Dal 31 ottobre il montante del fondo pensione si può incassare a rate. Ma il 15%, aliquota minima, è quella da cui partono le rendite.
Una casella da barrare su un modulo. Dal 31 ottobre chi ha un fondo pensione e matura i requisiti per la pensione ne trova una in più: l’erogazione frazionata del montante, cioè la possibilità di incassare i soldi accumulati a rate, per un periodo scelto da lui, purché non inferiore a cinque anni. È una libertà nuova. Ma ha un prezzo nascosto in un numero: 15 per cento. È l’aliquota più bassa che l’erogazione frazionata può raggiungere, dopo 35 anni di iscrizione. Ed è l’aliquota più alta da cui partono le altre forme di rendita.
La casella è il punto in cui un iscritto decide come vivrà con i suoi risparmi previdenziali, e una volta barrata non si torna indietro. Accanto a quella nuova ci sono le caselle di sempre. Si somigliano tutte. Ma a parità di soldi, quella dell’erogazione frazionata è la più cara.
Cos’è l’erogazione frazionata del fondo pensione?
Un’impiegata di sessantasette anni che ha versato per vent’anni in un fondo pensione e ha messo da parte 100mila euro. Fino a oggi poteva trasformarli in una rendita per tutta la vita, oppure scegliere una rendita a durata definita, calibrata sulla speranza di vita, oppure fare prelievi liberamente determinabili. Dal 31 ottobre può anche dire: voglio questi soldi in otto anni, a rate regolari. È l’erogazione frazionata.
L’ha introdotta la legge di bilancio. La partenza era fissata al 1° luglio, poi il decreto Primo Maggio l’ha spostata al 31 ottobre. Per usarla servono due condizioni: aver maturato i requisiti per la pensione nel proprio regime obbligatorio e aver partecipato al fondo per il periodo minimo richiesto. A quel punto l’iscritto può esercitare il suo diritto alla prestazione pensionistica complementare e scegliere come usare il montante finale.
Il montante, per capirci, è il totale accumulato: contributi versati, Tfr conferito, rendimenti maturati negli anni. È il salvadanaio che si apre il giorno della pensione.
Quali sono tutti i modi per incassare la pensione complementare?
Un modulo con sei caselle. Le opzioni disponibili sono queste:
- la liquidazione in capitale, entro il limite massimo dell’articolo 11, comma 3, del decreto legislativo 252 del 2005, che di regola è la metà del montante;
- la rendita vitalizia, un assegno per tutta la vita;
- la rendita a durata definita, parametrata alla speranza di vita;
- i prelievi liberamente determinabili;
- l’erogazione frazionata del montante;
- la liquidazione dell’intero montante in capitale, nei casi previsti dall’ultimo periodo dello stesso articolo 11, comma 3, cioè quando la rendita che ne deriverebbe sarebbe molto bassa.
Le caselle però non si barrano tutte insieme. La quota in capitale entro il limite ordinario si può abbinare a qualsiasi altra modalità, compresa l’erogazione frazionata. Per dire: l’impiegata con 100mila euro può prenderne 50mila subito e il resto a rate. Invece la rendita a durata definita, i prelievi liberamente determinabili e l’erogazione frazionata sono alternative alla rendita vitalizia, e fra loro non si possono combinare.
E c’è la regola più importante. Una volta avviata la liquidazione, la scelta non è revocabile. Resta una sola via d’uscita: convertire il montante residuo in una rendita vitalizia immediata oppure, se il fondo lo prevede, differita.
Come viene tassata l’erogazione frazionata del montante?
Una rata da 1.000 euro che arriva sul conto. Non tutta è tassabile. La parte imponibile si calcola togliendo i rendimentigià tassati negli anni e i contributi non dedotti, cioè quelli su cui l’iscritto non aveva avuto lo sconto fiscale. Su quello che resta si applica una ritenuta a titolo d’imposta, cioè un prelievo definitivo, che non si somma agli altri redditi.
Per l’erogazione frazionata la ritenuta è del 20 per cento. Scende di 0,25 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 15 per cento dopo 35 anni di iscrizione.
Per le altre prestazioni in forma di rendita, compresa quella a durata definita, la regola è diversa. La ritenuta parte dal 15 per cento e scende di 0,30 punti per ogni anno oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9 per cento.
Messe una accanto all’altra, le due scale fanno vedere il punto. Il miglior trattamento possibile per l’erogazione frazionata, dopo trentacinque anni di fedeltà al fondo, coincide con il trattamento di partenza delle altre rendite, quello che si ha con soli quindici anni di iscrizione.
Conviene di più l’erogazione frazionata o la rendita a durata definita?
Torniamo alla casella. Prendiamo un imponibile di 100mila euro e guardiamo che cosa succede con due anzianità diverse:
- con 20 anni di partecipazione, l’erogazione frazionata paga il 18,75 per cento, cioè 18.750 euro, mentre la rendita a durata definita paga il 13,5 per cento, cioè 13.500 euro: la differenza è di 5.250 euro;
- con 35 anni di partecipazione, l’erogazione frazionata paga il 15 per cento, cioè 15mila euro, mentre la rendita a durata definita paga il 9 per cento, cioè 9mila euro: la differenza è di 6mila euro.
La differenza cresce con gli anni, invece di ridursi. Chi è rimasto più a lungo nel fondo, e quindi ha di solito un montante più grande, perde di più scegliendo la casella nuova. Si informa l’aderente che è libero di scegliere fra più modalità, e che una di queste costa seimila euro più dell’altra.
Lo so che la flessibilità ha un valore. Decidere da sé in quanti anni ricevere i soldi, invece di affidarsi a una tabella sulla speranza di vita, può servire a chi ha un mutuo da chiudere fra sei anni o un figlio da aiutare all’università. Ma quel valore va pesato con un conto preciso, e il conto dice che la libertà di scegliere la durata si paga fra i cinque e i seimila euro ogni centomila di imponibile.
La scelta, voglio dire, non si fa solo guardando la flessibilità. Bisogna mettere sul tavolo anche l’impatto fiscale, l’orizzonte su cui si vogliono ricevere i soldi e le proprie esigenze di reddito negli anni della pensione.
Cosa non si può più fare dopo aver scelto l’erogazione frazionata?
Un fondo pensione che, fino al giorno prima, era un contenitore aperto. L’iscritto poteva trasferire la posizione a un altro fondo, chiedere un’anticipazione per comprare casa, attivare la Rita, la rendita integrativa temporanea anticipata che permette di incassare il montante a rate negli anni che precedono la pensione. Con la scelta di una prestazione alternativa alla rendita vitalizia, molte di queste porte si chiudono.
Dal momento dell’opzione l’iscritto non può più, tra l’altro:
- trasferire la posizione;
- chiedere anticipazioni;
- usare la Rita, che non è cumulabile con le nuove modalità.
Resta possibile lo switch, cioè il passaggio da un comparto di investimento all’altro, rispettando il periodo minimo previsto dallo statuto o dal regolamento del fondo. Per dire: chi ha scelto l’erogazione frazionata in otto anni può spostare il residuo da un comparto azionario a uno prudente quando i mercati lo spaventano.
Perché il residuo, intanto, resta investito. La rendita a durata definita, i prelievi e l’erogazione frazionata sono pagati direttamente dal fondo, e il montante che non è ancora stato erogato rimane nel comparto scelto dall’iscritto o, se non ha indicato nulla, in quello che il fondo individua per questo scopo. Vuol dire che le rate future dipendono anche da come andranno i mercati.
Infine, una volta avviata l’erogazione, non si possono più fare versamenti allo stesso fondo. C’è un’eccezione: se l’iscritto comincia un nuovo lavoro che fa maturare il Tfr, i versamenti possono riprendere.
Che cosa dice una casella su un modulo del fondo pensione?
Torniamo al modulo. Un iscritto lo compila una sola volta nella vita, di solito con un consulente del fondo o del patronato accanto, a volte da solo davanti al computer. Le caselle hanno nomi che si somigliano: rendita a durata definita, prelievi liberamente determinabili, erogazione frazionata. Tutte promettono di dare i soldi un po’ alla volta.
L’erogazione frazionata non è una rendita più flessibile, ma un prelievo più tassato. A me sembra che questo vada detto con chiarezza a chi sta per barrare la casella, perché il nome non lo dice e la scelta non si può cambiare. Una modalità nuova che costa più delle altre a parità di soldi è un’opzione legittima, ma andrebbe presentata con il suo prezzo scritto accanto.
Pensiamo a chi la sceglierà: l’operaio che ha conferito il Tfr per trentacinque anni e vuole i soldi in sei anni per finire di pagare la casa, la maestra che preferisce rate più alte finché è in salute, l’artigiano che non si fida delle tabelle sulla speranza di vita, il dirigente che vuole lasciare qualcosa ai figli prima possibile. Tutti con ragioni buone, tutti davanti allo stesso modulo, nessuno avvertito, sulla casella, che lì il quindici per cento è un traguardo e altrove è la partenza. Fine.
Una casella da barrare, dal 31 ottobre. Prima di metterci la croce, vale la pena guardare le altre.
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