deve pagare gli alimenti al figlio?


Per tagliare il mantenimento non basta perdere il lavoro. Serve un’indagine sui redditi totali se ci sono altri beni. La Cassazione spiega come funziona.

Quando un genitore perde il posto di lavoro, la prima preoccupazione riguarda la sostenibilità economica delle spese familiari. Spesso si pensa che, venendo meno lo stipendio mensile, si abbia automaticamente diritto a versare meno soldi per il sostentamento della prole. Tuttavia, la legge è molto prudente su questo aspetto e protegge l’interesse dei minori sopra ogni cosa. Dunque, se il padre viene licenziato deve pagare gli alimenti al figlio? È necessaria un’analisi che va oltre la semplice busta paga. I giudici non si fermano all’apparenza immediata data dalla disoccupazione o dall’indennità statale. Se esistono altri beni, partecipazioni in società o ricchezze accumulate nel tempo, il dovere di contribuire potrebbe non cambiare affatto. Una pronuncia della Corte di Cassazione ha chiarito che, prima di autorizzare qualsiasi taglio all’assegno, il tribunale ha il dovere di guardare nelle tasche del genitore a 360 gradi, utilizzando anche strumenti tecnici di verifica se necessario, per evitare che il figlio subisca ingiustamente una riduzione del suo tenore di vita.

Il licenziamento giustifica la riduzione dell’assegno?

La perdita del lavoro è sicuramente un evento importante nella vita di un genitore, ma non comporta in automatico la riduzione del contributo economico per i figli.

Spesso accade che un padre, licenziato per giustificato motivo oggettivo, chieda di rivedere al ribasso la cifra da versare mensilmente, sostenendo di vivere ormai solo grazie all’indennità di disoccupazione, nota come Naspi.

Tuttavia, i giudici stabiliscono che questo non basta. La sostituzione dello stipendio con l’ammortizzatore sociale è un dato di fatto, ma deve essere inserito in un quadro più ampio. Se la riduzione delle entrate da lavoro dipendente è l’unico parametro valutato, la decisione rischia di essere incompleta e ingiusta. Bisogna verificare se quella perdita di reddito ha davvero compromesso la capacità contributiva complessiva del genitore o se, invece, egli dispone di altre risorse per far fronte ai suoi doveri.

A cosa serve la consulenza tecnica sui conti?

Quando non è chiaro quanto sia ricco davvero un genitore, l’altro genitore può chiedere al giudice di nominare un esperto per fare i conti. Questo esperto redige la cosiddetta Ctu contabile (Consulenza Tecnica d’Ufficio).

La Cassazione (Cass. ord. n. 32540 del 13-12-2025) ha stabilito un principio molto severo: se viene richiesta un’indagine sui conti per capire l’effettiva incidenza del licenziamento sulle finanze del padre, il giudice non può ignorare la richiesta senza una valida motivazione.

Non dare corso alla Ctu contabile è un errore se ci sono indizi che fanno presumere l’esistenza di altre entrate. L’accertamento tecnico diventa indispensabile per capire se il licenziamento ha davvero reso il genitore “povero” o se è solo una variazione di una delle sue entrate, mentre il resto del patrimonio rimane solido.

Quali beni vengono valutati oltre allo stipendio?

Per stabilire l’importo dell’assegno, non si guarda solo al bonifico che arriva a fine mese. La valutazione della solidità economica comprende tutto ciò che il genitore possiede.

Nel caso analizzato, ad esempio, assumevano rilievo decisivo alcuni elementi che facevano presumere una disponibilità di risorse ben superiore alla semplice Naspi:

  • il genitore aveva ricoperto numerose posizioni societarie nel corso del tempo;

  • possedeva l’intera titolarità delle quote societarie dell’azienda proprietaria della casa familiare.

Questi elementi indicano che il genitore potrebbe avere “riserve” finanziarie o utili derivanti dalle società, che non scompaiono con il licenziamento. Se il giudice non indaga su questi aspetti tramite l’accertamento contabile, la decisione di tagliare l’assegno è illegittima perché si basa su una visione parziale della realtà.

Quanto conta la situazione economica della madre?

La decisione di ridurre o meno l’assegno dipende anche dal confronto con le risorse dell’altro genitore. Il mantenimento è un onere condiviso e va proporzionato.

L’accertamento contabile sul padre diventa ancora più necessario se la madre del minore si trova in difficoltà.

La Cassazione osserva che bisogna considerare attentamente la capacità patrimoniale della donna se questa:

  • è priva di una propria attività lavorativa e quindi non ha uno stipendio;

  • può contare solo sui proventi ricavati dalla vendita di un immobile;

  • possiede altri due immobili che però, al momento, non rendono nulla e potrebbero produrre reddito solo dopo costosi interventi di manutenzione.

In uno scenario del genere, dove la madre ha liquidità limitata e beni non immediatamente fruttiferi, ridurre l’assegno paterno senza aver prima scavato a fondo nelle finanze dell’uomo rischia di danneggiare gravemente il minore.

Un esempio pratico per capire la regola

Immaginiamo una coppia che si separa. Alla donna viene addebitata la separazione per infedeltà, ma il figlio viene collocato presso di lei. Il padre è un manager che possiede anche quote di una società immobiliare.

Un giorno il padre viene licenziato e inizia a percepire la Naspi, molto più bassa del suo vecchio stipendio. Subito chiede al giudice: “Non guadagno più come prima, devo dimezzare l’assegno per mio figlio”.

La madre si oppone: “È vero che non hai lo stipendio, ma sei proprietario di un’azienda e hai soldi da parte, mentre io sono disoccupata e ho solo una vecchia casa da ristrutturare”. Chiede quindi al giudice di nominare un contabile per verificare i beni del marito.

Se il giudice risponde “No, mi basta vedere che lui prende la Naspi per abbassare l’assegno”, commette un errore. La regola impone di verificare, calcolatrice alla mano, se le quote societarie del padre gli permettono comunque di mantenere il figlio come prima, nonostante il licenziamento.




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 Angelo Greco

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