Il dato guida il percorso verso la sostenibilità


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Nel panorama economico odierno le aziende che abbracciano la strada della sostenibilità avviano una revisione strutturale del modello di business. Agli apetti ambientali, che restano prevalenti, si affiancano anche quelli sociali. Durante l’ultima edizione del Salone della CSR e dell’innovazione sociale, il contributo di GS1 Italy ha posto al centro la raccolta, la trasmissione e l’analisi dei dati come base di partenza per l’efficientamento e la misurazione della sostenibilità lungo tutta la catena del valore.

Con l’Empowering Consumers la comunicazione ambientale si fa prudente

Ultimo attore della filiera è il consumatore, ma non ultimo per il potere che può esercitare nel condizionare le scelte decise a monte. Oggi il mercato si confronta con un acquirente non più passivo, ma attento, esigente e critico nei confronti delle promesse d’impresa.

Se ne discute durante l’incontro “Consumatori consapevoli, motori della transizione?”.

«L’entrata in vigore della direttiva Empowering Consumers, conosciuta anche come direttiva Greenwashing sta cambiando rapidamente i claim di sostenibilità ambientale indicati sulle confezioni. L’analisi dei dati dell’Osservatorio Immagino evidenzia un diffuso atteggiamento prudenziale rispetto ai claim volontari. Su un totale di 130 mila prodotti del largo consumo analizzati, la presenza di claim volontari ha fin’ora riguardato almeno 100 mila referenze, ma molte aziende li stanno togliendo, almeno temporaneamente, dalle etichette digitali, prendendo tempo per capire come riproporre correttamente quel tipo di affermazione» Samanta Correale, Business intelligence senior manager di GS1 Italy.

Il largo consumo si trova in una fase di transizione e di forte prudenza in cui è consentito smaltire le scorte, creando un temporaneo disallineamento tra l’etichetta digitale per l’e-commerce e i prodotti a scaffale. Le imprese stanno sfruttando questi mesi anche per valutare quali certificazioni mantenere e quali eventualmente sostituire, tenendo conto che la normativa pone l’accento sulla validabilità e sul rigore delle attestazioni (falcidiando le semplici autocodifiche o autodichiarazioni prive di riscontri terzi indipendenti): per questo motivo, molte aziende preferiscono momentaneamente fare un passo indietro per operare con maggiore sicurezza ed evitare rischi di conformità.

L’accessibilità universale e i bisogni invisibili

Le nuove normative europee hanno costretto le aziende a guardare con maggiore attenzione anche alla sostenibilità sociale, ma la strada è ancora molto lunga e tortuosa, gli investimenti in diversità, equità e inclusione (DE&I, Diversity, Equity & Inclusion ) sono ancora bassi. Nel mondo, solo un CEO su cinque è donna e, in Europa, l’Italia è prima per gap occupazionale tra uomo e donna. Il tasso di occupazione delle donne scende del 20% per le donne che hanno figli in età prescolare. La D&I non può essere considerata solo un’attività accessoria, riguarda l’HR, il welfare, il modo in cui un’organizzazione struttura il suo capitale interno.

Partecipando all’incontro “DE&I, l’inclusione fattore di competitività”, Carolina Gomez, ECR Manager di GS1 Italy, approfondisce il tema dell’accessibilità come esigenza emersa dai tavoli tecnici di lavoro tra aziende e distributori che l’associazione organizza e che ha portato GS1 Italy a intraprendere una ricerca in collaborazione con il Politecnico di Milano e con i retailer e le aziende alimentari e non food, per mappare lo status quo e capire come rendere sistematiche e riconoscibili ai consumatori le iniziative di accessibilità già avviate sui packaging o nei punti vendita.

«I dati ci dicono che l’accessibilità può diventare una chiave di differenziazione e di competitività: solo il 5% delle aziende si focalizza sull’adattamento della propria offerta per includere la disabilità, lasciando un 95% del mercato scoperto; introdurre l’accessibilità nel design di prodotto e nella progettazione dei punti vendita aumenta l’engagement con il brand per il 15% dei consumatori e aumenta la fidelizzazione delle reti di familiari interessati e dei caregiver. Infine è emerso che l’accessibilità è rivolta ad alcuni, ma è utile per tutti. Accorgimenti nati per esigenze specifiche, come packaging apribili con una sola mano, etichette ad alto contrasto o corsie di supermercato prive di barriere e ben illuminate, migliorano radicalmente l’esperienza d’acquisto quotidiana per chiunque (genitori con passeggini, persone con infortuni temporanei o clienti di fretta)» spiega Carolina Gomez.

A tutto ciò si aggiunge il fattore demografico: l’Italia è uno dei paesi più longevi al mondo e la quota di popolazione con esigenze legate a mobilità, vista, udito e fragilità è destinata a crescere. Eppure, come emerge da alcuni dei dati della ricerca anticipati da Gomez e che saranno presentati integralmente il prossimo 27 ottobre nell’incontro “L’accessibilità nel largo consumo: stato dell’arte e prodspettive di filiera”, trasmesso in streaming, il settore mostra una maturità intermedia: solo il 20% circa delle aziende ha integrato l’accessibilità in modo strutturato nella strategia di business, mentre l’80% si muove con interventi spot o d’emergenza. Tutti gli interventi riguardano disabilità fisiche e sono spesso guidati da obblighi di legge, mentre i bisogni invisibili (fragilità cognitive, relazionali e sensoriali) resta ancora escluso dai tavoli di progettazione, a causa della mancanza di figure dedicate, strutture organizzative e competenze specifiche che GS1 Italy punta a colmare nella seconda fase della ricerca.

La comunicazione lungo la filiera e il passaporto digitale

Nell’incontro “Dalla product compliance alla conformità del ciclo di vita: cosa dicono le direttive” emerge chiaramente che nessuna transizione ecologica o sociale può essere compiutamente realizzata da un singolo attore isolato.

I requisisti di sostenibilità delle aziende saranno comunicati attraverso il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP) per la cui compilazione Tommaso Alabardi, Public policy manager di GS1 Italy, ribadisce la centralità della collaborazione tra gli attori della filiera. L’Unione europea non è l’unico organismo politico che sta adottando un documento di riconoscimento del prodotto, anche la Cina e gli Stati Uniti stanno introducendo strumenti simili di conformità seppur non così incentrati sulla sostenibilità.

«Attualmente l’Unione ha definito come deve essere l’infrastruttura tecnica del DPP attraverso le norme tecniche armonizzate già pubblicate, mentre gli operatori sono in attesa degli atti delegati con le informazioni che dovranno essere inserite per ogni categoria merceologica. GS1 entra in gioco perché una parte del DPP richiede infatti l’utilizzo di identificativi univoci di prodotto, di azienda e di sito produttivo, incorporati all’interno di supporti dati leggibili come il QR code» afferma Tommaso Alabardi.

Si partirà con l’effettiva applicazione dal 27 febbraio 2027 con le batterie, toccherà poi al tessile per cui l’obbligo scatterà a inizio 2029.


Jessika Pini

Jessika Pini

Giornalista pubblicista con una consolidata esperienza di redazione e inchieste nella stampa B2B. Esperta di comunicazione e transizione sostenibile d’impresa. Scrive di agroalimentare, packaging, retail e Ho.Re.Ca., industria 4.0 e sostenibilità.


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