Provenzano ministro per il Sud nel segno della continuità con Lezzi. Figurarsi se fossero stati per il Nord 13/06/2020


Lo chiamano ministero per il Sud. È un’invenzione del primo governo Conte, proseguita successivamente, con la nascita dell’organismo geneticamente modificato giallorosso, ufficialmente adottata per colmare il divario tra le diverse aree del Paese. Per mettere fine alla famigerata doppia velocità alla quale procede lo Stivale. Tuttavia, osservando l’operato di Barbara Lezzi e Giuseppe Provenzano, detto Peppe, constatando la loro persistente indifferenza per la questione meridionale, viene il dubbio che si tratti dell’ennesima operazione di facciata. E ci si chiede quali danni ancora maggiori avrebbe potuto generare per il Mezzogiorno un ipotetico ministero per il Nord.

La senatrice Lezzi, leccese, stando al curriculum depositato alla presidenza del Consiglio dei ministri, è perito aziendale, professione impiegata. Nella precedente legislatura, sempre a palazzo Madama, è stata vicepresidente della commissione bilancio e membro della commissione politiche europee.

A marzo 2019, l’esponente del Movimento 5 stelle si vanta di avere raggiunto un traguardo al quale stava “lavorando da tempo”. Ossia lo stanziamento di appena 226 milioni di euro che ha il coraggio di definire “importanti stanziamenti per il Sud”. Fa in particolare specie la pretesa che le sette città metropolitane di Bari, Cagliari, Catania, Messina, Napoli, Palermo e Reggio Calabria debbano spartirsi appena 21 milioni per costruire nuovi asili nido, per quello che chiama, con una fortissima dose di fantasia “Piano straordinario asili nido”.

Sempre a marzo decanta sul sito istituzionale del ministero per il Sud gli 11 miliardi del Proteggi Italia, destinati alla messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale, senza accennare minimamente alla necessità che il Meridione, per il quale sarebbe stato creato appositamente il dicastero da lei diretto, disponga di risorse ulteriori e straordinarie. Del resto, già a febbraio ha sostenuto che per il Mezzogiorno “si devono utilizzare bene le risorse esistenti”. Alla faccia degli 840 miliardi in più ricevuti dal Settentrione in appena 17 anni (fonte: Rapporto Italia 2020 di Eurispes). Ad aprile cerca di sdoganare come una novità i 226 milioni di elemosina già declamati il mese prima e arriva a dire che “si tratta di interventi di notevole importanza” i quali “si innestano all’interno di un piano complessivo per il Sud che include anche interventi strutturali, come l’introduzione della quota del 34% dei fondi ordinari per il Sud”. Misura, quest’ultima, approvata in realtà nel 2016, durante la precedente legislatura, guidata dai fino a quel momento odiati esponenti del Partito democratico, e mai entrata in vigore sotto la sua reggenza. Sebbene deliberata nella legge di bilancio 2020, ancora oggi è solo carta straccia e, a spingere perché, con la scusa dell’emergenza Coronavirus, si rimandi ancora la sua applicazione, è un altro pentastellato, il sottosegretario Mario Turco. Sempre a vantaggio delle regioni del Centro – Nord.

A giugno 2019, Lezzi si dice al lavoro “da diversi mesi – è una lavoratrice indefessa – per rispondere alle condivisibili richieste di alcune Regioni del Paese, nell’assoluto rispetto del principio di solidarietà che tutte le Regioni devono osservare”. Il riferimento è alle istanze di “autonomia differenziata” di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – a Sud, sì, ma del resto d’Europa – che, in quanto “previste anche nel contratto di governo del cambiamento, devono essere accolte, senza però che questo rappresenti uno strumento per favorire alcune regioni a discapito di altre”.

Il vero capolavoro, nel luglio successivo, quando Lezzi afferma di volere attuare anche nel Centro – Nord le Zone economiche speciali, annullando i benefici di legge deliberati per permettere al Meridione di recuperare terreno. Non deve essere, infatti, un caso che l’atto istitutivo delle Zes si chiami decreto Mezzogiorno.

Ad alimentare rinnovate speranze, lo scorso settembre, l’avvicendamento con Provenzano. Non solo più titolato della senatrice del M5s, ma anche e soprattutto vice direttore dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Quella Svimez che, nel successivo mese di novembre, tramite il proprio rapporto annuale, mette con le spalle al muro l’esecutivo, snocciolando numeri impietosi sulle condizioni del Meridione, sul suo spopolamento, su un sempre più allarmante ritardo socio – economico generato da una grave discriminazione nella distribuzione delle risorse da parte dello Stato.

Tuttavia, il Piano Sud 2030, presentato a febbraio, vuoi perché interamente finanziato con fondi comunitari, vuoi perché rimandato nella sua quasi totalità alle prossime legislature – non meno di due – suscita più di qualche perplessità sulle reali intenzioni del neoministro. Perplessità alimentate dal doppio gioco sulle manovre romane, partorite appena un mese dopo, sull’onda della solita emergenza Covid, prima, per derubare il Mezzogiorno dei fondi europei, poi, per rimandare all’infinito l’attuazione della fantomatica quota 34.

Il colpo di scena, tuttavia, arriva con l’ostilità nei confronti del Ponte sullo Stretto. Quando uno meno se lo aspetta, con quasi tutte le forze politiche pronte finalmente a convergere sull’opera, quanto meno per soddisfare i propri appetiti elettorali e mettere le mani sui miliardi annunciati da Bruxelles con il Recovery plan, il ministro di San Cataldo stoppa tutto e tutti. Proprio lui che, da siciliano, da dirigente della Svimez, da membro del comitato di redazione della Rivista economica del Mezzogiorno, meglio di tanti altri dovrebbe comprendere la valenza dell’infrastruttura per la ripresa, non solo della sua terra, ma di tutto il Sud. Del quale dovrebbe rappresentare gli interessi. Nel tentativo di prendere tempo, riesce perfino a inventarsi la necessità di un’analisi costi – benefici alla quale condizionare la costruzione. Fingendo di non sapere che esiste già un progetto definitivo, appaltato alla Eurolink, e che un simile studio farebbe perdere altro tempo prezioso. Decenni secondo alcuni esperti.

Proprio nelle ore precedenti al suo veto, la deputata forzista Matilde Siracusano gli ha perfino spiegato i benefici del Piano Incalza, quindi della possibilità di realizzare il Ponte a costo zero per le casse dell’erario romano. Unicamente con i finanziamenti europei. Quelli, tuttavia, in merito ai quali lui stesso ha chiesto una ricognizione a Nello Musumeci in funzione di una ridistribuzione a favore delle bisognose regioni settentrionali.

A completare il quadro, va segnalata la totale assenza di iniziativa da parte di Lezzi e Provenzano in merito a strategie che avrebbero potuto, in pochissimo tempo e con un minimo sforzo, contribuire a cambiare le sorti del Sud. Bastava che i due governi Conte lo volessero davvero, bastava che lo volesse la maggioranza in parlamento. Per disporre finalmente i livelli essenziali delle prestazioni prescritti dalla Costituzione, e attesi ancora dal 2001, ai fini di un’equa applicazione del federalismo fiscale. Anziché continuare a favorire l’attuale sperequazione, figlia di un’attuazione illegittima della riforma del Titolo V e madre degli 840 miliardi di differenza di cui sopra, così come degli squilibri denunciati dalla Svimez di Provenzano. Si sarebbe anche potuto mettere mano alla riforma nazionale dei porti e della logistica, che favorisce esclusivamente gli scali del nord. Una legge voluta dal Pd, e firmata, senza che nessuno si sia mai sognato di modificarla, da Graziano Delrio. Lo stesso che ha pronunciato il de profundis del Ponte proprio a Messina, salvo poi inventarsi l’ipotesi di un progetto di fattibilità improponibile quanto l’analisi costi – benefici di Provenzano.

Insomma, se per assurdo fosse anche vero, come sostiene il ministro per il Sud e come ripetono gli alleati pentastellati, compresi altri due siciliani come Francesco D’Uva e Giancarlo Cancelleri, quest’ultimo vice ministro alle infrastrutture e ai traporti, che prima del Ponte ci sono altre priorità, che c’è ben altro da fare, perché non lo hanno mai fatto, nemmeno quando avrebbe richiesto un minimo sforzo e pochissimo tempo?


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