Hai studiato, superato un concorso, conquistato un posto stabile. Poi cerchi una casa nella città in cui devi prendere servizio e scopri che l’affitto si mangia lo stipendio. Così quello che doveva essere un traguardo diventa una rinuncia obbligata. È quanto sta emergendo negli uffici giudiziari del Nord con il completamento del concorso per assistenti. E i numeri raccolti da Confsal-UNSA sono impressionanti: al Tribunale di Milano, su 92 assistenti assegnati, se ne sono presentati soltanto cinque. Sempre a Milano, al Tribunale per i minorenni, uno su tredici. Al Tribunale di Lodi, ancora uno su tredici.
A Verbania, nessuno dei sei assistenti assegnati al Tribunale si è presentato; nell’ufficio del Giudice di pace, uno su due. Ad Alessandria, cinque su ventisei. Al Tribunale di Torino, secondo le informazioni raccolte, diciotto o diciannove su quarantanove. Nel dettaglio delle segnalazioni torinesi, alla Corte d’assise risultano otto presenti, tre differimenti e sei rinunce; nell’Ufficio notificazioni, esecuzioni e protesti, dieci presenti, due differimenti e sette rinunce. A Trieste, su ventiquattro assegnati, ne risultano arrivati soltanto tre: due in Procura della Repubblica e uno dal Giudice di pace.
Sono rilevazioni sindacali che andranno aggiornate e confrontate con i dati definitivi dell’amministrazione. Una mancata presa di servizio può comprendere situazioni diverse, e i differimenti devono essere distinti dalle rinunce. Ma la portata del problema è già evidente. Sarebbe irresponsabile aspettare che ogni posizione sia definitivamente chiusa prima di affrontarlo.
Dietro questi numeri ci sono persone che hanno investito tempo, studio e speranze in un concorso. E ci sono uffici che aspettavano nuove energie per alleggerire carichi di lavoro ormai insostenibili. Quando un’assunzione resta sulla carta, il danno è doppio: perde il lavoratore, che vede allontanarsi una possibilità di autonomia; perdono i cittadini, che continuano a trovare cancellerie in affanno, pratiche arretrate e servizi sotto pressione.
Non possiamo attribuire automaticamente ogni assenza al costo dell’abitazione. Chiediamo, anzi, che l’amministrazione rilevi con precisione le ragioni delle rinunce. Ma sappiamo quanto pesi, per chi deve trasferirsi, la distanza tra la retribuzione disponibile e il costo reale della vita. Affitto, deposito cauzionale, spese condominiali, trasporti, bollette: prima ancora di ricevere il primo stipendio, un neoassunto deve affrontare esborsi che possono rendere il trasferimento materialmente impossibile.
Il posto fisso, da solo, non garantisce più la possibilità di costruire una vita dignitosa.
La questione attraversa l’Europa. In Spagna, le mobilitazioni per il diritto alla casa hanno assunto una forza tale da portare i principali sindacati ad annunciare uno sciopero generale per l’11 novembre. Affitti e sfratti sono diventati un tema centrale del confronto politico e sociale. È un segnale che dobbiamo ascoltare: quando il costo dell’abitare assorbe i redditi da lavoro, la crisi della casa diventa una crisi dell’intero patto sociale.
Accanto alle proteste, ci sono scelte pubbliche che meritano attenzione. Il programma spagnolo CASA47 punta a costruire un patrimonio di abitazioni accessibili, protetto stabilmente nella sua destinazione sociale, con canoni che, secondo l’impostazione annunciata dal Governo, non superino il 30 per cento del reddito degli inquilini. Anche la Commissione europea, con il Piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili, riconosce tra i destinatari prioritari i lavoratori dei servizi essenziali e propone di favorire investimenti nell’edilizia sociale e accessibile.
Le soluzioni vanno adattate alle condizioni di ciascun Paese. Ma il principio riguarda tutti: le città devono restare abitabili anche per chi le fa funzionare. Vale per gli insegnanti, per gli infermieri, per il personale della sicurezza, per i dipendenti degli enti locali. Vale per gli assistenti giudiziari, senza i quali anche il lavoro dei magistrati incontra ostacoli e rallentamenti. Una città che espelle questi lavoratori attraverso il costo degli affitti mette a rischio i propri servizi.
Nei precedenti editoriali abbiamo riconosciuto il valore dell’apertura del Governo sul Piano Casa. Continuiamo a considerare giusta la direzione: recuperare il patrimonio inutilizzato, aumentare l’offerta di alloggi accessibili, rilanciare l’edilizia sociale. Ma i dati che arrivano dai tribunali chiedono adesso un’accelerazione e una scelta precisa. Il lavoro pubblico deve entrare pienamente nelle politiche per l’abitare.
Confsal-UNSA torna a chiedere che una quota degli alloggi realizzati o recuperati sia destinata ai dipendenti pubblici che si trasferiscono per ragioni di servizio nelle aree ad alto costo della vita. Servono criteri trasparenti, legati al reddito, alle condizioni familiari e alla necessità effettiva di trasferirsi. Servono accordi tra amministrazioni, Comuni e soggetti che gestiscono il patrimonio abitativo. E servono risposte immediate: sistemazioni temporanee a prezzi sostenibili, sostegni alle spese iniziali e convenzioni per affitti calmierati. Chi deve prendere servizio nelle prossime settimane non può aspettare i tempi di realizzazione di un nuovo quartiere. Allo stesso tempo, dobbiamo continuare a rafforzare le retribuzioni. I risultati della contrattazione hanno valore e devono essere difesi. Ma il loro effetto sulla vita delle persone rischia di essere assorbito da un mercato degli affitti che corre più velocemente degli stipendi. Per questo la politica salariale e quella abitativa devono procedere insieme.
È la lezione che abbiamo richiamato parlando del Piano INA-Casa e dell’intuizione di Amintore Fanfani: dare una casa ai lavoratori significa sostenere il lavoro, l’economia e la coesione del Paese. Oggi significa anche consentire allo Stato di essere presente nei territori in cui c’è bisogno dei suoi servizi.
Chiediamo al Ministero della Giustizia di aprire subito un confronto con le organizzazioni sindacali, verificare le prese di servizio e le motivazioni delle rinunce, individuare gli uffici più esposti e concordare interventi concreti. Al Governo chiediamo di fare dell’accesso alla casa una componente della politica di reclutamento e di permanenza del personale pubblico.
Non basta finanziare posti e bandire concorsi. Bisogna creare le condizioni perché quei posti possano essere occupati. Cinque assistenti su novantadue, a Milano, sono un allarme che lo Stato non può ignorare. Perché quando un lavoratore deve rinunciare a servire lo Stato per non poter pagare un affitto, il diritto alla casa e il diritto dei cittadini a servizi efficienti vengono colpiti insieme. Ed è su entrambi che abbiamo il dovere di intervenire.
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