Dopo Basaglia abbiamo chiuso i manicomi. Ma chi si prende cura di chi non riesce a vivere da solo?


Immaginiamo una donna di 82 anni che vive con un figlio di 52, affetto da schizofrenia grave.

Da trent’anni organizza le sue giornate intorno alla malattia del figlio. Controlla che assuma i farmaci, lo accompagna alle visite, cerca di riconoscere i segnali delle crisi, prepara i pasti e gestisce le difficoltà quotidiane.

Poi si ammala.

Chi si occuperà di lui?

È una domanda molto più importante, per il futuro della psichiatria italiana, di quella che continuiamo a porci da quasi mezzo secolo: la chiusura dei manicomi è stata giusta?

La risposta storica è chiara. Ma il problema attuale è un altro: abbiamo davvero costruito un sistema capace di sostituire ciò che i manicomi facevano, senza riprodurne la segregazione?

Il 9 ottobre l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato una nuova guida per accompagnare i Paesi nel passaggio dall’assistenza psichiatrica istituzionale a quella comunitaria.

Il documento arriva alla vigilia della Giornata mondiale della salute mentale e contiene un dato impressionante: soltanto il 9% dei Paesi che hanno fornito informazioni ha completato questa trasformazione. Il 53% si trova ancora nelle fasi iniziali.

L’Italia, con la legge 180 del 1978, ha anticipato il cambiamento di quasi mezzo secolo.

Ma essere arrivati prima non significa necessariamente aver completato il percorso.

Franco Basaglia aveva compreso che il manicomio non era soltanto un luogo di cura. Era anche un’istituzione che poteva sottrarre alle persone libertà, identità, relazioni e diritti.

La rivoluzione consisteva nel restituire cittadinanza a chi era stato separato dalla società.

Eppure, quarantotto anni dopo, dobbiamo riconoscere che la cittadinanza formale non coincide automaticamente con la possibilità concreta di vivere nella comunità.

Una persona con un disturbo mentale grave può avere bisogno di assistenza continuativa, sostegno abitativo, riabilitazione, accompagnamento al lavoro e interventi tempestivi durante le crisi.

Se questi servizi mancano, qualcuno deve sostituirli.

Molto spesso è la famiglia.

E quando la famiglia non riesce più a farlo, intervengono il Pronto soccorso, il ricovero ospedaliero oppure una struttura residenziale.

È qui che emerge una contraddizione poco discussa.

Abbiamo eliminato il manicomio come istituzione, ma in alcuni contesti rischiamo di trasferire una parte delle sue funzioni sulle spalle dei familiari o in forme di residenzialità che non sempre favoriscono il recupero dell’autonomia.

Naturalmente le strutture residenziali sono spesso necessarie e possono offrire assistenza di qualità. Il problema non è la loro esistenza.

È capire se rappresentino una tappa di un percorso terapeutico oppure una destinazione senza prospettive.

Una persona può trascorrere anni in una comunità protetta senza che venga periodicamente verificata la possibilità di aumentare la propria autonomia.

Un’altra può rimanere a casa soltanto perché una madre anziana continua a garantire gratuitamente un’assistenza che il sistema pubblico non sarebbe in grado di sostituire.

In entrambi i casi la domanda è la stessa: chi è realmente responsabile del progetto di vita di quella persona?

La nuova guida OMS insiste proprio su questo punto.

La deistituzionalizzazione non è un trasloco.

Non basta sostituire un grande ospedale psichiatrico con tante strutture più piccole.

Occorre costruire servizi sanitari e sociali integrati, abitazioni accessibili, opportunità di partecipazione e percorsi individualizzati.

Per l’Italia questa indicazione dovrebbe tradursi in una revisione concreta del funzionamento dei Dipartimenti di salute mentale.

Non possiamo continuare a giudicarli prevalentemente attraverso il numero delle visite, dei ricoveri, dei posti residenziali o delle prestazioni erogate.

Sono informazioni necessarie, ma non raccontano se le persone vivono meglio.

Dovremmo sapere quanti pazienti con disturbi mentali gravi hanno un progetto terapeutico-riabilitativo individuale effettivamente condiviso.

Quanti possono contare su un referente stabile.

Quanti ricevono una visita domiciliare quando non riescono più a presentarsi al servizio.

Quanti vivono in un’abitazione scelta, con il sostegno necessario.

Quanti riescono a lavorare, studiare o mantenere relazioni sociali.

E soprattutto quanti vengono intercettati prima che una crisi diventi un’emergenza.

Qui potrebbe entrare in gioco anche una diversa organizzazione digitale dell’assistenza.

Un Dipartimento di salute mentale dovrebbe poter conoscere in tempo reale i pazienti che hanno interrotto i contatti, non ritirano le terapie o presentano segnali di peggioramento, nel rispetto della riservatezza e senza trasformare il monitoraggio in sorveglianza coercitiva.

Un’équipe territoriale potrebbe intervenire prima che l’unica soluzione diventi chiamare il 118.

Il digitale, però, sarebbe soltanto uno strumento.

La vera innovazione consisterebbe nell’avere qualcuno che risponde.

E questo richiede professionisti, continuità, responsabilità e collegamenti effettivi fra sanità, Comuni, servizi sociali e terzo settore.

C’è poi un problema che la psichiatria italiana dovrebbe affrontare con maggiore decisione: il futuro delle persone con disturbi mentali gravi quando i familiari non potranno più assisterle.

Non dovrebbe essere una questione da risolvere soltanto dopo la morte o la malattia dei genitori.

Dovrebbe esistere un progetto costruito per tempo, con il coinvolgimento della persona interessata, capace di prevedere abitazione, sostegno economico, assistenza e gestione delle crisi.

La guida OMS non dimostra che un unico modello organizzativo funzioni ovunque. I dati internazionali descrivono situazioni molto differenti e non possono essere trasferiti automaticamente all’Italia. È elevata la certezza sul problema della permanenza istituzionale; gli esiti delle diverse soluzioni territoriali devono invece essere valutati nel loro contesto.

Ma una conclusione appare difficilmente contestabile.

Il successo della riforma Basaglia non può essere misurato soltanto dall’assenza dei manicomi.

Dovrebbe essere misurato dalla presenza di alternative capaci di garantire cure, dignità e possibilità di scelta anche alle persone più fragili.

La Giornata mondiale della salute mentale potrebbe allora diventare l’occasione per proporre un nuovo indicatore nazionale.

Non quanti pazienti abbiamo dimesso.

Non quanti posti letto abbiamo eliminato.

Ma quante persone con disturbi mentali gravi dispongono di un progetto di vita sostenibile anche quando la famiglia non può più farsene carico.

Perché la domanda che la madre di 82 anni si pone ogni sera non riguarda la storia della psichiatria.

Riguarda domani.

«Quando non ci sarò più, chi si prenderà cura di mio figlio?»

Se dopo quarantotto anni non sappiamo ancora darle una risposta credibile, la rivoluzione di Basaglia resta una conquista fondamentale, ma non un lavoro concluso.

References:

  • World Health Organization. WHO urges shift from institutional to community-based mental health care. 9 ottobre 2026.
  • World Health Organization. Supporting the transition to community-based mental health and social care. 2026.
  • World Health Organization. Mental Health Atlas 2024. Dati internazionali sull’organizzazione dei servizi di salute mentale.
  • Legge 13 maggio 1978, n. 180. Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori.
  • Ministero della Salute. Rapporto sulla salute mentale: analisi dei dati del Sistema informativo per la salute mentale (SISM). Ultima edizione disponibile.
  • Legge 22 giugno 2016, n. 112. Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare.


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