Per una nuova economia della cura


Pubblichiamo ampi stralci dalla lectio che la rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha tenuto ricevendo, il 5 ottobre, il Premio Montale Fuori di Casa per la nuova sezione «Universitas».

di Elena Beccalli

C’è un passaggio di un celebre componimento di Eugenio Montale che sento vicino ai miei studi scientifici: «Qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza ed è l’odore dei limoni» (I limoni, Ossi di seppia). Un verso che evoca una ricchezza donata, pertanto dovuta a tutti e a ciascuno, che fa pensare al principio cardine della destinazione universale dei beni. Senza chiedere alla poesia risposte economiche, nella ricchezza che non si lascia ridurre al suo valore materiale, possiamo cogliere l’invito a interrogarci su ciò che conta davvero per le persone. Un’immagine poetica potente che ben si accosta all’insegnamento di Francesco Vito secondo cui la più alta legittimazione dell’economia è imprescindibilmente legata al servizio dell’uomo. Una prospettiva che invita a ripensare i modelli economici dominanti, ancora troppo spesso orientati esclusivamente alla massimizzazione del profitto; un’impostazione che mostra ormai con evidenza i propri limiti. In questo processo di rinnovamento, l’accademia è chiamata a svolgere un ruolo decisivo, contribuendo a elaborare una nuova visione dell’economia fondata sulla centralità della persona, sull’etica, sulla fiducia e sulla cooperazione.

Da qualche mese, abbiamo una bussola che ci indirizza nello svolgere un compito così impegnativo: è l’enciclica Magnifica humanitas dedicata alle res novae del nostro tempo, che giunge dopo una lunga serie di documenti e contributi che mantengono intatta la densità del loro messaggio. Tra questi, assumono rinnovata rilevanza il pensiero e l’opera dell’economista Giuseppe Toniolo. È stato lui a ricondurre l’economia a una visione antropologica, nella quale fede, scienza e cultura, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, dialogano in vista del perseguimento del bene comune. Una prospettiva maturata nel solco della Rerum novarum, che invitava esplicitamente a leggere e interpretare le «cose nuove» nella loro reale incidenza sulla vita delle persone e della società.

Disuguaglianze, povertà e disincanto della globalizzazione

Per delineare i motivi per i quali ritengo necessaria l’elaborazione di un nuovo paradigma economico, partirei da un solo dato che dimostra come le povertà continuino a rappresentare il principale limite del modello economico dominante. Se definiamo la povertà assoluta come un reddito inferiore a $8.30 al giorno, ci sono ancora oggi quasi 3,7 miliardi di persone in questa condizione – vale a dire il 45% della popolazione mondiale (fonte World Bank). La portata di tale evidenza ci dice che le povertà non possono essere considerate una semplice esternalità negativa di un modello economico che funziona, bensì sono diventate elementi strutturali, delle vere e proprie crepe nel paradigma dominante, per richiamare Montale «una maglia rotta nella rete». Una lacerazione colta con lucidità da Muhammad Yunus quando ha messo in evidenza che la povertà ha reso «sempre più indigeste le eleganti teorie della scienza economica convenzionale». E ha confessato: «Di colpo quei rassicuranti principi scientifici cominciarono ad apparirmi privi di senso».

Alle povertà si associano le disuguaglianze nella distribuzione di redditi, ricchezza e potere economico. Cresciute in misura allarmante, come mostra anche la concentrazione del potere nelle mani dei colossi dell’intelligenza artificiale, sono una delle manifestazioni più evidenti del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Secondo le Nazioni Unite la «fonte principale della diseguaglianza globale» risiede nella diseguaglianza rilevata all’interno di ciascun Paese. Anche in tal caso un solo dato: negli Stati Uniti, circa il 70% della ricchezza è concentrato nelle mani del 10% della popolazione.

Va detto che le disuguaglianze non si esauriscono nella dimensione del reddito o della ricchezza. Già oltre trent’anni fa Amartya Sen richiamava l’esigenza di considerare ulteriori dimensioni, quali la durata della vita, la salute, la libertà, la condizione abitativa e l’istruzione, cui oggi si aggiungono la sicurezza ambientale e alimentare. Non a caso, nella Magnifica humanitas, Leone XIV evidenzia la necessità di «superare gli attuali parametri di misurazione del grado di sviluppo (…) che tralasciano quasi sistematicamente profili essenziali per il benessere complessivo delle persone e dell’ambiente». È un modo per dire che disuguaglianza e povertà riguardano un insieme di diritti umani e sociali fondamentali.

Stiamo assistendo a un pericoloso cambio di paradigma che, per dirla con le parole di Mario Draghi, «negli ultimi venticinque anni ha silenziosamente spostato la geopolitica globale dalla competizione al conflitto». Gli anni Novanta sono stati caratterizzati dall’illusione che il processo di globalizzazione fosse inarrestabile e avrebbe diffuso in tutto il mondo i valori liberali e democratici. Era diffusa l’opinione che le istituzioni internazionali sarebbero state sufficienti a correggere le distorsioni derivanti dalla globalizzazione e che le istituzioni nazionali avrebbero corretto le disuguaglianze all’interno dei Paesi. Aspettative che non si sono realizzate e che, anzi, si sono infrante di fronte al drammatico riemergere di conflitti e guerre, che oggi toccano anche l’Europa. Di fatto, la globalizzazione ha prodotto interconnessione tecnica ma non solidarietà umana: in questo scenario, la cooperazione non è più una scelta idealista, bensì una necessità pragmatica di sopravvivenza.

Il paradigma dominante e la questione antropologica

Da queste considerazioni emerge l’esigenza di ripensare il paradigma dominante partendo dalla questione antropologica. Tradizionalmente, in ambito economico e finanziario, la riflessione teorica utilizza una concezione neoclassica di carattere utilitaristico: le scelte economiche migliori sono quelle che massimizzano l’utilità del singolo, considerato come soggetto isolato, razionale e unicamente motivato dalla massimizzazione della propria soddisfazione individuale. Un homo oeconomicus che da subito si evince essere assolutamente lontano dalla realtà. Oltretutto siamo di fronte a un assunto altrettanto distorsivo nella lettura della realtà, in base al quale l’uomo opererebbe per realizzare il proprio tornaconto e, così agendo, finirebbe per determinare anche l’utile della società.

Sono tanti gli interrogativi che ne derivano: davvero il perseguimento egoistico della massimizzazione dell’utilità individuale conduce a scelte economiche ottimali? Nel mondo reale le persone si comportano davvero così? E, più radicalmente, a fronte delle crescenti povertà e disuguaglianze all’interno dei Paesi, il modello tradizionale è davvero il migliore possibile? Interrogativi che ne suscitano inevitabilmente un altro: e se la smettessimo di confondere i mezzi con i fini? Il monito espresso da Papa Francesco in Evangelii gaudium è chiaro: «Il denaro deve servire, non governare!».

Esiste un secondo errore comune: ignorare i beni immateriali come fiducia, equità e solidarietà. Si tratta della tendenza a ritenere che tutto si limiti agli scambi di beni materiali, dimenticando che questi sono il veicolo di beni immateriali che determinano la qualità delle stesse relazioni economiche e sociali. Nella Caritas in veritate questo aspetto viene descritto in maniera cristallina: «Il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica».

La questione di fondo risiede nella fiducia. O meglio, su come definiamo il concetto di fiducia. Secondo Nien-hê Hsieh, una concezione diffusa della fiducia la riconduce all’affidabilità motivata dall’esigenza di tutelare la propria reputazione o di conformarsi a norme e regolamenti. Tuttavia, quando le istituzioni sono deboli o le norme sono dubbie, questo tipo di fiducia è fragile. In queste circostanze assume rilievo una diversa idea di fiducia, fondata sulla convinzione che chi agisce abbia a cuore anche gli interessi e il benessere dell’altro, generando pertanto fiducia.

Il paradigma dominante si fonda su un ultimo, dirimente, equivoco: ritenere che i modelli economici siano slegati dall’etica. Di regola, nella concezione neoclassica, la dimensione etica è data per implicita, anche se non è moralmente neutra. È proprio questa presunta — e pretesa — neutralità della scienza economica di fronte alle valutazioni etiche che pensatori come Toniolo e lo stesso Vito hanno respinto fermamente.

Il valore dell’impresa sociale

È utile ribadire che nel nuovo paradigma resta centrale il nodo dell’attività d’impresa e del profitto. Sebbene i profitti siano ancora da considerare importanti, la «norma del primato degli azionisti», auspicata da Milton Friedman, è radicalmente messa in discussione. Si tratta di un punto centrale e delicato, ben descritto nella Centesimus annus, quando si ricorda che: «La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda (…). Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda». Per tale motivo è rilevante la coesistenza di imprese con una missione e un’identità differenti. Se per tutte le tipologie di impresa il fine comune è la creazione di valore, ciò che le distingue sono l’identità e la missione. Due profili che si traducono nella domanda: per chi l’impresa crea valore e a quali portatori di interesse si rivolge?

Da questo punto di vista, l’impresa sociale (nelle diverse varianti che si sono sviluppate nel tempo) contribuisce a colmare la mancanza di adeguate istituzioni economiche per affrontare povertà e disuguaglianze, colma cioè una institutional failure. In ciò trova attuazione il principio di sussidiarietà, secondo il quale la libera attività imprenditoriale (e in termini più generali, la società civile) integra e sostiene l’azione pubblica per il conseguimento del bene comune.

Banca e finanza: relazioni e fiducia

Un passaggio di quest’intervento vorrei dedicarlo alle responsabilità delle banche e della finanza. Anche in questo caso credo occorra partire dal concetto di relazione. In particolare, dall’idea di intelligenza relazionale, che richiama la capacità dell’essere umano di comprendere e gestire le dinamiche interpersonali. Se ne trova un riferimento scientifico in ambito psicologico e pedagogico, nella teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner, che tra queste individua l’intelligenza interpersonale. Tale forma di intelligenza consente di costruire relazioni efficaci, di negoziare e di cooperare in contesti sociali complessi. Ne emerge una visione dell’intelligenza che non è solo calcolo astratto o capacità logica, ma soprattutto facoltà connettiva, cioè abilità di tessere relazioni e di generare fiducia.

Questa intuizione psicologica e pedagogica trova una eco (sebbene non immediata) in ambito bancario, in particolare nel concetto di credito di relazione (relationship lending). Del resto, quando si parla di intermediazione bancaria, si fa riferimento a un’attività basata sulla fiducia: è la stessa etimologia del termine “credito” a ricordare che fare credito a qualcuno significa fidarsi di lui. La letteratura bancaria riconosce pienamente tale elemento: la capacità di una banca di valutare l’affidabilità di un debitore non si fonda (o non dovrebbe fondarsi) solo su dati quantitativi, ma anche sulla qualità della relazione instaurata tra impresa e intermediario bancario, soprattutto in contesti caratterizzati da elevate asimmetrie informative. Il credito di relazione è quindi un modello in cui la fiducia, la conoscenza reciproca e lo scambio di informazioni informali giocano un ruolo decisivo.

Unendo i due piani si evince un nesso evidente. L’intelligenza relazionale è la capacità individuale e collettiva di costruire legami di fiducia, di comprendere l’altro e di dare stabilità alle interazioni. Il credito di relazione è l’applicazione economico-finanziaria di una logica analoga in cui la fiducia diventa capitale, trasformandosi in una risorsa che riduce l’incertezza e crea valore.

La tecnica bancaria classica ci porterebbe a dire che senza la capacità di leggere e coltivare rapporti umani, sarebbe la stessa attività del banchiere a essere pregiudicata. È l’eredità lasciata da Luigi Einaudi, nel suo celebre La difficile arte del banchiere in cui evidenzia che il banchiere deve possedere un equilibrio tra rigore tecnico e sensibilità nei confronti delle persone, poiché le sue decisioni influenzano non solo i numeri, ma anche la vita delle persone e le imprese. Non si possono però sottacere, anche senza approfondirle in questa occasione, alcune tendenze attuali che rischiano di mettere in discussione la centralità del credito di relazione, tra cui l’adozione di sistemi automatizzati di valutazione del merito creditizio e la progressiva erosione delle filiali bancarie.

La dimensione relazionale dell’attività bancaria trova nel concetto di «comunità» il suo pieno risalto: è centrale nelle banche a finalità mutualistica e, negli Stati Uniti, dà persino il nome alle community banks. Le radici di questo positivo modello sono antiche. Si pensi all’interessante realtà, focalizzata sulla raccolta, delle parish communities scozzesi che hanno ispirato, nell’Europa continentale dell’Ottocento, la nascita di molte piccole banche di credito cooperativo, casse di risparmio e banche popolari (Cafaro). Realtà istituite per consentire l’accesso al credito bancario delle fasce della popolazione fino ad allora escluse, che così potevano uscire dallo stato di povertà, come compresero Luigi Luzzatti e Toniolo.

Una storia che mostra il valore della coesistenza di operatori bancari con tratti differenti. La biodiversità è, infatti, un elemento da assicurare ai sistemi bancari poiché porta con sé evidenti benefici in termini di supporto all’economia reale favorendo la crescita economica e la concorrenza nel settore, nonché contribuendo alla stabilità stessa del sistema finanziario specie in periodi di crisi (Errunza et al.), come riconosce anche il Fondo monetario internazionale. Non basta la semplice pluralità degli operatori: è il pluralismo economico-finanziario a costituire un valore aggiunto per l’economia. Occorre quindi favorirlo e salvaguardarlo anche attraverso adeguate politiche, specie in contesti con disuguaglianze crescenti.

Conclusioni

Secondo Gian Domenico Romagnosi (Discorso sull’amore delle donne, 1789) per proteggere chi ama, l’essere umano smette di predare e inizia a costruire e conservare. Ciò significa abbandonare l’economia della predazione per abbracciare l’economia della cura. E anche assegnare al sistema economico una valenza di patto intergenerazionale. In questa prospettiva, la sostenibilità non è una sfida tecnica, ma una forma moderna della cura romagnosiana. Coltivare in modo rigenerativo, abitare in armonia con i territori, rispettare la biodiversità, dare spazio all’alterità significa proteggere il capitale, umano e naturale, per chi verrà dopo di noi. La sostenibilità è allora, in ultima analisi, una forma di istituzionalizzazione della cura. La riflessione sull’economia della cura richiama anche la questione globale della leadership femminile. In effetti, nel suo Discorso, Romagnosi sgancia il sentimento e il genere femminile dal recinto della pura emotività privata e li pone al centro del motore pubblico. Sono infatti le donne la forza d’attrazione che strappa l’umanità dall’isolamento selvaggio della predazione, costringendo gli uomini a inventare, produrre e darsi regole. In breve, a fondare l’economia della cura. Per Romagnosi, dunque, sono le donne a fare da architrave della civiltà. Eppure, sono ancora numerose le difficoltà che incontrano per raggiungere ruoli apicali nonostante i vantaggi connessi a una loro piena valorizzazione.

«Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale» (Satura): sebbene Montale non usi la parola cura nel testo, il gesto di offrire il braccio alla moglie Drusilla Tanzi, che aveva gravi difficoltà di vista, si può leggere come una forma di cura quotidiana. C’è però una sfumatura importante: la poesia non presenta soltanto Montale come colui che si prende cura di lei. Nel finale, il poeta riconosce che era Drusilla, pur con la vista offuscata, a saper “vedere” più profondamente di lui. È quindi anche una poesia sulla reciprocità della cura: lui le offre sostegno nel cammino; lei gli offre uno sguardo capace di orientarlo nella vita tanto che le «sole vere pupille» sono attribuite a lei.

La cura appare così come una relazione reciproca, nella quale ciascuno porta qualcosa che all’altro manca. Un’immagine che evoca il senso profondo dell’università. Nessuna disciplina, da sola, vede tutto: ciascuna illumina una parte della realtà e lascia inevitabilmente altro fuori dal proprio campo visivo. L’interdisciplinarità diventa fondamentale proprio per questo. Non significa rinunciare alla profondità dei singoli saperi, ma metterli in dialogo, lasciare che prospettive diverse si interroghino e si sorreggano a vicenda. 


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