Con una spesa per interessi sul debito pubblico destinata a superare i 100 miliardi di euro all’anno e investimenti nell’istruzione ancora inferiori alla media OCSE, l’Italia si trova a dover conciliare la sostenibilità dei conti pubblici con il bisogno di rafforzare il proprio capitale umano
Il peso del debito pubblico continua a rappresentare uno dei principali vincoli alla capacità di spesa dello Stato italiano, condizionando le risorse disponibili per il finanziamento dei servizi pubblici e degli investimenti. Tra questi, l’istruzione assume un ruolo particolarmente rilevante anche per il contributo che lo sviluppo del capitale umano può apportare alla produttività e alla crescita economica di lungo periodo del Paese.
Già nel 2024, sulle pagine de Il Punto, era stata evidenziata “un’anomalia” del nostro Paese: la spesa per interessi sul debito pubblico ha, per buona parte del periodo analizzato, superato quella destinata all’istruzione, per poi cristallizzarsi su livelli paragonabili. A distanza di due anni, i dati più recenti confermano il persistente squilibrio, mentre le prospettive di finanza pubblica delineano un aumento del costo del debito nei prossimi esercizi. Una sorta di paradosso, in cui il Paese sostiene oneri elevati per finanziare il debito accumulato, ma destina all’istruzione risorse limitate in relazione al confronto internazionale, uno dei fattori che potrebbe rafforzare la crescita economica e la sostenibilità dello stesso debito.
Il costo del debito pubblico destinato a crescere
Secondo i dati contenuti nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2026, la spesa per interessi sul debito pubblico italiano si è attestata nel 2025 a circa 87,2 miliardi di euro, pari al 3,8% del PIL. Le previsioni indicano un incremento a 96,9 miliardi nel 2026 e a 103,7 nel 2027, fino a raggiungere 117,2 miliardi nel 2029, corrispondenti al 4,6% del Prodotto Interno Lordo. Si tratta di un aumento di circa 30 miliardi in quattro anni, in un contesto già caratterizzato da una limitata marginalità sul bilancio e dalla necessità di consolidamento dei conti a fronte delle crescenti esigenze di spesa pubblica.
Figura 1 – Spesa per interessi sul debito pubblico italiano e incidenza sul PIL
Il peso della spesa per interessi risente infatti non soltanto dell’elevato stock di debito accumulato nel tempo, ma anche delle condizioni di finanziamento sui mercati. In uno scenario caratterizzato da tassi in aumento, il costo delle nuove emissioni e del progressivo rifinanziamento del debito in scadenza porterà ad un incremento della voce di spesa, rispetto a quanto sostenuto nelle fasi di tassi al ribasso. Un effetto che si manifesta gradualmente, anche grazie alla durata media del debito pubblico italiano, che contribuisce a dilazionare nel tempo l’impatto delle oscillazioni dei rendimenti.
Istruzione: l’Italia continua a investire meno della media OCSE
Sul fronte dell’istruzione, il quadro che emerge dall’ultima edizione di Education at a Glance 2026, pubblicata dall’OCSE il 29 settembre, evidenzia il persistente ritardo dell’Italia rispetto alla media dei Paesi OCSE, in un sistema educativo in gran parte finanziato pubblicamente. Nel nostro Paese, al 2023 la spesa pubblica per l’istruzione, dalla scuola primaria all’università, rappresentava il 3,6% del PIL, a fronte di una media OCSE del 4,2%. Nel dettaglio, tra il 2015 e il 2023 le risorse pubbliche destinate all’istruzione primaria, secondaria e post-secondaria non terziaria sono diminuite dal 2,8% al 2,7% del PIL, mentre quelle per l’istruzione terziaria sono aumentate dallo 0,8% allo 0,9%. Differenza che emerge anche considerando il peso attribuito all’istruzione all’interno dei bilanci pubblici. Nel 2023 l’Italia ha destinato alla formazione dal livello primario a quello terziario il 6,8% della spesa pubblica complessiva, contro una media OCSE superiore di ben 3 punti percentuali (9,8%).
Se in questa dinamica, aggiungiamo il peso degli interessi sul debito, il risultato restituisce l’immagine di un Paese nel quale il finanziamento degli impegni assunti in passato continua a rappresentare un onere paragonabile alle risorse destinate alla formazione delle nuove generazioni. Un raffronto, che pur prendendo due voci con funzioni differenti, pone una questione centrale rispetto alle priorità di bilancio.
Per comprendere l’evoluzione di questo rapporto, è utile ricostruirne l’andamento storico attraverso i dati Eurostat. Tra il 2011 e il 2015 la spesa per interessi ha sistematicamente superato quella per l’istruzione, raggiungendo il divario massimo nel 2012, quando rappresentava il 5,1% del PIL contro il 4,1% della spesa educativa. Negli anni successivi, la progressiva riduzione del costo del debito ha consentito un’inversione di questa tendenza, senza avere un aumento dell’incidenza della spesa per istruzione sul PIL, che anzi è sempre rimasta costante intorno al 4%. Nel 2024, ultimo anno per il quale è disponibile un confronto completo, le due voci risultano ancora allineate, rispettivamente al 3,9% e al 4,0% del PIL.
Figura 2 – Interessi sul debito e spesa per istruzione in rapporto al PIL (Italia)

L’evoluzione delle due grandezze evidenzia come la riduzione degli oneri finanziari non si sia accompagnata da una spinta nel finanziamento della formazione. La previsione di un rialzo dei tassi e di un aumento della spesa per interessi potrebbe portare a rivedere le priorità di bilancio, con il rischio di accantonare gli investimenti straordinari nell’istruzione, come quello portato avanti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il programma Futura ha riportato alla luce l’importanza dell’investimento del capitale umano, prevedendo la realizzazione e la riqualificazione di infrastrutture scolastiche, il potenziamento dell’offerta di asili nido e lo sviluppo delle competenze digitali e scientifiche. Però, trattandosi di risorse straordinarie, la sua efficacia dipenderà dalla capacità di completare gli interventi programmati e garantirne la continuità anche oltre la conclusione del Piano.
La criticità che ne deriva è più profonda rispetto alla dimensione strettamente finanziaria e riguarda la capacità del sistema formativo di sostenere lo sviluppo economico e occupazionale del Paese. Secondo i dati OCSE, infatti, appena il 22,3% degli italiani tra i 25 e i 64 anni possiede un titolo di studio terziario, a fronte di una media del 42,7%. Al contempo, un terzo (il 33%) della popolazione nella stessa fascia d’età non ha conseguito un diploma secondario superiore, rispetto al 17,9% medio OCSE.
Questi divari sono significativi, poiché il sistema italiano è caratterizzato da un progressivo invecchiamento della popolazione e conseguente ricambio generazionale in un ambito lavorativo dove, la spinta di trasformazioni tecnologiche e produttive richiedono nuove competenze sempre più specifiche. Investire nell’istruzione assume valenza sociale e individuale, in grado di creare un circolo virtuoso: il miglioramento delle competenze amplia le opportunità individuali e occupazionali, favorendo una maggiore produttività e capacità di generare reddito che, a loro volta, si traducono in maggiori risorse fiscali e contribuiscono, nel lungo periodo, alla sostenibilità del debito pubblico.
Il confronto tra spesa per interessi e istruzione evidenzia, dunque, una delle principali sfide della finanza pubblica italiana e cioè evitare che il peso degli impegni finanziari passati vincoli la scelta di investimento nella crescita futura. Superare questo apparente paradosso significa conciliare la spesa per il debito con il rafforzamento del capitale umano, riconoscendo che la sostenibilità dei conti pubblici dipende anche dalla capacità del Paese di generare crescita economica.
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