In Italia si contano circa 262 data center sparsi sul territorio, dove a guidare la lista troviamo la Lombardia. Tra siti da riqualificare e nuove costruzioni: dove si trovano i data center e quali investimenti verranno fatti?
Come ormai è noto, il raffreddamento dei data center è un problema dato che, per tenerli alle basse temperature che ne consentono l’efficienza, servono grandi quantità d’acqua. E poi c’è il tema del consumo di energia elettrica. Esiste una soluzione per aggirare questi ostacoli? A rispondere con un esempio concreto ci pensa il data center di Predaia: Intacture è situato all’interno di una montagna, accanto a una miniera ancora attiva, a una profondità tra i 40 e i 100 metri.
Il case study di Intacture
Costruito dalla società pubblico-privata Trentino DataMine, partecipata al 49% dall’Università di Trento, gli investimenti per l’infrastruttura digitale sono stati complessivamente oltre 50 milioni di euro, 18 dei quali presi dal fondo PNRR. Tramite il free cooling, un sistema di scambio con l’area esterna, la cava permette di raffreddare il data center. Secondo i progettisti, il chiller (il sistema di raffreddamento ad acqua) dovrebbe entrare in funzione solo per i tre mesi estivi, quando cioè le temperature esterne aumentano notevolmente. Di conseguenza è previsto anche un risparmio dell’energia elettrica equivalente ai consumi annuali di circa 900 famiglie. I motivi per i quali è stata scelta questa sede sono stati molteplici: la naturale protezione da metereologici e da interferenze elettromagnetiche, e la riduzione del rischio di intrusioni non autorizzate. Inoltre, la cava è sormontata da uno strato di argilla che si estende fino a 40 metri di profondità, impedendo all’acqua di filtrare e quindi, eventualmente danneggiare la struttura.
La distribuzione dei data center in Italia
Chiaramente, non sempre è possibile costruire all’interno di cave o miniere, per questo i grandi operatori del settore e i co-locator, aziende che realizzano la struttura per poi affittarla, studiano i territori incrociando diversi fattori: disponibilità energetica, connettività in fibra ottica, fattori climatici e risorse idriche, normative e permessi, prossimità con gli utenti. In Italia, secondo quanto riporta Data Center Map, queste infrastrutture digitali sono circa 262, di cui 118 sono in Lombardia. I numeri forniti fanno riferimento a siti costruiti, in costruzione e pianificati/annunciati.
La Lombardia guida l’Italia, seconda il Piemonte
Il cuore pulsante dei data center italiani lo troviamo, appunto, in Lombardia che ospita il 68% della capacità nazionale, pari a circa 414MW e il 45% degli hub tecnologici. Oltre a rendere più veloce la trasmissione dei dati, i data center rappresentato un’opportunità economica per i comuni tanto quanto per le aziende: le aziende comprano i terreni, istruiscono la pratica urbanistica con i comuni e rivendono il pacchetto alle società interessate; i comuni ricevono i pagamenti degli oneri di urbanizzazione che utilizzano per rifinanziare strade, reti energetiche, piste ciclabili etc. Per esempio a Rho, comune a nord-ovest di Milano dove Amazon Web Services sta costruendo un data center da 400 milioni di euro, l’assessore all’urbanistica ha introdotto un onere più alto rispetto a quanto previsto dalle tabelle regionali: 100 euro al metro quadrato contro i 60 previsti, ottenendo così fondi da poter reinvestire sul territorio. Il Piemonte si sta affermando come il secondo polo digitale d’Italia, superando il Lazio, grazie a enormi investimenti privati. I progetti principali si concentrano nella provincia di Torino e nel vercellese: spiccano il campus da 576 MW a Moncalieri (ex area ILTE), il polo da 4 miliardi di euro a Trino (ex centrale Galileo Ferraris) e l’hub da 500 milioni di euro a Caselle Torinese, ai quali si affiancano la Cloud Region di TIM e Google e la rete pubblica del CSI Piemonte.
Maxi data center nel Lazio
Sul territorio laziale troviamo una trentina di data center, di cui circa 28 sono distribuiti omogeneamente su tutta la Capitale. Prossimamente, nel quartiere Laurentina di Roma Sud, un’intera area industriale abbandonata (dove si trovava il centro gestionale dell’ACEA) si trasformerà in un grande polo tecnologico con sei data center che connetteranno la Capitale al resto del mondo tramite i cavi sottomarini del Mediterraneo. L’operazione si sviluppa su un’area di 22 ettari, un’edificazione di sei strutture per una capacità IT totale di 35,2 MW. Gli investimenti chiamano lavori di opere pubbliche: arrivano infatti interventi di riqualificazione integrale di circa 500 metri di via delle Testuggini con il rifacimento del manto stradale a doppio senso, nuovi marciapiedi protetti, parcheggi pubblici, illuminazione a LED e piantumazione di 62 alberi di leccio. Anche questa struttura punta a essere il più sostenibile possibile: alimentata al 100% da fonti rinnovabili, utilizzerà anche sistemi di raffreddamento a circuito chiuso che non consumerà acqua potabile. Sono previsti altri investimenti in questi hub tecnologici: a Colleferro su 76 ettari tra l’A1, Via Casilina e la linea ferroviaria ad Alta Velocità, sarà costruito un impianto a tre chilometri dalla sede logistica di Amazon. Saranno 57.800 metri quadrati coperti, con impianti fotovoltaici per 34 MW di potenza complessiva. Il Comune di Colleferro spiega che sarà “un data center di ultima generazione per l’AI con 150 MW di potenza elettrica assegnata dal gestore di rete Terna”, con un indotto occupazionale importante: si stima che in fase di costruzione si assumano circa 700 persone e che ci saranno circa 220 impiegati diretti e altrettanti indiretti in fase di gestione. Dietro la proposta di questo colosso c’è la Cobra Green Hyperscale Srl, che utilizza il lavoro di Mitsubishi Electric per il sistema di raffreddamento ad aria, utilizzando anche il ricircolo delle acque e l’utilizzo di quelle meteoriche; mentre il fabbisogno energetico verrà soddisfatto in parte dal fotovoltaico.
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