#Finsubito news – Arte e grandi patrimoni, la sfida dei consulenti è trasformare le collezioni in ricchezza gestibile


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Secondo UBS, i paperoni globali destinano mediamente il 23% delle loro risorse all’arte. Ma la quota investita è in calo tra i collezionisti. Tra illiquidità e passaggio generazionale, le raccolte entrano sempre più nelle strategie di gestione patrimoniale

Quadri e altri pezzi pregiati possono arrivare a rappresentare quasi un quarto della ricchezza dei paperoni, ma il loro peso nei portafogli dipende anche dalla capacità di gestire un’attività che non produce normalmente reddito e che può risultare difficile da liquidare. È quanto evidenzia un recente sondaggio realizzato per UBS da The Art Basel, che ha interpellato 3.100 individui facoltosi attivi nel mercato dell’arte in dieci Paesi. Secondo lo studio, chi possiede oltre 50 milioni di dollari di patrimonio destina infatti mediamente il 23% delle proprie risorse alle opere contro il 12% rilevato tra chi dispone di meno di 5 milioni. Un dato che evidenzia come le raccolte siano destinate a diventare parte sempre rilevante delle strategie di gestione patrimoniale.

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Meno arte in portafoglio, più attenzione alla liquidità

Dopo aver raggiunto il 24% nel 2022, l’allocazione media all’arte è scesa al 15% nel 2026 dal 20% dell’anno precedente. Anche la quota di intervistati che dedica oltre il 30% della propria ricchezza alle opere si è ridotta, passando dal 23% al 14%, in un moto di ridimensionamento figlio di un contesto nel quale l’incertezza economica e finanziaria ha fatto crescere l’interesse per attività più liquide e capaci di generare flussi di reddito. Eppure, la stessa ricerca rileva che il 52% dei collezionisti destina agli asset in questione più del 10% del proprio patrimonio: una quota superiore al riferimento del 5%-10% comunemente citato per questo tipo di allocazione. Si tratta di uno quadro che non può lasciare indifferente il wealth management, perché pone in evidenza un dualismo: dipinti e sculture possono conservare un valore elevato e rappresentare una componente significativa del patrimonio familiare, ma non offrono la stessa flessibilità di un’attività finanziaria negoziata sui mercati e quindi richiedono un approccio ad hoc. La vendita può infatti richiedere tempo e dipendere da tanti fattori, come la domanda per l’artista o le condizioni del mercato, oltre a implicare costi di transazione e conservazione.

Opere come garanzia di liquidità

L’illiquidità non significa però necessariamente che un’opera debba essere venduta per liberare risorse. Una parte dei collezionisti considera infatti le proprie raccolte anche come una fonte potenziale di finanziamento. Il 19% degli intervistati prevede infatti di utilizzare opere d’arte come garanzia per un prestito nei dodici mesi successivi alla rilevazione, quota che sale al 30% negli Stati Uniti la percentuale sale al 30%, mentre un quinto del campione ha già fatto ricorso a finanziamenti garantiti da pezzi pregiati. Il ricorso al credito permette, in buona sostanza, di ottenere liquidità senza cedere immediatamente i beni e mantenendo la proprietà secondo le condizioni contrattuali. Non elimina, tuttavia, i rischi: la valutazione del collaterale, il costo del finanziamento e le condizioni di rimborso diventano variabili decisive.  Ecco perché, tra chi ha già utilizzato tale tipo di finanziamento, le finalità indicate sono diverse: acquistare altre opere, coprire spese legate al collezionismo, comprese imposte e conservazione oppure finanziare attività imprenditoriali e investimenti. La raccolta diventa così un elemento che può interagire con il resto del patrimonio anziché rimanere una componente isolata.

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Il passaggio generazionale riguarda anche le collezioni

La gestione delle opere si intreccia inoltre con la trasmissione della ricchezza. Il 72% dei collezionisti intervistati dichiara di aver ereditato opere d’arte. Tra coloro che conservano ancora lavori ricevuti in eredità, questi rappresentano mediamente il 32% del valore della raccolta attuale.  Il dato assume rilievo alla luce del trasferimento intergenerazionale di ricchezza previsto nei prossimi decenni. Secondo le stime UBS richiamate dal report, oltre 83.000 miliardi di dollari passeranno di mano a livello globale nei prossimi 20-25 anni. Una parte di questa ricchezza comprende beni non finanziari, tra cui le collezioni artistiche, che possono richiedere decisioni specifiche da parte degli eredi. Non sempre, infatti, il trasferimento di proprietà coincide con la volontà o la possibilità di mantenere intatta una raccolta. Il report rileva che la propensione a vendere le opere ereditate diminuisce all’aumentare della ricchezza, mentre tra gli eredi con patrimoni inferiori a 5 milioni di dollari è più frequente aver ceduto l’intera eredità artistica. Tra le ragioni individuate nelle precedenti rilevazioni figura anche la necessità di reperire risorse per far fronte agli oneri fiscali successori. Per la pianificazione patrimoniale, ciò significa considerare non soltanto il valore delle opere, ma anche la loro valutazione, la titolarità, le modalità di trasferimento e le risorse necessarie per conservarle. Una collezione può rappresentare un patrimonio culturale e familiare oltre che economico, ma la sua continuità dipende anche dalla capacità degli eredi di sostenerne la gestione.

Trasparenza e valutazione restano nodi centrali

A complicare il quadro è la struttura stessa del mercato. La principale preoccupazione dichiarata dai collezionisti nel 2026 riguarda la trasparenza, con particolare riferimento a prezzi opachi, commissioni non dichiarate e conflitti d’interesse. Al secondo posto si colloca la sicurezza dei dati personali, finanziari e relativi alle raccolte. Sono aspetti che incidono direttamente sulla qualità delle decisioni patrimoniali. La valutazione di un’opera non si traduce automaticamente in un prezzo realizzabile, mentre l’effettiva liquidabilità dipende dalla presenza di compratori e dalle condizioni di mercato. Anche l’eventuale utilizzo come garanzia richiede una stima attendibile e la comprensione delle condizioni applicate dal finanziatore. L’arte resta quindi una componente particolare della ricchezza: può custodire valore economico, identità familiare e significato culturale, ma richiede competenze e strumenti specifici per essere gestita nel tempo. Per i grandi patrimoni, la sfida non consiste soltanto nell’accumulare opere di valore, ma nel coordinare la collezione con le esigenze di liquidità, le strategie di finanziamento e gli obiettivi di successione.

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