di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Tre anni consecutivi di segno negativo. È il dato che il Centro Studi di Unimpresa continua a registrare, aggiornamento dopo aggiornamento, sul credito bancario destinato alle piccole imprese italiane: dopo il meno 8,1% del marzo 2024 e il meno 5,7% del marzo 2025, a marzo di quest’anno i prestiti alle piccole aziende sono ancora scesi, questa volta del 4,3% su base annua. Un miglioramento nel ritmo della contrazione, certo, ma pur sempre una contrazione, mentre il credito bancario complessivo destinato alle società non finanziarie italiane è tornato a crescere in modo robusto, arrivando secondo l’ultima rilevazione di giugno al 3,2% su base annua.
È proprio questo scarto, tra la ripresa aggregata e la sofferenza persistente della piccola dimensione, il dato che merita la lettura più attenta. Le imprese medio-grandi segnano oggi una crescita del credito del 2,2%, dopo essere partite nel 2024 da una flessione praticamente identica a quella delle piccole imprese, un allineamento che si è progressivamente scomposto negli ultimi due anni fino a produrre le traiettorie divaricate che osserviamo oggi. Ancora più marcato il contrasto con altri segmenti del sistema finanziario: fondi e assicurazioni hanno beneficiato di una crescita costante del credito, attestata al 3,1% nell’ultima rilevazione, dopo il 5,4% dell’anno precedente. Il sistema bancario italiano, nel suo complesso, sta tornando a prestare con convinzione, ma sta scegliendo con altrettanta convinzione a chi prestare.
Le ragioni di questa selettività non sono misteriose, e in parte rispondono a logiche di prudenza che le stesse banche giustificano con l’esigenza di contenere il rischio di credito in un contesto internazionale ancora attraversato da tensioni geopolitiche ed energetiche. La Banca d’Italia, nella sua ultima indagine sul credito bancario, ha peraltro segnalato per il terzo trimestre dell’anno l’attesa di un ulteriore, seppur lieve, aumento della domanda di prestiti da parte delle imprese, dopo i segnali di ripresa già registrati tra aprile e giugno. È un segnale che la domanda di credito, da parte del tessuto produttivo, non si è affatto esaurita: sono le condizioni di accesso a essersi ristrette in modo asimmetrico, penalizzando chi ha minore forza contrattuale nella negoziazione con gli istituti di credito.
Non si tratta soltanto di un problema quantitativo. La stessa Banca d’Italia, nella rilevazione relativa al primo semestre, ha segnalato che l’irrigidimento dei criteri di offerta ha riguardato in particolare le imprese manifatturiere ad alta intensità energetica, un segmento in cui rientrano non poche piccole e medie imprese italiane, spesso concentrate proprio nei distretti produttivi più esposti alla volatilità dei prezzi dell’energia. È un doppio svantaggio che si somma: da un lato l’esposizione diretta ai rincari energetici, dall’altro una minore capacità di accedere al credito bancario necessario proprio per affrontare quegli stessi rincari attraverso investimenti in efficientamento e diversificazione degli approvvigionamenti.
Per il tessuto delle piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale occupazionale del Paese pur non godendo della stessa capacità negoziale delle grandi aziende strutturate, questa selettività crescente del credito bancario rischia di tradursi in un freno silenzioso alla crescita, meno visibile di una crisi conclamata ma non meno dannoso nel medio periodo. Un’impresa che rinuncia a un investimento perché non trova credito a condizioni sostenibili non fallisce nell’immediato, ma perde competitività in modo progressivo, accumulando un ritardo che diventa sempre più difficile colmare quando le condizioni di mercato tornano favorevoli.
Il tema meriterebbe un’attenzione più esplicita da parte delle istituzioni finanziarie e di vigilanza, che dovrebbero interrogarsi su come conciliare la legittima prudenza nella gestione del rischio con l’esigenza, altrettanto legittima, di non lasciare indietro proprio quella parte del sistema produttivo che, per dimensione e struttura, ha meno alternative al canale bancario tradizionale per finanziare i propri investimenti. Il credito alle piccole imprese non è un tema di nicchia per pochi addetti ai lavori: è la misura concreta di quanto il sistema finanziario italiano intenda davvero accompagnare, e non soltanto osservare da lontano, la crescita del tessuto produttivo
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