Il rilancio della sostenibilità alimentare passa per lo Stretto di Messina


Nello Stretto di Messina, davanti al Marine Energy Laboratory dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, galleggia un modulo che somiglia a un’astronave. Si chiama Fama ed è una piattaforma che produce cibo senza terra, senza acqua dolce di rete e senza energia fossile. L’acqua viene dalla desalinizzazione del mare che la circonda, l’energia da fonti rinnovabili, la gestione del microclima da sensori e sistemi di controllo basati sull’intelligenza artificiale. Gli scarti diventano nutrimento per le colture, secondo una logica circolare. Ci hanno lavorato per tre anni ingegneri, architetti, chimici agrari e tecnologi alimentari. L’idea, dicono i ricercatori, è quella di arrivare un giorno a vere isole dedicate alla produzione alimentare e, più in là, a moduli utili per le missioni spaziali.

Si potrebbe fermarsi qui e raccontare una bella storia di innovazione meridionale. Ma c’è una domanda che riguarda l’Europa, ed è quella che vale la pena porsi: chi paga, e fino a quando, perché storie come questa diventino sistema?

Un progetto figlio di una scelta europea

Fama non nasce da un bando locale né da un mecenate. È il cuore dello Spoke 3 di Tech4You, uno degli ecosistemi dell’innovazione finanziati dal Ministero dell’università e della ricerca attraverso il Pnrr. Mette in rete le università calabresi e quella della Basilicata, il Cnr e un tessuto di imprese. Dietro quell’acronimo c’è il debito comune che l’Unione ha deciso di contrarre nel 2020 con NextGenerationEU, la scelta più coraggiosa e più discussa della sua storia recente. Per la prima volta la Commissione ha raccolto sui mercati, a nome di tutti, risorse di dimensioni inedite, destinandole in larga parte agli Stati più colpiti dalla pandemia e con più bisogno di investimenti, tra cui l’Italia.

Il Mezzogiorno, che troppo spesso entra nelle cronache solo per i suoi ritardi, ha qui l’occasione di essere raccontato per ciò che può produrre: ricerca applicata, competenze, occupazione qualificata. Fama è la prova che la quantità di denaro, quando incontra una massa critica di intelligenze, può generare qualcosa di più della spesa.

Il problema della scadenza

Il Pnrr però ha una data di fine. Il dispositivo europeo che lo sostiene prevede obiettivi da completare entro l’estate del 2026 e pagamenti da chiudere entro la fine dell’anno. Siamo, dunque, nel momento in cui la grande stagione dei fondi straordinari si chiude, e i progetti finanziati entrano nella fase più delicata, quella della sopravvivenza dopo il finanziamento.

Un prototipo galleggiante si costruisce con un finanziamento a tempo. Ma per farlo evolvere da prototipo a filiera servono sperimentazioni ulteriori, certificazioni, partenariati industriali, capitale paziente. E servono soprattutto programmi pluriennali stabili, prevedibili, capaci di accompagnare un’idea dalla ricerca al mercato. L’esperienza dei fondi straordinari insegna che il rischio non è la mancanza di idee, ma il cosiddetto “precipizio” che segue la fine dei fondi: ecosistemi nati con risorse eccezionali che, senza un canale ordinario di finanziamento, restano senza ossigeno.

La partita del prossimo bilancio

Qui il discorso diventa pienamente europeo. Il futuro di progetti come Fama si decide in larga parte nella negoziazione sul quadro finanziario pluriennale 2028-2034, il bilancio di lungo periodo dell’Unione. La proposta della Commissione, presentata nell’estate del 2025, punta a un bilancio di circa duemila miliardi di euro e a una profonda riorganizzazione: meno programmi frammentati, più strumenti aggregati, a partire da piani nazionali e regionali che ricordano da vicino la logica del Pnrr, e da un grande fondo per la competitività destinato a sostenere tecnologie strategiche e industria. Restano programmi dedicati alla ricerca, da Horizon Europe in poi, ma dentro una cornice che dovrà conciliare ambizioni diverse.

La discussione è aperta e si annuncia aspra, perché tocca tre nodi irrisolti.

Il primo riguarda il rimborso del debito comune. A partire dal 2028 l’Unione dovrà cominciare a restituire quanto preso a prestito con NextGenerationEU, e quel conto, nell’ordine di decine di miliardi l’anno, rischia di sottrarre spazio ai programmi tradizionali se non verrà finanziato con risorse nuove.

Il secondo riguarda appunto le risorse proprie. Il bilancio europeo si regge ancora in gran parte sui contributi degli Stati, e ogni volta che si parla di tasse europee, dal carbonio alle imprese, ne discende una discussione sulla sovranità fiscale. Ma senza entrate autonome l’Europa resta ostaggio del negoziato tra contribuenti netti e beneficiari netti.

Il terzo riguarda il metodo. Concentrare i fondi in piani nazionali dà agli Stati più flessibilità, ma pone il problema opposto: come evitare che gli investimenti di rilievo europeo, come la ricerca di frontiera o le infrastrutture condivise, siano sacrificati alle priorità interne dei governi? E come tutelare l’impronta territoriale e di coesione, essenziale per regioni come la Calabria?

Il valore aggiunto europeo

È su questo terreno che un progetto come Fama diventa un caso di studio. Il cibo prodotto in mare, in contesti dove manca il suolo, risponde a una sfida che nessun singolo Stato può affrontare da solo: sicurezza alimentare, scarsità d’acqua, transizione energetica, economia blu. Sono esattamente i beni pubblici europei per cui ha senso spendere insieme. Un euro investito a Reggio Calabria in ricerca sulle piattaforme marine non produce benefici solo calabresi: produce conoscenza che può essere replicata in Grecia, in Spagna, a Malta, lungo tutte le coste di un continente il cui Mediterraneo è insieme risorsa e frontiera.

Questo è il vero criterio con cui valutare la spesa comunitaria, quello del valore aggiunto europeo, ovvero ciò che si ottiene mettendo le risorse in comune e che i singoli Stati non otterrebbero da soli. La stagione del Pnrr ha dimostrato che l’Europa sa farlo in emergenza. La prova del prossimo decennio sarà dimostrare che sa farlo anche in tempi ordinari.

Una scommessa da non perdere

La scommessa, come dice il testo che accompagna il progetto, è che il Mediterraneo possa reinventarsi come laboratorio d’avanguardia dell’economia blu europea. Perché questo accada non basta che qualche arca galleggi per tre anni sullo Stretto. Servono un bilancio europeo all’altezza, capace di finanziare ricerca e coesione insieme, risorse proprie che lo rendano meno dipendente dai veti, e una capacità amministrativa, nazionale e locale, di trasformare i fondi in risultati.

L’Europa spesso viene raccontata attraverso i suoi vincoli. Fama ricorda che può essere anche l’infrastruttura che consente a un’idea nata in un laboratorio del Sud di guardare lontano, fino al mare aperto e, chissà, fino allo spazio. Dipende da cosa decideremo di finanziare, e dunque da chi saremo disposti a diventare insieme.




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