L’esame di Maturità, già di per sé un rito iniziatico carico di tensione, si trasforma in una prova di sopravvivenza. E non è uno scenario apocalittico, è la fotografia di ciò che accade oggi in buona parte delle scuole italiane.
Il paradosso dei 500 milioni spesi e delle scuole che restano bollenti
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, alla vigilia degli esami aveva rassicurato: con gli investimenti degli ultimi anni, anche grazie ai fondi del PNRR, le scuole dotate di aria condizionata sono sempre più numerose. Peccato che i numeri raccontino una storia diametralmente opposta.
Secondo gli open data del Ministero stesso, solo il 7,42% degli edifici scolastici italiani possiede un impianto di condizionamento e ventilazione. Per capirci: su cento scuole, meno di otto possono offrire un ambiente con temperature accettabili durante le ondate di calore. La regione meglio piazzata, le Marche, si ferma al 26,4%. Poi un abisso: la Sardegna al 15,7%, il Veneto al 9,7%, l’Emilia Romagna al 7,8%. La Lombardia, locomotiva economica del Paese, si ferma al 6,4%. La Calabria e la Liguria al 6,6%.
Numeri che raccontano un fallimento cocente, reso ancora più amaro dall’enorme quantità di risorse spese. La Missione 4 del PNRR ha stanziato oltre 30 miliardi di euro per l’istruzione, con 4 miliardi destinati specificamente alla messa in sicurezza, riqualificazione ed efficientamento energetico degli edifici. Eppure, come denuncia Monica Fontana, responsabile dei dirigenti scolastici della Flc Cgil, “le ingentissime risorse non hanno risolto i problemi cronici della vetustà e inadeguatezza degli edifici scolastici con dotazioni tecnologiche 4.0 ma che cadono a pezzi e in cui si muore di freddo d’inverno e di caldo d’estate”.
La beffa? A pochi mesi dalla scadenza del Piano, meno della metà delle risorse assegnate risulta effettivamente spesa. E il divario Nord-Sud, lungi dall’attenuarsi, si è ampliato: le aree che partivano da condizioni migliori hanno saputo intercettare i fondi, mentre i territori già in difficoltà sono rimasti indietro.
Quando il “Piano Estate” diventa un paradosso
Il Ministero ha stanziato 300 milioni di euro per il cosiddetto “Piano Estate”, attività ricreative e di socializzazione durante i mesi di sospensione delle lezioni. Un’iniziativa lodevole sulla carta, che però si scontra con una realtà crudele: bambini e personale costretti a permanere in strutture che diventano forni a temperature che toccano i 35-36 gradi.
Il caso della Sicilia è emblematico. Adriano Rizza, segretario generale della Flc Cgil siciliana, definisce paradossale la situazione delle 705 scuole dell’isola, non attrezzate né per il freddo invernale né per il caldo torrido estivo. Il governo regionale ha aderito con entusiasmo al Piano Estate, ma il progetto si frantuma contro l’assenza di impianti di climatizzazione e la carenza di personale.
La proposta che divide: scuola da ottobre a giugno
Torna con forza la proposta di Marcello Pacifico, presidente nazionale del sindacato Anief: posticipare l’inizio delle lezioni al 1° ottobre, slittando la fine dell’anno scolastico a giugno inoltrato, e rimodulare la settimana per distribuire diversamente il carico orario.
“Con 6 mila scuole chiuse o orari ridotti, lezioni solo in aule condizionate in Francia, 10 mila prove finali rinviate, l’Italia cosa fa? – si chiede Pacifico – Come Anief diciamo no a lezioni d’estate”. La salute di 8 milioni di studenti e di un milione di lavoratori della scuola, sottolinea il sindacalista, non può essere subordinata a consuetudini ormai obsolete.
La Francia ha già dato l’allarme: la scorsa settimana l’ondata di calore ha paralizzato il sistema scolastico in diverse città, da Lione a Marsiglia, costringendo a posticipare le prove del baccalaureat. Un campanello d’allarme che interroga anche l’Italia, dove il patrimonio edilizio continua a mostrare le sue fragilità.
Ma la proposta divide. Spostare l’inizio della scuola a ottobre comporterebbe uno slittamento di tutto l’anno, con la fine delle lezioni che cadrebbe non più a metà giugno ma oltre. Chi teme di compromettere l’organizzazione familiare e chi, invece, la ritiene un sacrificio necessario.
La politica si muove: l’interrogazione di Manzi
La deputata Irene Manzi, responsabile scuola del Partito Democratico, ha depositato un’interrogazione parlamentare per forzare la mano del Ministero. Il punto, sostiene, è che il problema non è più contingente ma strutturale. “La scuola deve essere un luogo sicuro e di benessere sempre, anche di fronte alle nuove sfide climatiche”, ha dichiarato la parlamentare.
Manzi chiede chiarezza sullo stato dell’edilizia scolastica e sulle risorse effettivamente destinate all’efficientamento energetico. Ma soprattutto, solleva un tema cruciale: non esistono linee guida nazionali che stabiliscano cosa fare quando la temperatura raggiunge soglie critiche. Sospendere le lezioni? Ridurre l’orario? Garantire la salubrità dell’aria? Ogni istituto si arrangia come può, con la conseguenza che la tutela della salute dipende dalla sensibilità del dirigente scolastico o dalla fortuna di avere un edificio all’avanguardia.
La sua richiesta va oltre l’emergenza immediata: si spinge a ipotizzare un Piano nazionale per l’adattamento delle scuole alla crisi climatica. Un passo che molti ritengono inevitabile, vista la frequenza con cui ondate di calore estremo si abbattono sul Paese già a partire da maggio.
Il peso della legge: quando il caldo diventa un problema di sicurezza sul lavoro
C’è un aspetto che spesso viene trascurato nel dibattito: il caldo estremo nelle scuole non è un semplice contrattempo stagionale, ma a tutti gli effetti un problema di sicurezza sul lavoro. Il D.Lgs. 81/2008 impone ai dirigenti scolastici, in qualità di datori di lavoro, di aggiornare il Documento di Valutazione dei Rischi calcolando preventivamente lo stress termico.
La legge non fissa una soglia di sbarramento automatica, ma l’Allegato IV del decreto stabilisce parametri inequivocabili: in estate, le condizioni di comfort dovrebbero assestarsi tra i 24°C e i 27°C. Valori che, con le attuali ondate di calore, sono diventati un miraggio.
L’ANIEF Liguria ha inviato una nota formale ai dirigenti scolastici chiedendo azioni concrete: mettere a disposizione acqua fresca, spostare le attività nei locali meno esposti al sole, rotazione del personale nei locali più caldi e, nei casi documentati di maggiore gravità, la sospensione temporanea delle attività.
I bambini, i più vulnerabili
La preoccupazione maggiore riguarda la scuola dell’infanzia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità richiama l’attenzione su un dato fisiologico: i minori presentano una capacità di termoregolazione decisamente inferiore rispetto agli adulti. Permanere per ore in locali privi di un’adeguata ventilazione provoca affaticamento, irritabilità e sonnolenza, a cui si aggiungono una netta difficoltà di concentrazione e un altissimo rischio di disidratazione.
Il problema è che i più piccoli spesso non riescono a percepire e comunicare in tempo il proprio malessere. Un aspetto che rende ancora più urgente la necessità di interventi strutturali.
Il futuro: adattarsi o soccombere
L’emergenza climatica non è più una questione di qualche settimana, ma di mesi. L’estate si allunga, le ondate di calore iniziano già a maggio e proseguono fino a settembre. La scuola italiana si trova di fronte a una scelta epocale: adattare strutture e calendari a una nuova normalità climatica, o continuare a rincorrere l’emergenza con soluzioni tampone che non risolvono il problema.
Le risorse del PNRR, per quanto ingenti, non sono state sufficienti. E il tempo stringe: la scadenza del Piano è fissata proprio per il 2026. Come sottolinea Graziamaria Pistorino, segretaria nazionale della FLC CGIL, quasi tutti gli uffici dei luoghi di lavoro pubblici e privati sono dotati di impianti di climatizzazione, mentre le scuole ne sono prive nella maggioranza dei casi. Una disparità che riguarda il diritto alla salute, la capacità di apprendere e la dignità.
La risposta del Ministero, attesa nei prossimi giorni, sarà un banco di prova per l’esecutivo. Non basterà evocare interventi già programmati o risorse già stanziate. La posta in gioco è la credibilità del sistema scolastico nel suo insieme e, più in profondità, la capacità del Paese di proteggere le generazioni più giovani da una crisi che non accenna a fermarsi.
Perché se è vero che il clima è cambiato, è altrettanto vero che la scuola non può più permettersi di restare indietro.
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Andrea Carlino
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