico e paziente: quello rimane intatto. Ma una rete organizzativa in cui più medici che operano sullo stesso territorio condividono la copertura, le informazioni cliniche, la gestione dei pazienti cronici. Dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 20, la rete garantisce continuità. Nei festivi e nelle ore notturne subentra la continuità assistenziale e le Case della Comunità.
Per il paziente diabetico che alle 19:30 di un giovedì ha la glicemia fuori controllo, significa avere un punto di riferimento territoriale invece del Pronto Soccorso. Non è una rivoluzione: è quello che altri paesi europei fanno da decenni. Ma in Italia, e nel Lazio, era ancora un obiettivo mancato.
Le Case della Comunità: la promessa del PNRR
C’è un filo che collega questo accordo al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Le Case della Comunità (gli hub territoriali dove medici di famiglia, specialisti, infermieri di comunità e assistenti sociali dovrebbero lavorare in modo integrato) sono uno degli investimenti più consistenti del PNRR in ambito sanitario. Miliardi di euro per costruire strutture che dovrebbero diventare il punto di riferimento della salute di prossimità.
Il problema è che costruire le strutture è la parte facile. La parte difficile è convincere i medici di medicina generale a integrarsi in un modello organizzativo che presuppone condivisione, coordinamento, orari concordati. È complesso per i medici di famiglia sono professionisti autonomi, titolari di un rapporto fiduciario personale con i propri pazienti, tradizionalmente gelosi della propria indipendenza.
Questo accordo prova a sciogliere quel nodo. Le AFT opereranno preferenzialmente nelle Case della Comunità. Ma — e questa è la clausola che rende l’accordo politically viable — anche gli studi medici esistenti potranno essere riconosciuti come presidi del Servizio Sanitario Regionale, progressivamente attrezzati con strumenti di primo livello. Non si chiede ai medici di abbandonare i propri studi: si costruisce una rete attorno a quelli che già esistono.
Le condizioni economiche: il nodo che bloccava tutto
Dietro ogni accordo sindacale non firmato per anni c’è quasi sempre una questione economica non risolta. Anche in questo caso.
L’accordo interviene sull’uniformità di trattamento tra medici già in servizio e nuovi incaricati: una disparità che aveva generato tensioni e resistenze nella categoria. Introduce maggiori tutele personali, compreso il miglioramento delle garanzie in caso di maternità. E riconosce economicamente il ruolo aggiuntivo che i medici svolgeranno nell’ambito delle AFT e della medicina di iniziativa.
La Regione Lazio ha scelto (ed è questo l’elemento di discontinuità rispetto al passato) di investire risorse aggiuntive rispetto a quelle previste dal contratto nazionale. Non solo redistribuire quello che c’era, ma mettere nuovi fondi sul tavolo. È la condizione necessaria per convincere una categoria professionale a cambiare un modello organizzativo che funzionava — male, ma funzionava — da settant’anni.
La prevenzione come nuovo mandato
Cambia strutturalmente il mandato del medico di medicina generale. Fino ad oggi quel mandato era essenzialmente curativo: il paziente viene, il medico visita, prescrive, indirizza. Il nuovo accordo introduce la medicina di iniziativa: il medico che non aspetta il paziente malato ma che monitora proattivamente i pazienti a rischio, intercetta i fattori di rischio prima che diventino malattia, incoraggia stili di vita corretti anche nella popolazione sana.
È un cambiamento di paradigma profondo. Richiede strumenti digitali — e l’accordo prevede l’utilizzo degli strumenti digitali regionali per il monitoraggio degli assistiti. Richiede tempo e le AFT liberano tempo condividendo il carico organizzativo. Richiede una formazione diversa, che l’accordo non affronta esplicitamente ma che è la condizione necessaria perché il modello funzioni davvero.
Le aree rurali: il problema del Lazio meridionale
C’è infine un punto che ha una rilevanza specifica per il territorio della Ciociaria e del Lazio meridionale: la previsione di soluzioni specifiche per le aree rurali, periferiche e disagiate.
In queste aree il problema dell’accesso alla medicina di base non è organizzativo ma geografico. Il medico c’è, ma dista venti chilometri. Lo studio è aperto, ma raggiungerlo richiede un’auto e mezz’ora di strada di montagna. Un problema che tocca in particolare la Valle del Sacco, le aree montane della provincia di Frosinone, il basso Lazio.
L’accordo prevede che in queste aree possano essere coordinate più sedi assistenziali sullo stesso territorio, garantendo «assistenza di prossimità senza costringere i cittadini a lunghi spostamenti». È la risposta corretta al problema corretto. Ma la sua attuazione dipenderà dalla capacità delle ASL locali di mappare i territori, individuare le sedi, convincere i medici ad aderire a un modello che richiede flessibilità organizzativa.
Fin qui il metodo. Ma da oggi ci sono anche le strutture.
Ad Anagni: il modello che si vede
Anagni, questa mattina. Francesco Rocca taglia il nastro di una struttura che rappresenta la versione concreta di tutto quello che l’accordo con i medici di base promette in astratto. La Casa della Comunità, finanziata con oltre 3,5 milioni di euro di risorse PNRR, è classificata come Super Hub h24 al servizio di circa 87.000 cittadini del Distretto Anagni-Alatri: assistenza primaria, specialistica, infermieristica, servizi sociosanitari e amministrativi in un’unica sede. Accanto, l’Ospedale di Comunità con 20 posti letto per i pazienti fragili e cronici che escono dall’ospedale ma non sono ancora pronti a tornare a casa senza supporto: quella zona grigia dell’assistenza che in assenza di strutture dedicate finisce per intasare i reparti acuti.
Ma la notizia politicamente più rilevante tra quelle di Anagni riguarda il PACO, il Punto Oncologico di Accesso e Continuità di Cura con il suo Punto di Somministrazione Farmaci Antiblastici: sei postazioni per le infusioni chemioterapiche, attivate sul territorio per consentire ai pazienti oncologici di effettuare visite, controlli e terapie senza doversi spostare verso altri ospedali della provincia.
Era un servizio atteso da anni. Anni in cui i malati di cancro del distretto Anagni-Alatri percorrevano chilometri per ricevere cure che avrebbero potuto ricevere vicino a casa. Oggi non dovranno più farlo.
A Frosinone: l’emergenza che respira
A Frosinone, il problema era diverso ma ugualmente urgente: il sovraffollamento del Pronto Soccorso dello Spaziani — con pazienti in attesa di ricovero sistemati nei corridoi, il fenomeno del corridor care che in Italia è una vergogna strutturale e in Ciociaria come altrove si ripete ogni giorno.
La risposta è la nuova Holding Area: 500 metri quadrati di ampliamento dell’ospedale, 15 posti letto dedicati ai pazienti in attesa di ricovero, una Control Room con postazione a vetro che consente di monitorare tutti i posti letto simultaneamente. Finanziata con 4,5 milioni di euro di fondi del Giubileo: una delle poche eredità concrete di quella destinazione di risorse straordinarie che ha riguardato anche strutture sanitarie. La nuova area non risolve il problema strutturale del sovraffollamento, che dipende dalla carenza di posti letto nei reparti. Ma crea le condizioni per gestirlo in modo dignitoso, sicuro e monitorato, invece di lasciare i pazienti ad aspettare su una sedia in corridoio.
La lettura politica
La lettura complessiva di questa giornata è quella di una politica sanitaria regionale che prova a muovere i diversi pezzi del sistema nello stesso momento. Le Case della Comunità senza i medici di base che ci lavorano sono edifici vuoti. I medici di base organizzati in rete senza strutture dove operare restano studi privati coordinati per via informatica. Le Holding Area dei Pronto Soccorso riducono i danni ma non curano la malattia, che è la medicina territoriale che non riesce a intercettare i pazienti prima che arrivino in emergenza.
Oggi tutte e tre le dimensioni si sono mosse insieme. Anagni ha le strutture. Frosinone ha più spazio per l’emergenza. I medici di base del Lazio hanno un accordo che li organizza in rete e li paga per farlo.
Il vero test non è il giorno dell’inaugurazione. È dodici mesi dopo — quando si misura se le Case della Comunità sono aperte e frequentate, se le AFT funzionano davvero, se il Pronto Soccorso dello Spaziani è meno intasato di prima. Le strutture si costruiscono in mesi. I modelli sanitari si costruiscono in anni. E si misurano sui pazienti che non vanno più al Pronto Soccorso perché hanno trovato risposta prima.
Oggi Francesco Rocca ha tracciato il solco della nuova sanità nel Lazio. Tra un anno raccoglierà i numeri. saranno fondamentali: perché subito dopo ci sarà il giudizio degli elettori.
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