Robot in campo, sì, ma Maradona resta umano


Avremo mai un robot-calciatore che saprà estasiarci come faceva Diego Armando Maradona? “Non credo. Potremmo avere un Ronaldo robotico, ossia uno straordinario virtuosista del calcio, ma Maradona era talento puro, era al di sopra di quello che poi possono essere i giocatori più bravi. Nel senso che si potrà allenare un robot in modo che con l’applicazione costante riesca a fare le applicazioni al top. Ma Maradona a volte faceva cose contro la fisica, al di là dell’immaginazione e dell’umano”: parola di Bruno Siciliano, ossia della persona più titolata, nel mondo, a esprimersi su questa domanda un po’ surreale. Perché Siciliano è professore all’Università degli Studi di Napoli Federico II, direttore del Prisma Lab e Chair dello Scientific Council del centro Ikanos. Considerato tra i massimi esperti almeno europei di robotica, cura da anni questa sezione all’interno di Maker Faire Rome – The European Edition, che quest’anno – dal 23 al 25 ottobre – metterà in scena al Gazometro Ostiense, tra mille altre cose di assoluto richiamo, anche la prima partita di calcio tra due squadre di 11 robot umanoidi ad essere giocata in Italia. E a Siciliano Economy ha chiesto dati, sensazioni e previsioni sullo sviluppo della robotica nel mondo.

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Professore, i robot sono tra noi, oppure no? Sicuramente sono sul web che ci rovescia addosso ogni giorno tonnellate di reel dove gli umanoidi fanno di tutto, ma soprattutto picchiano umani o si picchiano tra loro. Cosa potremo capirne di più, anche e soprattutto visitando il Maker Faire? La curiosità è alle stelle, e c’è anche tanta apprensione…

Rispondo che i robot sono già fra noi, con noi e dentro di noi. È il leitmotiv di questa edizione di Maker Faire, ed è anche il senso di un percorso che dura da anni: dalla prima edizione in cui portammo non soltanto i maker di garage a presentare le proprie invenzioni a contenuto robotico, con i kit e tutto il resto, ma anche i gruppi di ricerca, prima italiani e poi europei. L’obiettivo era colmare il gap che c’è fra gli appassionati di tecnologia e chi, con la stessa passione, sviluppa prototipi nei laboratori universitari e nei centri di ricerca. Quella prospettiva oggi è reale. La novità, quest’anno, è la partita di calcio…

Che, confessiamolo, la tocca personalmente.

Quando l’ho saputo, ho sorriso dentro. Perché le mie due grandi passioni sono localizzate nel raggio di cento metri: il Prisma Lab sta accanto allo stadio Diego Armando Maradona. Sono sessant’anni che mi occupo di calcio e quaranta che mi occupo di robotica…

Ma perché proprio il calcio, per raccontare la robotica?

Perché il calcio è un enorme catalizzatore di passione e di interesse, e perché ha un peso mediatico che nessun test di laboratorio avrà mai. Aggiungo una cosa che considero decisiva: noi che facciamo ricerca prototipale utilizziamo fondi pubblici, del ministero, delle istituzioni e, per la maggior parte, della Commissione europea o del Consiglio europeo della ricerca. Nella nostra missione c’è anche l’obbligo di informare il grande pubblico. Maker Faire è uno dei veicoli di divulgazione più efficaci che conosca.

Domanda concreta, allora. Perché a una macchina intelligente va data una forma umanoide? Molte cose funzionerebbero benissimo anche senza.

Assolutamente. Fra i tanti video che circolano, ce n’era uno con un contenuto tecnico interessante per noi: un robot umanoide che smistava pacchi su un nastro trasportatore. Uno si chiede: a che serve l’aspetto umanoide per fare smistamento nella logistica? Serve a poco, anzi, è una inutile complicazione. Per far funzionare quel sistema devo garantire prima di tutto che il robot stia in equilibrio, che non cada. È il classico contesto in cui una macchina a base fissa, o a base mobile su ruote, o con quattro gambe anziché due, assolverebbe lo stesso compito senza quella complicazione.

Eppure la corsa all’umanoide è lanciatissima.

Perché stiamo assistendo a una grande provocazione, per metà tecnologica e per metà mediatica. In Cina, nell’ultimo anno e mezzo, hanno sbaragliato ogni record: un robot ha corso la mezza maratona più velocemente di un essere umano, un robot ha corso i cento metri più veloce di Usain Bolt, un altro ha superato il record mondiale di salto in alto, e credo anche quello di salto in lungo. Ma tutto questo a che cosa serve? È utile per la fabbrica, per la manifattura? È utile per le applicazioni di servizio a contatto con l’essere umano? Io dico di no. Per ora no. Perché restano aperti gli aspetti legati alla sicurezza e alla regolamentazione.

Che è poi il terreno su cui l’Europa può dire la sua.

Due settimane fa, come comunità europea della ricerca in robotica, siamo stati ospitati al Parlamento europeo e abbiamo mostrato come sia possibile fare una robotica, anche umanoide ma non solo umanoide, che sia soprattutto utile. Abbiamo preso lo scenario classico della cucina: un robot che riconosce gli ostacoli, mette a posto gli oggetti, li sistema nel frigorifero, serve a tavola. Pensi alla maniacalità, all’affidabilità, alla precisione con cui si dosano gli ingredienti e si cura l’impiattamento. Ma attenzione: il robot non si sostituisce allo chef. È l’uomo che crea, che inventa; la macchina fornisce un contesto affidabile perché lo faccia nella maniera più precisa.

Al Chilometro Rosso, fra Bergamo e Brescia, un gruppo di imprese manifatturiere si è associato proprio per capire dove convenga davvero inserire umanoidi in linea, e dove no. Segno che l’effetto wow non basta.

E non è un caso che accada in Italia e in Europa. Non è proibito né peccaminoso usare componentistica cinese: i robot, per essere movimentati, hanno bisogno di attuatori, di sensori, di calcolatori, e i cinesi quei componenti li producono da sempre. Nei nostri laboratori compriamo hardware cinese e usiamo per lo più software americano: è esattamente il contesto tecnologico degli smartphone. Il ruolo dell’Italia e dell’Europa è un altro: integrare hardware e software per sviluppare applicazioni che risolvano un problema reale, di automazione in fabbrica o in logistica, oppure un problema dell’uomo.

Parliamo di soldi. Quanto costa un umanoide evoluto, di quelli che si muovono come atleti?

Siamo nell’ordine di diverse decine di migliaia di euro: al di là dei modelli giocattolo, si parte da una fascia di 70 mila euro in su, a cui vanno aggiunti i costi di programmazione e di messa in opera. Non è una lavatrice che si compra e si accende. Gli esoscheletri, invece, hanno rotto la barriera: i modelli professionali sono scesi sotto i 5 mila euro, e sotto quella soglia diventano appetibili per chiunque.

Oggi tutti parlano di intelligenza artificiale. Ma quella “fisica” è un’altra cosa.

È la differenza chiave. Le intelligenze artificiali generative lavorano su grandi dataset di testo, immagini, video e audio: dati che io definisco oggettivi, perché hanno parametri assoluti, il timbro della voce, la qualità dell’immagine, l’esposizione, i frame al secondo. L’intelligenza artificiale fisica, invece, prevede il contatto, e i dati sensoriali di contatto sono personali: dipendono dalla percezione del singolo. Non a caso si parla di una transizione dall’internet delle cose all’internet of skills, l’internet delle abilità: l’abilità di Sergio, di Francesca, di Marco, di Chiara. L’abilità umana che prevede il contatto è molto più difficile da descrivere con un modello di linguaggio».

E qui torniamo a Maker Faire.

Esatto. Chi verrà, e soprattutto i ragazzi che verranno, toccherà con mano applicazioni in cui la percezione va oltre il correre e il saltare: c’è l’interazione fisica con il mondo esterno, con gli esseri umani e con un ambiente che tipicamente non è strutturato come quello industriale. Un conto è la dark factory che vogliono costruire in Cina, un altro è la coabitazione fra robot ed esseri umani, dove sorgono problemi di sicurezza e di regolamentazione nei quali l’Europa gioca, e deve giocare, un ruolo di guida.

Lei ci ha già detto che un Maradona robotico non lo vedremo mai. Che cosa resta, allora, definitivamente nostro?

Tutto ciò che conta. Affidiamoci alla tecnologia, affidiamoci ai robot per i compiti e le mansioni che comunque dovremmo svolgere ripetitivamente: saremo meno stressati e guadagneremo tempo per esprimere al meglio la nostra intelligenza naturale, con la creatività, i sentimenti, le emozioni, che resteranno sempre appannaggio dell’uomo. Nel 2020 ho avuto l’onore di scrivere la voce enciclopedica per il dizionario Treccani, esattamente un secolo dopo l’ingresso della parola robot nel lessico moderno, e ho parlato di una sorta di umanesimo tecnologico. Sembra un ossimoro, e invece: grazie all’intelligenza artificiale avremo la possibilità di esprimere al meglio la nostra intelligenza naturale. Ne sono fermamente convinto, ed è quello che cerco di trasmettere ai più giovani».


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