Friedman e l’Eurozona: perché l’inflazione non si combatte soltanto restringendo il credito


«L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario». La celebre affermazione di Milton Friedman torna inevitabilmente al centro del dibattito quando i prezzi aumentano. Nell’Eurozona di oggi, però, la questione non riguarda soltanto quanta moneta circola o quanto rapidamente cresce la domanda. Conta anche quanto costa produrre, quali risorse sono disponibili e se le imprese riescono a finanziare gli investimenti necessari per adattarsi agli shock. È da qui che occorre partire per capire fino a che punto una stretta del credito possa rappresentare, da sola, una risposta efficace all’inflazione.

Il limite di una lettura prevalentemente monetaria

La scuola monetarista assegna alla crescita dell’offerta di moneta un ruolo centrale nella spiegazione dell’inflazione persistente. Fermarsi alla sola dinamica monetaria, tuttavia, rischia di offrire una lettura incompleta. 

Per comprendere l’inflazione occorre considerare insieme due offerte: quella di moneta e quella di beni e servizi. La prima sostiene la capacità di spesa; la seconda determina ciò che l’economia è effettivamente in grado di produrre e acquistare. Se la quantità di moneta cresce più rapidamente della produzione, possono emergere pressioni sui prezzi. Ma i rincari possono avere anche cause non monetarie, per esempio quando aumentano i costi di produzione, si interrompono i collegamenti commerciali o alcuni fattori produttivi diventano più scarsi.

È quanto sta accadendo oggi nell’area euro. Secondo la stima preliminare di Eurostat, a settembre 2026 l’inflazione annua è salita al 3,8%, dal 3,2% di agosto. A distinguersi è soprattutto l’energia, con un aumento del 18,8%, mentre l’inflazione al netto di energia, alimentari, alcol e tabacco si colloca al 2,5%. La stessa BCE indica nel conflitto in Medio Oriente una fonte delle attuali pressioni inflazionistiche.

La moneta resta quindi una parte essenziale della spiegazione, ma non l’unica. Quando l’inflazione nasce anche da fattori esterni che rendono più costoso produrre, la questione diventa capire non soltanto come contenere la domanda, ma anche come preservare la capacità dell’economia di adattarsi e rafforzarne il potenziale produttivo.  

Quando produrre costa di più e investire diventa più difficile

L’energia attraversa quasi ogni fase dell’attività economica: alimenta gli impianti, consente i trasporti e sostiene la distribuzione. Quando il suo prezzo aumenta, il rincaro può quindi trasferirsi a molti beni e servizi anche in assenza di una crescita della domanda.  Per un’economia come quella europea, ancora esposta alle importazioni energetiche, una dinamica di questo tipo incide direttamente sui costi di produzione. 

La politica monetaria può contrastare la propagazione delle pressioni inflazionistiche frenando la domanda. Il 10 settembre 2026 la BCE ha aumentato i propri tassi di riferimento di 25 punti base, proprio mentre il conflitto in Medio Oriente alimentava nuove tensioni sui prezzi. Ma una stretta monetaria agisce anche sul costo del finanziamento: tassi più elevati rendono più onerosi i prestiti e possono rallentare gli investimenti. 

Qui emerge una possibile doppia penalizzazione per le imprese. Da un lato aumentano i costi energetici; dall’altro diventa più costoso finanziare gli interventi necessari per ridurli. Un’impresa che voglia sostituire un impianto energivoro, migliorare la logistica o acquistare macchinari più efficienti può trovarsi quindi nella situazione paradossale in cui l’investimento diventa più urgente proprio mentre il credito necessario per realizzarlo diventa meno conveniente. 

I dati BCE mostrano che nel secondo trimestre del 2026 le imprese dell’area euro hanno segnalato un forte irrigidimento dei tassi sui prestiti bancari: il saldo netto delle risposte ha raggiunto il 42%, contro il 26% del trimestre precedente. La stessa BCE osserva inoltre che l’aumento dei costi energetici, insieme a condizioni creditizie più restrittive e a una maggiore incertezza, rischia di pesare sui programmi di investimento delle imprese. Contrastare l’inflazione resta necessario, ma occorre evitare che la risposta indebolisca proprio gli investimenti capaci di ridurre nel tempo la vulnerabilità a nuove tensioni sui costi e sulla produzione. 



Contenere la domanda senza impoverire l’offerta

Una stretta monetaria può contribuire a ridurre l’inflazione anche quando le pressioni inflazionistiche hanno origine esterna, perché limita il rischio che i rincari iniziali si trasmettano in modo persistente a prezzi, salari e aspettative. Ma anche il suo effetto sulla capacità produttiva merita attenzione. Nel breve periodo, una domanda più debole può attenuare la pressione sui prezzi; nel medio-lungo periodo, investimenti rinviati o cancellati possono invece lasciare irrisolti proprio quei vincoli produttivi che rendono l’economia vulnerabile agli shock. 

La questione è particolarmente rilevante in Europa. Secondo la EIB Investment Survey 2025, i costi energetici rappresentano un ostacolo agli investimenti per il 75% delle imprese dell’Unione europea, insieme all’incertezza e alla carenza di competenze. La BEI rileva inoltre che le imprese europee continuano a investire in efficienza energetica, diversificazione e riduzione delle emissioni come leve per rafforzare la competitività futura. Interventi di questo tipo, insieme a quelli in reti elettriche, impianti produttivi e infrastrutture, possono ridurre costi e strozzature per molti anni. Ma la durata non garantisce da sola l’utilità economica. Un’opera può sopravvivere a lungo senza continuare a svolgere la funzione per cui era stata realizzata: il punto non è quindi finanziare qualsiasi investimento, ma selezionare quelli capaci di rafforzare effettivamente la capacità produttiva.

Anche i tempi contano. Nella fase iniziale un investimento aumenta la domanda di lavoro, materiali e finanziamenti e può quindi creare pressioni sui prezzi. I benefici arrivano quando l’opera o il nuovo capitale diventano operativi. Per questo, accanto alla quantità degli investimenti, contano la qualità, la programmazione e la capacità di generare benefici duraturi. 



Il credito non finanzia tutti gli investimenti allo stesso modo

Il problema non riguarda soltanto quanto credito viene concesso, ma anche a chi e a quali condizioni. Un reddito stabile o garanzie facilmente valutabili rendono più semplice stimare la capacità di rimborso. Un’impresa che investe in ricerca, nuove tecnologie o capitale immateriale presenta invece spesso ricavi più incerti e meno beni da offrire come collaterale.

Le condizioni di finanziamento possono quindi incidere direttamente sulla decisione di investire. Un esperimento della Banca europea per gli investimenti mostra che, con condizioni di credito più conservative, solo circa un’impresa su due sarebbe disposta a realizzare il progetto previsto; con condizioni migliori, la quota sale a circa quattro su cinque. Ridurre dal 100% al 50% le garanzie richieste aumenta inoltre di 15 punti percentuali la probabilità che l’investimento venga realizzato.

La questione diventa ancora più evidente per gli investimenti innovativi. La BCE sottolinea che il finanziamento bancario è strutturalmente meno adatto agli investimenti immateriali e di lungo periodo, mentre canali alternativi come venture capital e private credit possono svolgere un ruolo complementare. 

La prudenza resta indispensabile: non ogni progetto rischioso merita di essere finanziato e il sostegno pubblico non dovrebbe trasformarsi in una socializzazione indiscriminata delle perdite. Ma un sistema finanziario orientato allo sviluppo deve essere capace di distinguere tra rischio improduttivo e incertezza legata a investimenti che possono creare nuova capacità produttiva. La responsabilità del credito riguarda quindi anche la qualità degli investimenti che il finanziamento rende possibili. 

Oltre Friedman: conta anche dove va il credito

Friedman resta un riferimento essenziale perché ricorda che la dinamica monetaria non può essere ignorata quando si analizza l’inflazione. Ma l’esperienza recente dell’Eurozona mostra anche i limiti di una risposta concentrata prevalentemente sul controllo della domanda. Quando i rincari derivano in larga parte da energia, approvvigionamenti e tensioni internazionali, restringere il credito può contribuire a contenerne la propagazione, ma rischia anche di rallentare gli investimenti necessari a rendere l’economia meno vulnerabile agli stessi shock.

La questione non riguarda quindi soltanto quanta moneta viene generata, ma anche come viene impiegata. Finanziare consumo corrente, ricerca, efficienza energetica o un’infrastruttura produce effetti molto diversi sulla capacità produttiva futura. Un credito orientato verso investimenti efficienti può contribuire, nel tempo, a ridurre costi e vincoli dell’offerta.

Questo non significa sostituire la prudenza con un’espansione indiscriminata del credito, ma affiancare alla stabilità monetaria politiche industriali, energetiche e finanziarie capaci di rafforzare il sistema produttivo e sostenere gli investimenti con maggiori benefici economici. Alla politica monetaria spetta impedire che pressioni inizialmente temporanee si trasformino in inflazione persistente; alle altre politiche spetta intervenire sulle condizioni che rendono l’economia più solida e meno vulnerabile. La stabilità dei prezzi dipende anche dalla solidità dell’offerta che l’economia riesce a costruire. 



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