Michael Ende la chiamava la Storia Infinita. Bastian la leggeva e non finiva mai — ogni volta che sembrava arrivato all’ultima pagina, ne compariva un’altra. La Certosa di Trisulti funziona così. Il Ministero revoca la concessione. Fine. Il TAR la restituisce al DHI. Fine. Il Consiglio di Stato ribalta tutto. Fine. La Regione prende in gestione il monastero. Fine. E adesso Benjamin Harnwell, presidente del Dignitatis Humanae Institute, annuncia che il suo team legale sta valutando se portare l’Italia davanti alla Corte di Strasburgo. Un’altra pagina. Come al solito.
Come tutto iniziò: il bando, il monastero, il sovranismo
Il 28 dicembre 2016 il Ministero dei Beni Culturali pubblica un avviso pubblico per l’affidamento in concessione di beni immobili appartenenti al demanio culturale dello Stato. Tra questi c’è la Certosa di Trisulti: un complesso monastico di straordinario valore storico e architettonico, costruito nel XII secolo, che i monaci cistercensi di Casamariavevano abitato per secoli e da cui si stavano ritirando.
Il DHI di Harnwell — con la benedizione economica e politica di Steve Bannon, all’epoca ancora ai vertici dell’influenza globale del pensiero sovranista dopo l’elezione di Donald Trump — vince quel bando. L’obiettivo dichiarato era ambizioso: trasformare l’antica certosa in una scuola internazionale di formazione politica per «i nuovi leader della difesa delle radici giudaico-cristiane dell’Occidente». Un’accademia del sovranismo europeo, con Bannon come ispiratore e Harnwell come direttore.
Il progetto è subito al centro di polemiche nazionali e internazionali. Ma il contratto viene firmato. I problemi arrivano subito dopo.
Le anomalie
La Procura di Roma conduce un’indagine approfondita sull’assegnazione della concessione. Quello che emerge è un quadro di irregolarità significative.
La prima: il DHI aveva indicato nella domanda di partecipazione al bando, tra le proprie finalità principali, attività di «tutela, promozione, valorizzazione e conoscenza dei beni culturali e paesaggistici». Il problema è che quelle finalità erano state inserite nello statuto dell’associazione solo il 30 marzo 2017, cioè dopo la presentazione della domanda. Stando alle accuse, lo Statuto era stato retrodatato, o almeno modificato retroattivamente per adeguarsi ai requisiti richiesti.
La seconda: nella documentazione presentata, il DHI dichiarava di gestire il «Piccolo Museo Monastico di Civita», come prova di una «documentata esperienza almeno quinquennale nel settore della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale». Quell’esperienza era un requisito essenziale del bando. Il problema è che quel museo, secondo le indagini della Procura, non sarebbe mai esistito. L’attestazione era stata firmata dall’abate di Casamari, Padre Eugenio Romagnuolo — deceduto nell’aprile 2020 durante la pandemia — su carta intestata e timbrata.
La terza: i canoni di affitto — 100.000 euro all’anno previsti dal contratto — non erano mai stati pagati. Né nel 2018 né nel 2019.
Il pm Carlo Villani della Procura di Roma notifica ad Harnwell un avviso di conclusione delle indagini per turbata libertà degli incanti e inadempimento in pubbliche forniture. La Corte dei Conti lo cita in giudizio per il pagamento di 200.000 euro di canoni arretrati.
Il paradosso giudiziario
È qui che la storia diventa interessante dal punto di vista giuridico e che si capisce perché Harnwell possa sostenere la propria «totale innocenza» senza mentire del tutto.
Ogni procedimento penale specificamente istituito per giudicare la sua condotta si è concluso, sostiene, senza una condanna. Le indagini della Procura di Roma non hanno prodotto un processo che si sia concluso con una sentenza di colpevolezza. La Corte dei Conti (che aveva citato il DHI per il recupero dei canoni non pagati) ha concluso la sua parabola senza rilevare profili penalmente rilevanti a carico di Harnwell per le irregolarità documentali.
Ma la pubblica amministrazione italiana (e qui sta il punto centrale del contenzioso che potrebbe arrivare a Strasburgo) ha revocato la concessione non in seguito a una sentenza di un tribunale, ma attraverso i propri strumenti amministrativi. Il Ministero dei Beni Culturali ha comunicato al DHI la risoluzione del contratto per inadempimento, ha azionato le procedure di recupero del bene e alla fine la Certosa di Trisulti è tornata nelle mani dello Stato: prima del Ministero, poi della Regione Lazio che l’ha presa in gestione.
Tutto questo – sostiene oggi Harnwell – è avvenuto senza che un tribunale specificamente costituito per accertare le irregolarità documentali nella gara d’appalto si sia mai pronunciato con una sentenza di condanna.
L’argomento di Harnwell e la sua debolezza
«La pubblica amministrazione italiana mi ha privato della concessione sulla base delle proprie affermazioni secondo cui avrei reso dichiarazioni false nell’ambito di una gara pubblica e sarei venuto meno agli obblighi derivanti dalla concessione, senza che alcun tribunale specificamente costituito per accertare tali fatti si sia mai pronunciato a suo favore», ha dichiarato Harnwell al Brussels Signal. «Al contrario, ogni tribunale specificamente costituito per giudicare la mia condotta ha invece riconosciuto in modo inequivocabile la mia totale innocenza».
È un argomento che contiene una verità parziale e una confusione deliberata. La verità parziale: è vero che la revoca amministrativa di una concessione non richiede una previa condanna penale. L’amministrazione può sciogliere un contratto per inadempimento senza aspettare i tempi della giustizia penale, altrimenti nessun contratto pubblico potrebbe mai essere risolto, dato che i processi italiani durano anni.
La confusione deliberata: le assoluzioni nei procedimenti penali a carico di Harnwell non certificano che le irregolarità nella gara d’appalto non ci siano state. Certificano che le prove raccolte dalla Procura non erano sufficienti per una condanna penale al di là di ogni ragionevole dubbio, che è uno standard probatorio molto più alto di quello richiesto per una revoca amministrativa.
L’Italia ha una lunga tradizione giurisprudenziale (confermata dalla Corte di Cassazione in molti precedenti) che distingue nettamente il piano penale da quello amministrativo. La Corte di Strasburgo conosce quella distinzione e generalmente la rispetta.
L’ipotesi CEDU: una scommessa rischiosa
Il DHI non esclude di portare il caso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. I diritti che potenzialmente potrebbero essere invocati sono il diritto a un equo processo (Articolo 6 CEDU), la tutela della proprietà (Protocollo 1, Articolo 1) e il diritto a un ricorso effettivo (Articolo 13).
La CEDU — è opportuno precisarlo — non è un tribunale di appello che rivaluta i fatti decisi dai tribunali nazionali. Può accertare una violazione della Convenzione e ordinare misure riparatorie, ma non può annullare le decisioni dei giudici italiani né ordinare la restituzione della certosa. Anche nel caso di una pronuncia favorevole a Harnwell (che molti giuristi ritengono improbabile) il rimedio sarebbe quasi certamente un risarcimento in denaro, non il ripristino della concessione.
Il Dignitatis Humanae Institute sta esaminando la sentenza «parola per parola, riga per riga», dice Harnwell. Se l’esame non producesse argomenti sufficienti per un ricorso a Strasburgo, il caso rimarrebbe dove è: chiuso nei fascicoli degli archivi giudiziari italiani, con la Certosa di Trisulti nelle mani della Regione Lazio.
La dimensione politica che cambia
C’è un elemento che nel 2026 è diverso rispetto al 2018 o al 2020, quando la vicenda era al suo apice. L’Italia è governata da Giorgia Meloni, leader di quel centrodestra conservatore cattolico che l’agenda ideologica del DHI e di Bannon aveva contribuito a forgiare. La narrativa del «complotto dello Stato di sinistra contro i difensori dell’identità cristiana» che Harnwell aveva usato con successo allora, funziona meno in un contesto in cui il governo del Paese è espressione di quella stessa cultura politica.
La minaccia di portare l’Italia davanti alla Corte di Strasburgo per violazione dei diritti umani arriva mentre a Palazzo Chigi siede la premier che il sovranismo europeo considera la propria rappresentante più illustre. È difficile costruire la narrazione del giustizialismo politico contro i conservatori cristiani quando i conservatori cristiani governano il Paese.
Quello che resta
La Certosa di Trisulti è tornata aperta. La Regione Lazio la gestisce. I pellegrini e i turisti vi accedono. Il progetto di Bannon e Harnwell di farne l’accademia del sovranismo occidentale non si è mai realizzato: né durante i tre anni di occupazione del DHI, né dopo.
Quello che resta è una causa legale che potrebbe proseguire per anni in tribunali europei, un argomento politico che Harnwell continuerà a usare per raccogliere fondi e attenzione nei circuiti conservatori internazionali, e un monastero millenario che, dopo tutto questo, continua a fare quello che ha sempre fatto: esistere, resistere, sopravvivere ai protagonisti delle polemiche che lo attraversano.
Come sempre accade con i luoghi che durano più degli uomini.
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