Consumi in crisi, salari e divario Nord-Sud: l’Italia ha bisogno di più equità – Newsfood – Nutrimento e Nutrimente


NOTA DEL DIRETTORE


Equità non significa dividere tutto in parti uguali

La questione posta da Comolli è importante: perché famiglie con redditi simili possono avere possibilità di consumo tanto diverse da una Regione all’altra? Ma attenzione a non confondere equità con una redistribuzione aritmeticamente identica. Le risorse pubbliche devono tenere conto anche dei bisogni, della popolazione, delle condizioni sociali e dei costi dei servizi. Il punto non dovrebbe essere stabilire quale Regione debba vincere o perdere, bensì garantire a tutti i cittadini diritti e servizi essenziali comparabili. L’unità nazionale si misura anche nella qualità della vita quotidiana.
Giuseppe Danielli


 

Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli 

Consumi in crisi, salari e divario Nord-Sud: l’Italia ha bisogno di più equità

Consumi e spesa degli italiani da una Regione all’altra. Europa in crisi politica e strategica: serve più equità nazionale

L’Europa ha vissuto di crescita. Ora lo scenario è cambiato

Sicuramente il clima globale della primavera-estate 2026 non ha contribuito a rendere facili la vita e le scelte degli italiani, ma neppure quelle degli altri europei.

L’Europa ha vissuto per settant’anni nella convinzione che l’economia potesse crescere sempre. Le crisi eccezionali, economiche, patrimoniali, finanziarie, occupazionali, monetarie o legate ai prezzi, in anni come il 1973, il 1982, il 1994, il 2008, il 2012 e poi durante il Covid, sono state spesso considerate occasionali, sporadiche, dovute soprattutto a problemi altrui.

La forza manifatturiera europea e la capacità di riproporsi sono sempre state considerate la panacea di tutto. Finché il problema della produzione e della produttività non ha coinvolto prodotti e materie prime di cui l’Europa non è proprietaria, produttrice o detentrice.

L’Europa ha saputo vivere di rendita, crescendo poco, ma crescendo lentamente. Ora è tutto diverso.

La ricchezza ferma non risolve i problemi quotidiani

Avere molti lingotti d’oro e d’argento depositati nelle banche oggi serve soprattutto come garanzia patrimoniale e finanziaria, ma non basta a risolvere i problemi quotidiani della comunità.

La ricchezza passiva o non investita di uno Stato non risolve i problemi delle famiglie.

Se aggiungiamo una staticità burocratica e una dirigenza comunitaria ancora legata, a mio giudizio, a impostazioni di molti decenni fa, scopriamo che dare la colpa agli altri non serve.

Penso, per esempio, alla Politica agricola comune. Pur attraversata da numerose riforme, continua a rappresentare uno dei grandi capitoli di spesa dell’Unione europea e, secondo me, meriterebbe una revisione strategica ancora più profonda.

Abbiamo sbagliato a credere che l’unione comunitaria europea potesse reggersi soprattutto su regole minuziose, classificazioni dei prodotti, compilazione di schede, quote di produzione e progressivi allargamenti a Paesi interessati anche ai benefici economici dell’adesione.

Non sempre a questi processi ha corrisposto una convinta adesione politica all’idea di un’Europa come Federazione di Stati.

L’Europa avrebbe dovuto guardare, e deve farlo subito senza cincischiare, a strategie di alto profilo: produzione, materie prime, autonomia e capacità di rispondere ai bisogni essenziali. Prima ancora che alle prebende destinate ai singoli cittadini.

Abbiamo vissuto bene. Ora bisogna essere realisti, parsimoniosi, attenti e forse disposti anche a rinunciare a qualcosa per contribuire alla fine di guerre inutili.

Salari e potere d’acquisto: il carrello della spesa racconta la crisi

Nel 2026 molte famiglie italiane hanno una capacità di acquisto inferiore a quella di vent’anni fa.

Non significa necessariamente che gli importi nominali delle retribuzioni siano diminuiti. Significa che stipendi, guadagni e redditi, una volta considerato il costo della vita, consentono spesso meno spese e minore disponibilità economica.

Le conseguenze si vedono nel carrello alimentare, nelle uscite a cena e nelle attività non indispensabili.

L’Europa ha mancato soprattutto, a mio giudizio, nella definizione di indirizzi strategici capaci di affrontare con criteri comuni i problemi concreti dei diversi Stati.

Gli stipendi italiani, soprattutto se considerati al netto delle imposte e in rapporto al costo della vita, meritano un confronto approfondito con quelli di altri Paesi europei.

Eppure, nel complesso, il risparmio delle famiglie italiane continua a rappresentare una risorsa importante. Si riducono le spese non indispensabili e, nell’alimentare, molti consumatori compiono scelte drastiche, cercando prodotti a basso costo, promozioni e offerte.

Nei supermercati si vedono sempre più spesso confezioni scontate anche del 30-50%, per diverse ragioni, fra cui la scadenza ravvicinata dei prodotti freschi.

Il consumatore osserva, confronta e rinuncia. Non sempre perché vuole, ma perché deve.

Da Messina a Torino: lo stesso stipendio non garantisce la stessa vita

Il contesto nazionale cambia da Regione a Regione. Differenze nella capacità di acquisto, nella disponibilità economica e nei salari pubblici e privati sono sempre esistite, soprattutto per alcune fasce professionali.

Oggi, però, queste distanze si avvertono maggiormente.

Anche quando il mercato del lavoro migliora in alcune aree del Mezzogiorno, lo stesso importo netto in busta paga può consentire condizioni di vita differenti a Messina rispetto a Torino, oppure a Potenza rispetto a Bologna.

Un reddito annuo lordo inferiore a 30-35 mila euro può avere un potere d’acquisto diverso in funzione del territorio, soprattutto per quanto riguarda affitti, abitazione, servizi, asili nido e ristorazione.

Naturalmente non tutte le famiglie del Sud vivono meglio, né tutti i servizi costano meno. Le differenze di reddito, occupazione, infrastrutture e qualità dei servizi restano rilevanti.

Ma il problema esiste: quanto vale davvero uno stipendio, dopo aver pagato le spese necessarie per vivere?

Unità nazionale significa anche servizi e diritti comparabili

Anche l’Italia, almeno nelle dichiarazioni, continua a richiamarsi all’unità e all’uguaglianza tra cittadini e Regioni.

L’uniformità dei livelli essenziali di assistenza e dei servizi fondamentali è decisiva per l’unità di un Paese lungo e stretto come il nostro.

Il Mezzogiorno ha mostrato negli ultimi anni segnali positivi in alcuni indicatori economici e occupazionali, ma restano divari importanti rispetto al Centro-Nord. Anche la sanità, pur attraversata da una crisi generale di personale e organizzazione, presenta situazioni molto diverse.

Non basta quindi osservare quanto una Regione produce o cresce. Bisogna chiedersi quali opportunità reali offre ai suoi cittadini.

Redistribuzione fiscale: serve una perequazione più comprensibile

Le differenze tra quanto viene raccolto fiscalmente nei territori e quanto ritorna attraverso la spesa pubblica sono un tema da affrontare apertamente.

Regioni come Lombardia ed Emilia-Romagna contribuiscono in misura significativa al gettito nazionale, mentre altre aree beneficiano maggiormente dei meccanismi di redistribuzione.

Questo, in sé, non è uno scandalo: la perequazione serve proprio a garantire servizi e diritti anche dove la capacità fiscale è minore.

Mi chiedo però se i criteri adottati siano sempre sufficientemente chiari, proporzionati ed efficaci.

Potrebbe esserci una distribuzione più omogenea delle risorse tra le Regioni? È una domanda politica, economica e sociale che merita risposte fondate su dati trasparenti.

Non penso a una semplice contabilità del dare e dell’avere. Penso a una maggiore equità, capace di sostenere chi sta peggio senza penalizzare la capacità produttiva dei territori.

Un buon Governo deve saper mettere ordine anche in queste questioni, con equità per tutti e cominciando da chi è più in difficoltà.

Forse, così, anche i consumi potrebbero tornare a crescere.

Giampietro Comolli

7. BOX NEWSFOOD – Quanto spendono davvero le famiglie italiane? I dati ISTAT pubblicati oggi

L’8 ottobre 2026 l’ISTAT ha diffuso i risultati sulle spese per consumi delle famiglie nel 2025.

  • 2.782 euro: spesa media mensile delle famiglie italiane nel 2025, sostanzialmente stabile rispetto al 2024.

  • 3.087 euro: spesa media mensile delle famiglie del Nord-est.

  • 2.215 euro: spesa media mensile delle famiglie del Sud.

  • 39,3%: quanto la spesa media del Nord-est supera quella del Sud.

  • 29,4%: quota delle famiglie che dichiara di aver limitato la spesa alimentare rispetto all’anno precedente.

Un dato significativo: nel Sud, il 25,4% della spesa familiare è destinato ad alimentari e bevande analcoliche, contro il 17,7% del Nord-ovest.

Attenzione: spendere meno non significa automaticamente vivere meglio o sostenere costi più bassi. La spesa dipende anche dal reddito disponibile, dalle dimensioni familiari, dai bisogni e dalla possibilità di acquistare determinati beni e servizi.

Fonte: ISTAT – Spese per consumi delle famiglie, anno 2025, pubblicazione 8 ottobre 2026.

Altri due riferimenti utili

Salari reali. Secondo l’OCSE, Employment Outlook 2026 – Italia, nel primo trimestre 2026 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021.

Redditi territoriali. Nei Conti economici territoriali ISTAT 2022-2024, il reddito disponibile per abitante del Mezzogiorno nel 2024 risulta inferiore al 70% di quello del Centro-Nord.

Il Punto e Virgola di Giampietro Comolli

Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.

Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.


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