Settimo appuntamento della rubrica “Economia Sociale“. Prima di donare, sponsorizzare o co-progettare con un ente non profit, ci sono documenti che dicono quasi tutto. Ecco quali sono, chi è obbligato a pubblicarli, come leggerli e quali segnali devono far scattare l’allarme.
Prima di un’acquisizione o di una partnership strutturata, non salteresti mai la due diligence: leggere i conti della controparte è la regola. Eppure, quando si tratta di scegliere un partner non profit per una donazione, una sponsorizzazione o un progetto comune, spesso bastano un sito curato e una bella presentazione. La posta è diversa, il metodo dovrebbe essere lo stesso.
Esistono strumenti migliori, e sono pubblici. Il più completo è il bilancio sociale: saperlo leggere è la due diligence più economica che la tua impresa possa fare, e richiede un quarto d’ora.
Cos’è, e chi è obbligato a farlo
Il bilancio sociale è il documento con cui un ente del Terzo settore rendiconta non solo i numeri economici, ma cosa ha fatto e per chi: attività svolte, persone raggiunte, risorse impiegate, risultati. Va redatto secondo le Linee guida del Ministero del Lavoro (DM 4 luglio 2019), che ne fissano struttura e contenuti minimi: metodologia, governance, persone, attività, situazione economica, monitoraggio dell’organo di controllo.
Non tutti gli enti sono obbligati. La legge lo impone a tre categorie:
- gli enti del Terzo settore con entrate superiori a 1 milione di euro nell’esercizio, qualunque sia la loro forma (art. 14 del Codice del Terzo settore);
- tutte le imprese sociali, comprese le cooperative sociali, a prescindere dalla dimensione (D.Lgs. 112/2017);
- i Centri di servizio per il volontariato.
Per gli enti obbligati il bilancio sociale va depositato al Registro unico nazionale del Terzo settore (RUNTS), o al registro delle imprese per le imprese sociali, e pubblicato sul sito internet dell’ente, ogni anno entro la fine di giugno.
Quanti sono, e quanto si sta diffondendo
Per avere un ordine di grandezza: secondo il Rapporto 2024 sul RUNTS di Ministero del Lavoro e Unioncamere, a fine 2023 gli enti iscritti al Registro erano circa 120mila, e di questi quasi 24mila erano imprese sociali, cioè enti tenuti per legge al bilancio sociale. A loro si aggiungono gli altri enti sopra la soglia del milione di euro: in tutto, una minoranza degli iscritti, ma che concentra buona parte delle risorse e dei lavoratori del settore.
Il dato più interessante però riguarda chi lo fa senza esserne costretto. Una ricerca della Milano School of Management dell’Università di Milano con VITA, condotta su 113 grandi enti nazionali, ha rilevato che nel 2022 il 57,5% aveva pubblicato un bilancio sociale, con un numero di enti che, secondo i ricercatori, cresce di anno in anno. E chi rendiconta da più tempo va oltre: tra gli enti seguiti per quattro anni, quasi uno su due (45,8%) misura anche il proprio impatto sociale, contro il 37,9% del campione complessivo. Il campione riguarda le realtà più strutturate, quindi non vale per tutto il Terzo settore. Ma la direzione è chiara. E non riguarda solo i grandi enti: secondo i primi risultati del Censimento Istat delle istituzioni non profit (dati provvisori 2024), più di un terzo degli enti coinvolge già i propri interlocutori nel monitoraggio e nella valutazione dei risultati.
Tradotto per un’impresa: la rendicontazione sociale sta smettendo di essere un adempimento dei grandi e sta diventando un linguaggio comune. Chi la sa leggere ha un vantaggio.
E se l’ente non ha un bilancio sociale?
Qui serve una precisazione importante, perché la maggior parte degli enti non è obbligata e molti, soprattutto i più piccoli, non lo pubblicano ancora. L’assenza del bilancio sociale, da sola, non è un segnale d’allarme.
C’è però un documento che tutti gli enti del Terzo settore devono depositare ogni anno al RUNTS, indipendentemente dalla dimensione: il bilancio di esercizio, o il rendiconto per cassa per gli enti più piccoli, consultabile insieme allo statuto. E gli enti con entrate sopra i 100.000 euro devono pubblicare ogni anno sul proprio sito gli eventuali compensi ad amministratori e dirigenti. È da qui che parte la verifica minima, per qualsiasi partner. E dentro il bilancio di esercizio c’è un documento che però non va confuso con il bilancio sociale e merita una lettura a sé.
Relazione di missione e bilancio sociale: che differenza c’è
La relazione di missione fa parte del bilancio di esercizio, insieme allo stato patrimoniale e al rendiconto gestionale. Spiega le voci di bilancio, l’andamento economico e gestionale e le modalità con cui l’ente persegue le proprie finalità statutarie. È anche il luogo in cui l’organo di amministrazione deve documentare che le eventuali attività “diverse”, cioè quelle commerciali o accessorie, restano secondarie e strumentali rispetto a quelle di interesse generale.
Il bilancio sociale è invece un documento autonomo, con un altro sguardo: non spiega i conti, racconta l’ente ai suoi interlocutori. Chi sono gli stakeholder, come funziona la governance, chi ci lavora, quali risultati e quale impatto ha prodotto l’attività.
In sintesi, i due documenti rispondono a due domande diverse:
- la relazione di missione risponde a: come sono state usate le risorse, e quell’uso è coerente con lo scopo dell’ente?
- il bilancio sociale risponde a: cosa è cambiato, e per chi, grazie a quelle risorse?
Cambia anche la platea degli obbligati. Il bilancio sociale, come abbiamo visto, riguarda solo alcune categorie. La relazione di missione è molto più diffusa: la deve redigere ogni ente che presenta il bilancio di esercizio in forma ordinaria. Ne restano esclusi soltanto gli enti più piccoli che possono usare il rendiconto per cassa, cioè, dopo le modifiche introdotte dalla legge 104 del 2024, quelli privi di personalità giuridica con entrate fino a 300.000 euro, oltre agli enti fino a 60.000 euro che possono presentare un rendiconto semplificato.
Per un’impresa la conseguenza è pratica: quando il bilancio sociale non c’è, la relazione di missione è il primo posto dove guardare. Non misura l’impatto, ma ti dice se i conti sono spiegati, se le attività dichiarate trovano riscontro nei numeri e se l’ente sta facendo ciò per cui è nato. Quando ci sono entrambi, leggerli insieme è il controllo più completo che puoi fare.
I quattro punti da leggere (nell’ordine giusto)
Quando il bilancio sociale c’è, quindici minuti bastano se sai dove guardare. Ecco il percorso che suggeriamo:
- Le attività e i numeri di impatto. Cosa ha fatto concretamente l’ente nell’anno: quante persone assistite, quanti progetti, quali risultati. Diffida degli aggettivi senza numeri: “tante iniziative di grande valore” non è rendicontazione, è marketing. E se tra i numeri trovi uno SROI (Social Return on Investment), il rapporto del tipo “per ogni euro investito, 3 euro di valore sociale”, leggilo con attenzione. È una metodologia seria, ancora poco diffusa nel Terzo settore, che dà un valore economico ai cambiamenti prodotti e lo confronta con le risorse impiegate, ma il risultato dipende molto dalle ipotesi di calcolo. Un errore da evitare: confrontare gli SROI di enti diversi. Un 5 a 1 non batte un 3 a 1 se le ipotesi sono diverse.
- La provenienza delle risorse. Da dove arrivano i soldi: quote associative, donazioni, contributi pubblici, corrispettivi. Un ente sano ha fonti diversificate; un ente che dipende da un’unica fonte è più fragile, e la sua indipendenza va valutata di conseguenza.
- Le persone. Quanti volontari, quanti lavoratori, come è composta la governance, da quanto tempo. Il ricambio degli organi e la presenza di volontari attivi raccontano la vitalità reale dell’ente meglio di qualsiasi brochure.
- La coerenza tra missione e spesa. Le risorse vanno dove lo statuto dice che devono andare? Se un ente spende quasi tutto in comunicazione e poco in attività, il bilancio sociale lo mostrerà. È il controllo di coerenza che nessuna presentazione ti farà mai fare.
I veri segnali d’allarme sono altri: un ente obbligato che non ha depositato il bilancio sociale, un bilancio di esercizio introvabile o vecchio di anni, numeri non confrontabili con l’anno precedente, nessuna informazione su governance e compensi quando è dovuta. Non significano necessariamente malafede: significano che la trasparenza non è una priorità. Per un partner, basta saperlo prima.
C’è un secondo motivo, meno ovvio, per cui i documenti del partner interessano l’impresa: finiscono dentro la tua storia di sostenibilità. Quando rendiconti ai tuoi stakeholder le iniziative sociali dell’azienda, la solidità del partner è la solidità del tuo racconto. Un partner che documenta l’impatto ti fornisce i numeri per il tuo report; un partner opaco ti lascia con gli aggettivi.
Cosa può fare Consumerismo: la trasparenza che chiediamo, a partire da noi
Una premessa, perché sarebbe incoerente chiedere ai lettori di guardare i documenti senza dire come stanno i nostri. Consumerismo non ha ancora pubblicato un bilancio sociale: fino a oggi la nostra rendicontazione è passata per il bilancio di esercizio depositato al RUNTS, con la relazione di missione che ne spiega numeri e attività, e per il racconto pubblico del nostro lavoro. Abbiamo deciso di fare il passo: il nostro primo bilancio sociale, relativo all’esercizio 2026, sarà presentato nel 2027 e sarà redatto secondo le stesse linee guida ministeriali di cui abbiamo parlato qui. Su questo stiamo preparando un evento aperto anche agli stakeholder, per conoscerci meglio e capire cosa possiamo fare insieme per la tutela del consumatore. L’evento si terrà il 16 aprile 2027 al Palazzo delle Esposizioni a Roma.
Nel frattempo, a chi vuole conoscerci mettiamo a disposizione ciò che abbiamo: statuto, bilancio di esercizio con la relazione di missione e i numeri delle nostre attività. Se la tua impresa sta valutando una collaborazione con il Terzo settore, scrivici a imprese@consumerismo.it: è il modo migliore di conoscersi.
Un’economia sociale matura non chiede fiducia sulla parola: la documenta. E le imprese che imparano a leggere quella documentazione scoprono un mondo di partner seri con cui costruire valore condiviso, lontano dagli scivoloni che riempiono le cronache.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno carattere divulgativo e non sostituiscono la consulenza sul caso concreto.
L’autore. Giovanni Riccobono è Direttore Generale di Consumerismo No Profit APS ETS. Master di I livello in Scienze e Management degli Enti del Terzo Settore (Università LUMSA).
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