L’inflazione Usa risale al 3,7%, spinta dalla guerra con l’Iran e dal boom dei data center. Ma i consumatori americani non frenano: comprano. E intanto sono furiosi. A tre settimane dal voto di mid-term, il carovita è il primo avversario di Trump (come lo fu di Biden).
Anche l’inflazione «di fondo», quella che esclude alimentari ed energia e che la Federal Reserve osserva per capire le tendenze profonde, ha accelerato: al 2,6%. Le scommesse su un nuovo aumento dei tassi già a fine ottobre sono balzate al 40%, quasi il doppio di prima.
La causa principale è la guerra con l’Iran, iniziata a fine febbraio. La benzina a settembre è rincarata del 9,1% in un solo mese e del 34% in un anno; il gasolio da riscaldamento del 74%; i biglietti aerei del 22%. Lo shock energetico comincia a filtrare nel resto dei prezzi: rincarano abbigliamento e giocattoli, che dipendono dalla petrolchimica, i servizi ricreativi come lo streaming, perfino i servizi ospedalieri.
C’è poi un secondo motore, tutto americano: l’intelligenza artificiale. La corsa a costruire data center ha fatto salire i prezzi di semiconduttori ed elettronica: computer e periferiche costano il 9,7% in più di un anno fa, il rincaro più forte da quando esiste la serie statistica, cioè dal 2006. Qui la Fed ha un problema serio.
Alzare i tassi serve a raffreddare la domanda, ma i giganti del cloud continueranno a investire comunque, perché la promessa dei profitti futuri dell’AI vale ben più di qualche punto sul costo del debito. La rivoluzione tecnologica che sostiene la crescita alimenta anche l’inflazione, ed è quasi immune alla leva monetaria.
Per capire perché i prezzi non mollano la presa, però, bisogna guardare soprattutto al protagonista che la retorica sul declino americano tende a dimenticare: il consumatore. Nei dodici mesi fino ad agosto la spesa delle famiglie è cresciuta del 6,1% in valore, contro il 4,3% di fine 2025. Più della metà dell’aumento è inflazione, ma al netto dei prezzi i consumi reali sono saliti comunque del 2,6%, prolungando una crescita regolare che dura da cinque anni.
Gli americani comprano più cibo, più viaggi, più mobili. Le vendite per il ritorno a scuola sono cresciute a due cifre. Mastercard, sulla base dei dati delle carte di credito, prevede per lo shopping natalizio un aumento del 5,5%, il più alto dal 2022: metà prezzi, metà volumi.
Austan Goolsbee, presidente della Fed di Chicago, ha ridimensionato il mito secondo cui l’economia americana viaggia solo grazie ai data center: il vero motore del Pil, sostiene, restano i consumi diffusi, sorretti da un mercato del lavoro stabile. La disoccupazione, al 4,1%, è bassa per gli standard storici, anche se le assunzioni rallentano. Si aggiunge l’effetto ricchezza: chi possiede una casa o un portafoglio azionario ha visto il patrimonio gonfiarsi, con l’indice azionario S&P 500 che dal maggio 2025 ha reso circa il 32%. Non è solo un fenomeno dei benestanti. Secondo la Fed di New York, chi guadagna meno di 50.000 dollari l’anno dichiara un aumento della spesa del 4,7%, chi supera i 100.000 del 4,4%.
Per un lettore italiano questo comportamento è quasi incomprensibile. Da noi i rincari producono un riflesso condizionato: si taglia, si rimanda, si accumula risparmio precauzionale. Gli americani fanno l’opposto, partendo da livelli di stipendi e potere d’acquisto che sono molto più alti degli europei. Il loro tasso di risparmio è sceso al 4,1% del reddito disponibile, quasi la metà dei livelli pre-pandemia, e l’indebitamento delle famiglie è a livelli record. Con una domanda così robusta le imprese possono trasferire i rincari sui clienti senza perdere vendite. Il consumatore che non si ferma è insieme il motore della crescita e uno dei carburanti dell’inflazione.
Come sintetizza la federazione dei dettaglianti, gli americani spendono in base alla loro situazione finanziaria, non al loro stato d’animo. Possono essere scontenti e spendaccioni. Tra i beneficiari c’è l’Italia: il made in Italy ha avuto un biennio spettacolare sul mercato Usa, nonostante i dazi e i proclami apocalittici su una recessione globale in arrivo.
Lo stato d’animo, appunto. È il grande paradosso di questa America. L’indice di fiducia nella nota misurazione dell’Università del Michigan è appena sopra il minimo storico toccato quest’anno. Un tempo il pessimismo anticipava i tagli alla spesa; dalla pandemia in poi le due curve si sono scollate. E il malumore alimenta le aspettative: gli intervistati nell’inchiesta dell’Università del Michigan prevedono un’inflazione del 4,7% nei prossimi dodici mesi, in aumento. È il meccanismo che terrorizza i banchieri centrali, perché le aspettative tendono ad autoavverarsi: se tutti si convincono che domani costerà di più, anticipano gli acquisti, e i prezzi salgono davvero.
Tutto questo arriva a due settimane dalle elezioni di mid-term. Il dato politicamente più tossico riguarda i salari: a settembre la paga oraria media è cresciuta del 3%, meno dei prezzi, per il sesto mese consecutivo. Gli avversari di Trump collegano i rincari alle sue scelte: la guerra con l’Iran per l’energia, i dazi per le merci, l’appoggio entusiasta al boom dell’AI per l’elettronica. La Casa Bianca replica che i prezzi riflettono anni di aumenti cumulativi e che la deregulation li farà scendere.
Gerard Baker, editorialista del Wall Street Journal, ha proposto un parallelo suggestivo con il 1992, l’anno del motto elettorale: «È l’economia, stupido». Quello slogan fu inventato da James Carville, stratega della campagna di Bill Clinton. Quest’ultimo vinse contro George Bush padre cavalcando il malcontento per una mini-recessione che al momento del voto in realtà era già finita, e la presidenza Clinton coincise con un lungo boom.
Oggi, sostiene Baker, i repubblicani rischiano una batosta per una percezione distorta della realtà. Solo il 31% degli elettori approva la gestione economica di Trump, mentre Biden nel giugno 2022, con l’inflazione al 9,1%, il Pil in contrazione e i salari reali in calo, era al 33% (pessimo, ma meno peggio di Trump). L’«indice di miseria» di Arthur Okun, somma di inflazione e disoccupazione, valeva 12,7 allora e vale 7,5 adesso. La Fed di Atlanta stima per il terzo trimestre una crescita annualizzata del 3,6%. E se gli aumenti di produttività promessi dall’AI si materializzeranno, il 2026 potrebbe essere ricordato come l’inizio di una nuova «Età dell’Oro».
Lo stesso Baker indica la spiegazione più convincente del malumore: gli elettori non ragionano sul tasso d’inflazione ma sul livello dei prezzi, cresciuti del 25% dal 2020 dopo decenni di stabilità. Il rallentamento dell’inflazione non riporta indietro il conto del supermercato.
Il paradosso funziona anche nell’altro senso: gli americani protestano contro il carovita anche se continuano a stare meglio di quasi tutti gli altri popoli della terra, e continuano a stare meglio dei propri genitori o nonni. Forse è questa la lezione più interessante per gli europei: un’economia può crescere, consumare e innovare più di qualsiasi altra in Occidente, e lasciare comunque i suoi cittadini convinti di vivere tempi difficili.
Questo articolo è stato pubblicato sulla Newsletter «Global” di Federico Rampini. Clicca qui per iscriverti alle Newsletter del Corriere
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