Synology, quest’anno, ci ha sorpreso al Computex. L’azienda taiwanese ha deciso di focalizzare meno l’attenzione sulle componenti tecnologiche dei suoi NAS, per spostarla su tutto quello che sta dietro la macchina. Software, intelligenza artificiale privata, gestione dei dati e cyber-resilienza diventano le vere fondamenta dell’intero sistema.
Non significa che l’hardware abbia perso importanza. Piuttosto, significa che nell’era dell’AI e dei dati come vero capitale aziendale, non basta più inseguire la macchina più potente: serve un’infrastruttura nella quale hardware e software siano progettati per lavorare insieme, riducendo complessità, sprechi e costi difficili da prevedere.
Un cambio di passo che è risponde a esigenze di mercato chiare. Ma che significa anche trovare un modo nuovo per comunicare il valore di una soluzione che non è più solo archiviazione. Ne abbiamo parlato con Ambra Ferrari, Marketing Specialist per l’Italia di Synology, cercando di capire che cosa significhi questo cambio di passo per le imprese, quale ruolo resterà all’hardware e come potrebbe evolvere il NAS nei prossimi anni.
Il NAS non è più soltanto un archivio: intervista ad Ambra Ferrari di Synology
Il cambio di prospettiva è particolarmente sensibile perché riguarda anche il prodotto con cui molti identificano ancora Synology. Il NAS non viene più presentato semplicemente come uno spazio in cui conservare file o depositare una copia di sicurezza, ma come una piattaforma per governare i dati aziendali: proteggerli, organizzarli, renderli accessibili e, grazie all’AI, trasformarli in informazioni utili.
Computex è storicamente la fiera dell’hardware. Synology però ha portato al centro del racconto software, AI privata e cyber-resilienza. È cambiata Synology, o è cambiato il modo in cui le aziende devono pensare alla propria infrastruttura IT?
Più che un cambiamento di Synology, è cambiato il modo in cui le aziende devono pensare alla propria infrastruttura IT. Quello che emerge a Computex riflette un mercato che non ragiona più in termini di semplice capacità di storage, ma di come i dati possano essere gestiti, protetti e valorizzati in modo sicuro, intelligente e resiliente. In questo contesto, l’hardware resta un elemento fondamentale, ma rappresenta sempre più la base su cui costruire valore attraverso software, servizi e automazione.
Stiamo inoltre osservando un aumento costante dei costi dell’hardware, insieme a una disponibilità limitata di componenti sul mercato, fattori che impattano direttamente sui budget delle aziende, che si trovano a gestire esigenze di archiviazione in continua crescita. Per questo motivo, un software ottimizzato al massimo delle sue potenzialità, abbinato all’hardware giusto, diventa essenziale per costruire un’infrastruttura IT affidabile ed efficiente in termini di costi: invece di una corsa ai componenti di fascia più alta, l’attenzione si sposta sull’ottimizzazione di ogni elemento attraverso l’integrazione con il software.
L’attenzione verso AI privata e cyber-resilienza nasce proprio da questa evoluzione. Le aziende vogliono adottare l’intelligenza artificiale senza rinunciare al controllo dei propri dati. Per questo la nostra visione è portare l’AI direttamente all’interno dell’ambiente IT del cliente, on-premise o ibrido, integrandola con le piattaforme di gestione e governance già esistenti, così da mantenere sicurezza, compliance e sovranità del dato.
Anche la protezione dei dati è cambiata profondamente: non si tratta più solo di backup, ma di garantire continuità operativa. In uno scenario in cui anche i repository di backup possono essere un bersaglio, diventano essenziali capacità come l’isolamento dei dati, la verifica dell’integrità e la possibilità di un ripristino affidabile e rapido. È questo passaggio dalla protezione passiva alla cyber-resilienza attiva che oggi sta guidando l’evoluzione del settore.
Per anni il NAS è stato percepito soprattutto come il posto dove archiviare file e fare backup. Oggi lo raccontate come una piattaforma capace di proteggere, organizzare e valorizzare i dati. Le aziende clienti (e i partner) sono pronti a questo salto?
Crediamo che questo cambiamento sia già in corso. Negli ultimi anni le esigenze delle aziende si sono evolute: non cercano più soltanto uno spazio dove archiviare i dati, ma una piattaforma che li aiuti a gestirli in modo sicuro e a renderli realmente utilizzabili nel lavoro quotidiano.
Naturalmente il livello di maturità varia da organizzazione a organizzazione. Per molte PMI il primo passo resta quello di consolidare storage e backup in modo affidabile. Tuttavia, una volta costruita questa base, emerge progressivamente la richiesta di funzionalità più avanzate: collaborazione, protezione dei dati, gestione centralizzata e, sempre più spesso, integrazione con l’intelligenza artificiale.
Il punto di svolta avviene quando il dato non viene più visto come semplice archivio, ma come un asset attivo su cui costruire processi, automazione e nuovi strumenti di produttività. A quel punto diventa naturale evolvere verso una piattaforma più completa e integrata.
Il ruolo di Synology, insieme ai partner, è proprio quello di accompagnare questa transizione: renderla graduale, accessibile e coerente con le infrastrutture esistenti, senza interrompere ciò che funziona, ma ampliandone progressivamente le possibilità.

Quando parliamo di AI privata, il tema non è solo dove gira l’intelligenza artificiale, ma chi controlla dati, permessi, processi; ma anche i costi (soprattutto pensando ai token usati dagli agenti AI). Le vostre soluzioni che vantaggio danno in termini di sicurezza, compliance e contenimento dei costi?
Il tema dell’AI privata non riguarda soltanto dove viene eseguita l’intelligenza artificiale, ma soprattutto chi mantiene il controllo dei dati, dei permessi e dei processi che la utilizzano.
Per molte organizzazioni, l’adozione dell’AI si traduce in tre priorità principali: sicurezza dei dati, conformità normativa e sostenibilità economica nel tempo.
Dal punto di vista della sicurezza e della compliance, il vantaggio principale dell’approccio on-premises è la possibilità di mantenere i dati all’interno del perimetro aziendale. Questo riduce la necessità di esporre informazioni sensibili a servizi esterni e semplifica l’aderenza ai requisiti regolatori. Inoltre, poiché i dati restano all’interno della stessa infrastruttura, è possibile applicare più livelli di protezione, rendendo più difficile l’accesso non autorizzato, oltre a garantire la crittografia end-to-end. Ed infine, la presenza di strumenti completamente integrati semplifica le attività di ripristino dei dati.
Sul fronte dei costi, il tema è sempre più rilevante con la diffusione di modelli AI basati su consumo di token e API. L’obiettivo non è tanto ridurre la spesa, quanto renderla prevedibile e governabile. Attraverso strumenti di monitoraggio e limiti di utilizzo per utenti e gruppi, le organizzazioni possono ottenere visibilità sui consumi reali ed evitare utilizzi non controllati che possono generare costi imprevisti.
Inoltre, l’adozione di infrastrutture proprietarie consente anche un maggiore controllo finanziario nel lungo periodo, riducendo la dipendenza da modelli di costo variabili e ricorrenti legati all’utilizzo di servizi esterni.
Nell’Office Suite di Synology arrivano funzioni AI per traduzione, trascrizione e produttività. In un mercato dove Microsoft e Google hanno già portato l’AI negli strumenti da ufficio, qual è il valore distintivo di un approccio privato e on-premises?
Le soluzioni cloud di Microsoft e Google hanno accelerato enormemente l’adozione dell’AI negli ambienti office, ma il loro modello si basa inevitabilmente sull’elaborazione dei dati all’esterno del perimetro aziendale. Per molte organizzazioni questo introduce interrogativi importanti su privacy, compliance e controllo delle informazioni.
Il valore distintivo di un approccio come quello di Synology è proprio la possibilità di portare queste stesse funzionalità direttamente all’interno dell’infrastruttura del cliente.
Questo significa che le informazioni non devono essere trasferite verso servizi esterni per essere elaborate dall’AI, ma possono rimanere sotto il pieno controllo dell’organizzazione, con policy di accesso, logging e governance definiti internamente. È un aspetto particolarmente rilevante per settori regolamentati o per aziende che gestiscono dati sensibili.
Allo stesso tempo, l’integrazione dell’AI all’interno di una suite già unificata consente di ridurre la frammentazione degli strumenti e di offrire un’esperienza coerente tra storage, collaborazione e automazione. Il risultato non è solo una questione di sicurezza, ma anche di efficienza operativa e semplicità di gestione.

Con strumenti come DSM Agent, l’intelligenza artificiale può aiutare ad analizzare log, interpretare anomalie e suggerire azioni operative. Come si costruisce fiducia in un assistente AI che entra in un ambito così delicato come la gestione dell’infrastruttura?
Con DSM Agent abbiamo progettato meccanismi di protezione su ogni livello del workflow AI. Questo include il controllo degli accessi, la gestione dei permessi sugli strumenti, la de-identificazione dei dati sensibili e l’anonimizzazione quando vengono utilizzati modelli esterni. L’obiettivo è garantire che l’utilizzo dell’AI avvenga sempre all’interno di un perimetro controllato, in cui sicurezza, compliance e governance siano applicate in modo coerente lungo tutto il flusso.
Un altro elemento fondamentale è il contesto. DSM Agent non lavora su informazioni astratte o generiche, ma su dati reali dell’infrastruttura come log, stati di sistema e informazioni operative.
Poi c’è il tema del controllo operativo. Nella prima fase, con DSM Agent 1.0, il sistema si comporta come un consulente on-demand: aiuta a interpretare i problemi, suggerisce dove guardare e accelera la diagnosi, ma ogni decisione resta nelle mani dell’amministratore. È un modo per introdurre l’AI in modo graduale, verificabile e senza interrompere i processi esistenti.
La fiducia si costruisce quindi su questa combinazione di elementi: un sistema che opera su dati reali, che mantiene il controllo decisionale all’utente e che applica meccanismi di governance lungo tutto il ciclo di utilizzo dell’AI, così da rendere il comportamento sempre tracciabile, sicuro e gestibile anche in scenari più avanzati.
Nel mondo della cybersecurity si parla sempre più spesso di cyber-resilienza, non solo di protezione. Quanto è cambiata la conversazione con i clienti, soprattutto ora che anche i backup possono diventare un bersaglio degli attacchi? Come si inserisce ActiveProtect Manager 2.0 in questo contesto?
La conversazione con i clienti è cambiata in modo significativo negli ultimi anni: non si parla più solo di prevenzione degli attacchi, ma di capacità di continuare a operare e recuperare rapidamente quando un incidente si verifica. Questo passaggio da “cybersecurity” a “cyber-resilienza” è diventato centrale proprio perché gli attaccanti non si limitano più a colpire i sistemi primari, ma puntano anche ai backup e ai repository di recovery.
Oggi i backup non sono più considerati un livello separato e “sicuro per definizione”: sono a tutti gli effetti un obiettivo strategico degli attacchi ransomware. Per questo le aziende si aspettano soluzioni che non si limitino a conservare copie dei dati, ma che siano in grado di verificare continuamente l’integrità dei backup e garantire che siano effettivamente utilizzabili in fase di ripristino.
ActiveProtect Manager 2.0 nasce proprio in questo contesto. L’obiettivo non è solo il backup e il restore, ma la protezione attiva dell’intero ciclo di vita dei dati di backup, rafforzando la preparazione informatica delle organizzazioni. L’introduzione del rilevamento delle anomalie basato su AI consente di identificare segnali che possono indicare un attacco in corso o una compromissione, come modifiche anomale, cancellazioni di massa e variazioni di entropia, che misura il grado di casualità dei dati contenuti in un file e viene utilizzata per aiutare a determinare se un file contenga dati nascosti o script sospetti.
A questo si aggiunge un approccio più proattivo alla risposta: la possibilità di isolare versioni compromesse, integrare analisi antivirus e soprattutto garantire che, in caso di incidente, il sistema possa suggerire o ripristinare automaticamente l’ultimo punto di backup verificato come integro.

Synology nasce con un’identità hardware molto forte, ma oggi il racconto passa sempre più da DSM, ActiveProtect, Office Suite, AI e gestione centralizzata. In questa evoluzione, che ruolo resta all’hardware? Diventa invisibile, o è proprio l’hardware a rendere credibile il software?
L’hardware non diventa invisibile, ma cambia completamente ruolo: non è più il punto centrale della narrazione, ma è ciò che rende possibile tutto il resto.
In Synology l’evoluzione non è stata quella di separare hardware e software, ma di renderli sempre più interdipendenti. DSM, ActiveProtect, Office Suite e le capacità AI non sono livelli astratti sopra l’infrastruttura: dipendono direttamente dal fatto che hardware e sistema operativo siano progettati insieme.
Questo è particolarmente evidente nei nuovi scenari che stiamo vedendo emergere. Che si tratti di AI on-premises o di cyber-resilienza avanzata, non basta avere potenza di calcolo o capacità di storage: serve un sistema prevedibile, integrato e ottimizzato end-to-end, dove il comportamento dell’infrastruttura sia controllabile e consistente. In questo senso, l’hardware è ciò che garantisce affidabilità e coerenza al software.
Inoltre, in un contesto in cui l’hardware diventa sempre più costoso e la disponibilità dei componenti più limitata, il valore si sta naturalmente spostando verso un altro equilibrio: è il software ottimizzato per quell’hardware a creare il valore del sistema, non il contrario. È un cambiamento di prospettiva rispetto al passato.
Allo stesso tempo, questa integrazione permette di ridurre la complessità per il cliente finale: invece di dover assemblare componenti hardware e software eterogenei, si lavora su una piattaforma unica in cui infrastruttura e servizi sono progettati per funzionare insieme fin dall’inizio.

Guardando ai prossimi anni, che cosa diventerà un NAS? Un archivio, una piattaforma di AI privata, un nodo di sicurezza, una console per governare i dati aziendali? Quale definizione vorreste diventasse naturale per i vostri clienti?
Nei prossimi anni il NAS tenderà sempre meno a essere definito da una singola funzione, perché il suo ruolo si sta spostando dal “dove stanno i dati” al “come i dati vengono gestiti, protetti e utilizzati”.
Già oggi molte aziende non lo vedono più solo come uno storage o un sistema di backup, ma come una componente centrale della loro infrastruttura dati. Con l’evoluzione di DSM, delle soluzioni di cyber-resilienza e delle funzionalità AI on-premises, il NAS sta diventando sempre più una piattaforma unificata per la gestione dei dati.
In questo senso, le diverse definizioni che hai citato non sono in contraddizione tra loro: un NAS moderno è contemporaneamente un archivio, una piattaforma di AI privata, un nodo di sicurezza e una console per governare i dati aziendali. Il valore non sta in una singola funzione, ma nell’integrazione di questi livelli in un unico ambiente coerente che infine viene integrato nell’hardware.
Da spazio di archiviazione a piattaforma per i dati
Dalle risposte che Ambra Ferrari ci ha gentilmente dato, si capisce una direzione piuttosto netta: Synology non vuole abbandonare la propria identità hardware, ma utilizzarla come base per costruire un ecosistema sempre più integrato. Il valore non risiede più nel singolo componente, bensì nella capacità di far dialogare storage, collaborazione, protezione, automazione e intelligenza artificiale all’interno di un ambiente coerente.
L’AI privata rappresenta forse l’elemento più visibile di questa evoluzione. Non solo perché promette nuove funzioni per il lavoro quotidiano, ma perché prova a rispondere a una domanda che le aziende si pongono sempre più spesso: come adottare l’intelligenza artificiale senza perdere il controllo di informazioni, accessi e costi? L’elaborazione on-premises non sarà la soluzione ideale per ogni scenario, ma offre un’alternativa concreta nei contesti in cui privacy, compliance e prevedibilità economica hanno un peso determinante.
Lo stesso vale per la cyber-resilienza. Il backup non scompare, ma diventa parte di un processo più ampio, che comprende verifica, isolamento e ripristino sicuro. In altre parole, non conta soltanto avere una copia dei dati: bisogna essere certi che quella copia non abbia già accolto il ransomware come un ospite indesiderato.
La definizione futura di NAS, quindi, potrebbe essere molto più ampia di quella a cui siamo abituati. Archivio, piattaforma di AI privata, nodo di sicurezza e centro di governo dei dati non sono ruoli alternativi, ma livelli dello stesso sistema. La sfida per Synology sarà ora rendere questa trasformazione comprensibile e accessibile a tutti i propri clienti.
SYNOLOGY NAS DS925+ 4 alloggiamenti con capacità espandibile (senza disco)
- Prestazioni affidabili: fino a 522/565 MB/s di velocità sequenziale di lettura/scrittura per trasferimenti di dati stabili
- Rete veloce e flessibile: le doppie porte 2.5GbE offrono velocità di trasferimento di rete veloci e maggiore ridondanza
- Archiviazione di rete versatile: sfruttate la gestione integrata di file e foto, la protezione dei dati, la virtualizzazione e le soluzioni di monitoraggio
- Espansione di capacità: aggiungere 5 alloggiamenti di unità aggiuntivi per fino a 180 TB 4 di storage con un’unità di espansione DX525
- Supporto prodotto espandibile: garantito dalla garanzia hardware limitata di 3 anni di Synology, espandibile a 5 anni.
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Stefano Regazzi
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