Capitolium Art, la disciplina della materia. Giuseppe Uncini a Roma


Le opere d’arte sopravvivono ai loro autori, ma raramente ai luoghi nei quali sono nate. Gli studi cambiano proprietario, gli oggetti vengono dispersi, le pareti ridipinte; rimane, quando la fortuna lo consente, qualche fotografia a testimoniare ciò che vi accadeva. A Roma, in via delle Mantellate 14/B, gli ambienti che furono lo studio di Mario Schifano ospitano oggi Capitolium Art, casa d’aste nata a Brescia che ha affiancato alla propria attività commerciale un programma di ricerca espositiva. La trasformazione suggerisce una riflessione tutt’altro che sentimentale: l’arte, uscita dalle mani di chi l’ha prodotta, entra in un sistema di attribuzioni, interpretazioni e valutazioni economiche che finisce inevitabilmente per modificarne la percezione.

Giuseppe Uncini. Umanesimo e Potenza. Courtesy Capitolium Art

Il mercato contribuisce alla circolazione delle opere, ma non può sostituirsi alla loro comprensione. Capitolium Art sembra aver riconosciuto questa distinzione, costruendo nella sede romana una programmazione che ambisce a restituire profondità storica a personalità spesso imprigionate nelle rispettive fortune commerciali. Il percorso dedicato alla scultura italiana del secondo dopoguerra, inaugurato nel 2023 con Leoncillo e proseguito con Ettore Colla, approda ora a Giuseppe Uncini. Tre artisti diversissimi, attraverso i quali si possono osservare altrettante risposte alla crisi della rappresentazione: la materia tormentata del primo, il recupero degli oggetti industriali del secondo, la disciplina costruttiva del terzo.

Giuseppe Uncini. Umanesimo e Potenza. Courtesy Capitolium Art

Curata da Enrico Mascelloni, con la collaborazione dell’Archivio Uncini, Giuseppe Uncini. Umanesimo e potenza riunisce otto opere realizzate tra il 1961 e il 2000. La selezione rinuncia all’ambizione enciclopedica e affida a pochi lavori il compito di documentare le trasformazioni di una ricerca straordinariamente coerente. Dal Cementarmato del 1961 a Ombra di Piramide T28 del 1977, fino a Rilievo n. 99 del 2000, il percorso consente di riconoscere come il problema della costruzione si trasformi progressivamente in una riflessione sulla percezione. Una scelta convincente, benché la distanza cronologica fra le opere richieda al visitatore un’attenzione che nessun effetto scenografico potrebbe sostituire.

Nato a Fabriano nel 1929 e trasferitosi a Roma nel 1953, Uncini si afferma quando l’Informale comincia a manifestare una contraddizione interna: la libertà conquistata dalla materia rischia di irrigidirsi in una nuova convenzione. Il gesto spontaneo diventa riconoscibile, l’irregolarità assume caratteri ripetitivi, persino l’accidente finisce per essere previsto. Uncini sceglie di sottrarsi a questa retorica dell’immediatezza, cercando nella costruzione una possibilità espressiva indipendente dall’esibizione del temperamento individuale.

Giuseppe Uncini. Umanesimo e Potenza. Courtesy Capitolium Art

Nei Cementarmati compie un’operazione di notevole intelligenza plastica. Nell’edilizia, l’armatura metallica è destinata a scomparire dentro il cemento, assicurando alla struttura una resistenza che l’occhio non deve necessariamente conoscere. Uncini rovescia questa consuetudine: il ferro affiora, denuncia la propria funzione, partecipa alla composizione. Il cemento conserva il peso, la porosità, le tracce della lavorazione. Nessun materiale cerca di somigliare a un altro, nessuna superficie viene riscattata mediante un travestimento estetico.

La questione non è la semplice adozione di sostanze estranee alla tradizione scultorea. Le avanguardie avevano già dimostrato che la nobiltà del materiale costituisce un pregiudizio, non una categoria critica. Uncini assume i procedimenti dell’architettura, li priva della destinazione pratica e ne ricava un organismo autonomo. La costruzione non serve più a sostenere un edificio, ma diventa il soggetto stesso dell’esperienza artistica.

Giuseppe Uncini. Umanesimo e Potenza. Courtesy Capitolium Art

Nelle successive ricerche sullo spazio e sull’ombra, questa riflessione raggiunge esiti ancora più complessi. Il vuoto acquista un ruolo attivo, mentre l’ombra, normalmente dipendente da un corpo e da una sorgente luminosa, viene ricondotta entro un ordine plastico. Uncini rende costruibile ciò che sembrerebbe sottrarsi alla costruzione. L’esattezza geometrica, anziché rassicurare, introduce un’incertezza percettiva: ciò che appare evidente alla vista si rivela meno semplice appena si tenta di comprenderne la natura.

L’umanesimo evocato dal titolo non richiede figure umane né nostalgie classiche: appartiene alla fiducia nella capacità dell’intelligenza di stabilire rapporti. E la potenza, lontana da qualsiasi esibizione monumentale, coincide con la precisione attraverso cui quei rapporti acquistano evidenza. A questa disciplina delle forme risponde, quasi per contrasto, la materia assai meno governabile della memoria. Il catalogo pubblicato da Capitolium Art, con contributi di Enrico Mascelloni e Marzio Uncini, apparato fotografico e progetto grafico di Augusto Selvatici, comprende la sezione Uncini racconta Uncini. Note biografiche, a cura di Scarlett Matassi, che restituisce all’artista la parola sulla propria esistenza.

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Giuseppe Uncini. Umanesimo e Potenza. Courtesy Capitolium Art

Riemerge così la Roma degli anni Cinquanta e Sessanta, sottratta alla mitologia delle avanguardie raccontate come una successione di incontri provvidenziali e amicizie indissolubili. Uncini ricorda esperienze, decisioni e rapporti personali, lasciando affiorare le contraddizioni di un ambiente nel quale la prossimità artistica non comportava necessariamente una comunanza di idee o di destini. Fra queste vicende compare l’amicizia con Mario Schifano, importante e successivamente interrotta. La coincidenza con il luogo che oggi ospita la mostra è suggestiva, ma il suo interesse supera l’aneddoto: ricorda che le relazioni tra artisti non sono categorie storiografiche immutabili, bensì rapporti soggetti a divergenze, trasformazioni e rotture.

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Giuseppe Uncini. Umanesimo e Potenza. Courtesy Capitolium Art

Il lavoro curato da Matassi conserva questa dimensione senza trasformare la biografia in una spiegazione delle scelte formali. La vita di un artista non costituisce la chiave universale della sua opera; può tuttavia restituire consistenza storica a ciò che, isolato nelle classificazioni della critica, rischierebbe di apparire astratto. L’iniziativa di Capitolium Art acquista valore proprio nella capacità di affiancare l’osservazione delle sculture alla documentazione della loro storia. L’autorevolezza culturale di una casa d’aste non discende automaticamente dal prestigio degli artisti presentati: richiede continuità, competenza e disponibilità a formulare interrogativi che non coincidano con quelli del mercato.

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Giuseppe Uncini. Umanesimo e Potenza. Courtesy Capitolium Art

Uncini offre, in questo senso, una lezione particolarmente appropriata. Nei suoi lavori ciò che normalmente sostiene senza apparire viene portato in superficie, mentre il vuoto e l’ombra acquistano una presenza inattesa. Anche la storia dell’arte dovrebbe esercitare una simile attenzione: guardare oltre ciò che si impone immediatamente allo sguardo, riconoscere le strutture meno evidenti, distinguere l’apparenza dalla sostanza. Senza dimenticare che perfino il cemento, materiale apparentemente refrattario a ogni ambiguità, può contenere più domande di quante ne suggerisca la sua ostinata solidità.


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