1. Come una notizia vecchia è diventata uno scoop
I fatti.
Con due sentenze del luglio 2025[1], il Consiglio di Stato ha accolto i ricorsi proposti dall’ANM e da singoli magistrati con i quali era stato contestato il calcolo degli adeguamenti stipendiali spettanti per il triennio 2021-2023.
La vicenda giudiziaria, iniziata più di cinque anni fa e non ancora conclusa[2], è stata tutt’altro che lineare. In primo grado, il TAR Lazio aveva infatti respinto i ricorsi, con sentenze poi riformate in appello. Altre associazioni di magistrati hanno impugnato autonomamente gli stessi provvedimenti. Le pronunce del supremo consesso della Giustizia Amministrativa hanno però segnato una svolta: appariva infatti evidente che, una volta riconosciute le ragioni dei ricorrenti sulle principali contestazioni mosse, l’esito dei vari giudizi non avrebbe potuto (e non potrà, per la parte ancora in corso) essere diverso.
È trascorso da allora più di un anno e – forse complice la tensione tra Governo e Magistratura attorno al referendum costituzionale – mai, prima dell’attuale sessione parlamentare di bilancio, il Governo aveva manifestato, con atti pubblici e formali, l’intenzione di quantificare l’onere finanziario conseguente per lo Stato e stanziare le somme necessarie ad adempiere.
I magistrati lamentavano la prassi – applicata da ben prima dei due trienni contestati (2021-2023 e 2024-2026) – secondo la quale l’Istat, nel determinare la misura degli adeguamenti loro spettanti, prendeva in considerazione: (a) solo una parte delle categorie del pubblico impiego e (b) solo una parte delle componenti della retribuzione, procedendo quindi al calcolo (c) secondo il criterio della media ponderata, anziché quello della media aritmetica.
Ciascuna di queste scelte di natura tecnica, giustificate dall’Istat con l’indisponibilità di alcuni dati e con esigenze di coerenza e correttezza statistica, si traduceva nel riconoscimento ai magistrati e agli avvocati dello Stato (cui si applica lo stesso meccanismo) di un trattamento deteriore.
Per molti anni, in altri termini, i beneficiari del meccanismo di adeguamento triennale previsto dalla legge hanno visto i loro emolumenti adeguati in misura verosimilmente inferiore al dovuto, con conseguente perdita di potere d’acquisto.
Vale la pena di ricordare che, secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato, pubblicati dal Sole 24 Ore[3], nel decennio 2012-2022 le retribuzioni dei magistrati sono diminuite, in termini reali, di oltre l’8%, a differenza di altre categorie del pubblico impiego, che hanno invece visto i loro salari aumentare.
Il meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni rappresenta una soluzione, parziale e imperfetta, a un problema complesso.
Le categorie di pubblici dipendenti che hanno stipendi determinati per legge, o in base alla legge, con atti unilaterali dell’Esecutivo, non godono dei vantaggi della contrattazione collettiva, che dal 1993 rappresenta la regola anche nel settore pubblico. Il legislatore ha quindi collegato l’incremento della loro retribuzione nel tempo, funzionale alla conservazione del potere d’acquisto[4], ai risultati della contrattazione collettiva delle altre categorie di pubblici impiegati.
Questo beneficio indiretto sconta, naturalmente, lo iato temporale tra gli incrementi riconosciuti dalla contrattazione e l’adeguamento delle retribuzioni beneficiarie del meccanismo automatico, che nel caso dei magistrati avviene su base triennale (è invece annuale per altre categorie). I prezzi, nel frattempo, hanno continuato a salire, secondo la loro naturale dinamica[5], e se il lavoratore contrattualizzato sconta solo i tempi della contrattazione collettiva, l’adeguamento automatico basato sulla contrattazione aggiunge a questo un ulteriore ritardo.
Ciò che nel resto del mondo del pubblico impiego è materia sindacale, e di un confronto basato sui rapporti di forza tra organizzazioni sindacali e datore di lavoro pubblico, per i magistrati e altre categorie è invece questione oggetto di valutazioni statistiche e dell’interpretazione di norme giuridiche.
Con le proprie iniziative giudiziarie, ANM, ANMA e altri hanno ottenuto un importante chiarimento giurisprudenziale sulla corretta applicazione dei criteri di adeguamento, capace di rimediare – sia pure parzialmente – ad anni di ingiusta penalizzazione.
A fronte di tutto questo, la stampa italiana, quasi silente sul tema fino ai giorni scorsi, ha realizzato uno scoop in piena regola, che ha raggiunto tutte le principali testate e i telegiornali[6].
Il motivo? La somma prevista per l’adempimento alle sentenze (970 milioni di euro, risultante da uno dei documenti di programmazione del Governo per la prossima manovra finanziaria) è stata grossolanamente divisa per il numero dei beneficiari (stimati in 10.638) e arrotondata a 100.000 euro a testa[7].
Sui social media, legioni di commentatori si sono scatenati in attacchi scomposti alla categoria. Nonostante gli sforzi profusi per rettificare la notizia[8], la confusione è ancora massima ed esige uno sforzo di chiarezza, nonché – da parte dei magistrati e delle loro organizzazioni – un’autocritica.
2. Cosa c’è di vero: l’accantonamento da 970 milioni di euro nella legge di bilancio per il 2027-29
Le tabelle allegate al documento programmatico di bilancio 2026 riferiscono di uno stanziamento di 970 milioni di euro, a valere sull’esercizio 2027, per gli oneri derivanti dal contenzioso sull’adeguamento stipendiale dei magistrati.
Non sono noti, almeno ufficialmente, i criteri adottati per stimare questo importo. Trattasi, infatti, di una stima, doverosamente eseguita secondo criteri di prudenza (quindi per eccesso), per impedire che una spesa obbligatoria risulti, nel corso dell’esercizio finanziario 2027, priva di copertura e richieda quindi una variazione del bilancio.
Sulla base delle informazioni di stampa, e di quelle circolate tra la magistratura associata, si può ipotizzare che la somma comprenda gli arretrati spettanti per i sei anni sui quali sono intervenute sentenze definitive (il triennio 2021-2023 e il triennio 2024-2026), più l’aumento delle retribuzioni a decorrere dal 2027, quando dovrà essere adottato, per legge, il prossimo provvedimento di adeguamento triennale, con efficacia 2027-2029[9].
Si tratterebbe pertanto di arretrati e aumenti riferiti a un periodo di 9 anni complessivi, su gran parte dei quali sono dovuti interessi, il cui ammontare definitivo dipende dalla data in cui si procederà all’effettivo pagamento.
L’applicazione di criteri non corretti, nei due trienni contestati e per il futuro, comporterà anche conseguenze sull’importo delle pensioni dei magistrati (lo Stato dovrà infatti versare i contributi previdenziali dovuti) e della loro liquidazione (TFS), che è calcolata sulla base dell’ultima annualità di stipendio. Tutti i magistrati e gli avvocati dello Stato andati in pensione dal 2021 (come quelli prossimi alla pensione) sono potenzialmente coinvolti. Non è noto se anche tali effetti (che pesano sul bilancio dell’Inps, gestione ex Inpdap) siano stati considerati ai fini della stima di 970 milioni di euro.
3. Cosa c’è di falso: i 100.000 euro a testa
La notizia, veicolata dai titoli e ridimensionata dei testi degli articoli di stampa, secondo la quale i magistrati italiani riceveranno «fino a» 100.000 euro a testa è – a voler essere generosi – una grossolana semplificazione.
Non ci sono dubbi, infatti, che la base per il calcolo sia lo stanziamento di 970 milioni di euro nel bilancio dello Stato, divisa per circa 11.000 beneficiari[10]. La somma rappresenta, pertanto, l’onere complessivo gravante sul bilancio pubblico, che certamente comprende, fra l’altro:
– i contributi previdenziali (circa il 30%) e gli altri oneri riflessi, come l’Irap;
– la quota destinata ad essere trattenuta dal datore di lavoro (lo stesso Stato) ai fini del versamento dell’Irpef.
Gli arretrati retributivi sono tassati, se relativi ad annualità precedenti a quella in corso, sulla base dell’aliquota media del biennio precedente: per dipendenti ad alto reddito, come i magistrati, questa è vicina al 40% (della somma al netto dei contributi previdenziali).
È quindi assolutamente impossibile che un magistrato riceva in busta paga la somma derivante dalla divisione tra l’onere totale a carico dello Stato e il numero dei beneficiari.
Il fatto che autorevoli quotidiani e giornalisti abbiano ritenuto accettabile proporre un calcolo di questo tipo, senza neppure preoccuparsi di precisare che gli importi effettivamente percepiti dai magistrati sarebbero stati di gran lunga inferiori, è preoccupante.
Secondo le stime dell’ANM[11], un magistrato ordinario a inizio carriera potrebbe ricevere circa 7000 euro netti, uno a fine carriera, 17.000.
Va inoltre considerato che le retribuzioni dei magistrati sono notevolmente differenziate a seconda dell’anzianità di servizio, e non uniformi tra le diverse magistrature.
Un Presidente di Sezione del Consiglio di Stato o della Corte dei conti, con oltre 25 anni di servizio, guadagna annualmente un importo vicino al “tetto” alle retribuzioni pubbliche introdotto dal Governo Renzi e recentemente dichiarato incostituzionale, corrispondente a oltre 220.000 euro di RAL. Un magistrato ordinario in tirocinio arriva a malapena a 50.000 euro, e beneficierà solo degli aumenti, non essendo stato in servizio nel periodo sul quale i colleghi più anziani hanno maturati gli arretrati.
È evidentemente irragionevole mettere sullo stesso piano lavoratori che, pur condividendo lo status di magistrati, percepiscono retribuzioni differenziate quanto quelle del semplice funzionario e del dirigente generale di un Ministero.
4. Cosa manca nel dibattito pubblico sulla magistratura (a mo’ di autocritica)
I magistrati non amano considerarsi lavoratori, né rappresentarsi come tali.
È raro, nelle prese di posizione della magistratura associata, scorgere rivendicazioni di carattere eminentemente sindacale. Le eccezioni riguardano, di solito, questioni circoscritte, come la riduzione della retribuzione in caso di malattia, i giorni di ferie, o gli istituti per la maternità delle donne magistrato.
La retribuzione sembra rappresentare un argomento tabù.
Nonostante i contributi lodevoli di singoli magistrati e studiosi[12], la conoscenza della materia resta limitata. Lo scarso l’interesse verso le questioni retributive contribuisce a perpetuare un sistema che ha caratteristiche a dir poco sorprendenti.
Le tabelle stipendiali attualmente in uso risalgono al 2006: da vent’anni a questa parte l’unico modo per conoscere la retribuzione dei magistrati è applicare agli importi di vent’anni fa le percentuali di adeguamento di ogni triennio successivo. Anche all’epoca, poi, le tabelle furono aggiornate semplicemente recependo gli adeguamenti automatici triennali del periodo precedente: una semplice opera di semplificazione. L’ultima decisione politica su quanto dovessero guadagnare i magistrati italiani risale quindi agli anni Ottanta del secolo scorso.
Nel frattempo, almeno due rivoluzioni hanno sconvolto il mondo del pubblico impiego: la contrattazione collettiva, introdotta a partire dal 1993 e, più recentemente, il c.d. welfare aziendale, che – nonostante una diffusione minore, rispetto al mondo del lavoro privato – ha moltiplicato le differenze nel trattamento economico complessivo dei lavoratori pubblici.
La conseguente mancanza di trasparenza – o, per meglio dire, l’impossibilità della trasparenza sulle retribuzioni, dovuta a un sistema vetusto e complesso fino al ridicolo – ha conseguenze dannose per la categoria.
Un esempio è sufficiente.
Il 2 luglio scorso un articolo di stampa riportava i dati della Ragioneria Generale dello Stato sulla retribuzione media nelle diverse magistrature, che vedevano sorprendentemente in prima posizione la “magistratura tributaria”[13].
Ciò dipende dal fatto che la grande maggioranza dei giudici tributari sono, ad oggi, magistrati ordinari, amministrativi e contabili in servizio, nominati giudici tributari a seguito di un concorso per titoli (nel 2011), che svolgono due lavori: si tratta quindi di magistrati con almeno 15 anni di servizio la cui retribuzione complessiva rappresenta la somma tra lo stipendio per la funzione principale e gli emolumenti per la secondaria. La nascente magistratura tributaria, costituita da magistrati assunti per svolgere esclusivamente queste funzioni e ancora largamente minoritaria nella compagine dei giudici tributari, ha lo stesso trattamento economico della magistratura ordinaria, e le poche decine di magistrati tributari oggi in servizio sono tutti a inizio carriera, guadagnando di conseguenza una frazione infima degli oltre 200.000 euro rappresentati[14].
La convinzione, diffusa e radicata tra i magistrati, che sia preferibile mantenere un pudico riserbo sul proprio trattamento economico, per paura di riforme peggiorative, si scontra sempre più con dati inequivocabili. Su tutti: la perdita di attrattività della carriera in magistratura rispetto ad altre carriere pubbliche – l’Avvocatura dello Stato, la dirigenza nel comparto ministeriale e regionale, la carriera direttiva nelle Autorità amministrative indipendenti (in testa Banca d’Italia e Consob), dove i funzionari (non i dirigenti) percepiscono ormai anche il doppio di un magistrato ordinario a inizio carriera[15].
Ma è sempre più evidente – come dimostra, da ultimo, il vergognoso scoop dei “100.000 euro” – come la ritrosia ad affrontare apertamente questi temi esponga la magistratura anche alla gogna mediatica.
Di fronte alla diffusa convinzione che i magistrati rappresentino una casta di privilegiati, che lavorano poco a fronte di laute retribuzioni e non ben precisati privilegi, l’indignazione non rappresenta una risposta efficace.
Solo (ri)scoprendo la capacità di rappresentarsi collettivamente come lavoratori fra i lavoratori, e facendo un discorso di verità, sarà possibile mettere in campo contromisure adeguate.
[1] Cons. St., Sez. VII, sent. 9 luglio 2025 n. 6003 e 6004, in www.giustizia-amministrativa.it
[2] Per le due sentenze in questione è tuttora in corso il giudizio di ottemperanza, instaurato dai ricorrenti di fronte all’inerzia dello Stato nel dare esecuzione al giudicato. Altre iniziative giudiziarie, promosse da ANM e da da ANMA (associazione di magistrati amministrativi) e relative al triennio successivo (2024-2026), sono ancora sub judice.
[3] G. Trovati, Stipendi p.a., Palazzo Chigi e Authority staccano tutti, Il Sole 24 Ore, pag. 1-2, del 21 maggio 2024.
[4] È noto come, da quasi trent’anni, i salari, in Italia, siano sostanzialmente stagnanti (per tutti: Rapporto mondiale sui salari 2024–2025. Le tendenze dei salari e delle disuguaglianze salariali in Italia e nel mondo, Roma, Ufficio internazionale del lavoro, 2025). Anche se la contrattazione collettiva può determinare (e, in alcuni casi, determina) una crescita dei salati reali, l’esperienza storica nel nostro Paese dimostra come, dopo gli accordi del 1993, sia riuscita a malapena a conservare il potere d’acquisto esistente. Sul tema: AA.VV., L’inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo, 2023, Punto Rosso Ed.
[5] Si tende a dimenticare che i prezzi “non tornano mai indietro”. Il livello medio dei prezzi al consumo, misura dell’inflazione, è storicamente in continua crescita: solo in occasione di gravi crisi economiche, o in periodi di prolungata stagnazione (come in Europa negli anni precedenti alla pandemia), si registra una sua limitata e temporanea riduzione (deflazione). In Italia, dal 1955, questo è avvenuto solo in tre occasioni: nel 1959, 2016 e 2020. Di conseguenza, ogni meccanismo di adeguamento dei salari all’inflazione, anche su base mensile, è inevitabilmente parziale, perché sconta il tempo necessario alla sua attuazione. Solo una serie stabile di aumenti superiori al tasso di inflazione determina, nel tempo, una crescita dei salari in termini reali, con maggiore distribuzione della ricchezza prodotta a favore dei salari (invece che dei profitti).
[6] Tra le tante: G. Trovati, Manovra 2027, i magistrati pescano il jolly: in arrivo fino a 100mila euro a testa, Il Sole 24 Ore, 16.10.2026 (ed. online); G. Bernardini, Magistrati, pioggia di aumenti fino a 100mila euro. Ma l’ANM contesta le cifre, Il giornale, 16.10.2026; Manovra, ai magistrati quasi 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti, Il Fatto Quotidiano, 16.10.2026; E. Bonotti, Manovra, ai magistrati fino a 100mila euro a testa tra arretrati e aumenti di stipendi, La Repubblica, 16.10.2026. Il Tg1 si è occupato del caso nell’edizione serale del 16.10.2026.
[7] Così nell’articolo di G. Trovati, I magistrati pescano il jolly: fino a 100mila euro a testa, Il Sole 24 Ore, 16.10.2026 (ed. cartacea). Ora: 970 milioni divisi per 10.638 beneficiari corrispondono a 91.182 euro a testa: si può quindi pensare a un arrotondamento per eccesso a 100.000, giustificabile con il fatto che il valore di 91.182 sarebbe la media aritmetica tra magistrati con retribuzioni anche molto diverse. Ma lo stesso articolo precisa che a titolo di arretrati sarebbero dovuti circa 70.000 euro, mentre circa 20.000 corrisponderebbero agli aumenti (la somma è 90.000, non 100.000). Inoltre, i beneficiari sono più dei magistrati in servizio nel 2018 (10.638), perché gli aumenti, e parte degli arretrati, riguardano anche coloro che sono entrati in servizio successivamente, e il numero dei magistrati in servizio è nel frattempo aumentato: il denominatore è quindi quasi certamente errato per difetto.
[8] L’ANM ha subito emesso un comunicato stampa, poi rilanciato sui social media. Anche il profilo Giovani Magistrati, su Instagram, ha efficacemente replicato alla notizia.
[9] Quest’ultima componente potrebbe essere calcolata per intero, cioè considerando gli aumenti dovuti nei tre anni (2027-2029), o in alternativa solo nel 2027: il meccanismo prevede una ripartizione non lineare degli incrementi sui tre anni, sulla base di anticipi e conguagli.
[10] Si v. l’articolo di G. Trovati, I magistrati pescano il jolly: fino a 100mila euro a testa, Il Sole 24 Ore, 16.10.2026.
[11] Si v. il comunicato stampa diramato il 16.10.2026.
[12] Fra tutti: V. Tenore, Brevi considerazioni sulle questioni retributive dei magistrati e del personale in regime di diritto pubblico, in Riv. Corte conti, 2024, 3; L. Ieva, Le aporie nella retribuzione dei magistrati, in Il lavoro nella giurisprudenza, 2023, 6, 567; Id., L’adeguamento ex lege della retribuzione dei magistrati (diritto sancito dalla legge e “rovescio” della sua applicazione pratica), in Foro amm., 2021, 12, 1947. Con specifico riferimento alla situazione della magistratura contabile, ma ampiamente estendibile anche a quella della magistratura amministrativa: M.C. Razzano, Brevi osservazioni in materia di trattamento economico dei magistrati contabili, in Bilancio comunità persona, 2024, 1, 140.
[13] G. Trovati, Dagli stipendi dei magistrati nuova incognita sulla manovra, Il Sole 24 Ore, 2 luglio 2026.
[14] Una “retribuzione media lorda annua” di 201.005 euro, spiegabile solo considerando il numero elevato di Consiglieri e Presidenti di Sezione del Consiglio di Stato, di Tar e della Corte dei conti che svolgono anche la funzione di giudici tributari, e le cui retribuzioni pesano quindi anche sulla media delle altre magistrature, pur riguardando le stesse persone fisiche.
[15] Si vedano i dati dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti: https://www.autorita-trasporti.it/wp-content/uploads/2023/06/All.-A-delibera-n.-110_2023_signed.pdf
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