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A settembre arriva nelle classi quarte e quinte delle superiori bellunesi Cambiamenti climatici. Scenari, sfide, soluzioni, raccolta di atti di un convegno pubblicata dal Comune con il sostegno della Regione, in cui il presidente dell’Ordine dei geologi del Veneto sostiene che il riscaldamento globale in corso rientra nei cicli naturali e non dipende dalle emissioni umane; l’Università di Padova, la Società geologica italiana, l’Accademia dei Lincei e gli studenti ne contestano i contenuti, il Comune rifiuta il ritiro e propone un convegno fra posizioni differenti, la Regione del Veneto ritira il finanziamento.
La risposta dell’amministrazione, «non abbiamo mai preteso di stabilire chi avesse ragione», merita più attenzione del libro stesso, perché condensa il vero problema: mettere sullo stesso piano le verità scientifiche e le opinioni.
Quello di Belluno non è un incidente di cronaca locale, ma un modo di pensare diffuso, che ha anche una versione in apparenza più colta. È quella che alla verità scientifica di un’intera comunità non contrappone più l’opinione dell’uomo comune, ma quella di un esponente della stessa comunità, come se la voce di uno valesse quanto il lavoro verificato di molti.
Alla radice di questo equivoco c’è un fatto scomodo su cui vale la pena di scrivere due parole: il pensiero scientifico non è naturale.
Il nostro cervello è costruito per estrarre regolarità dal mondo e legarle in catene di causa ed effetto, una capacità che precede la nostra specie e che per millenni ha indicato dove cercare le risorse e dove temere i pericoli.
La scienza nasce da qui, ma ne è la formalizzazione: misura dove i sensi non arrivano, traduce le relazioni in linguaggio matematico, sottopone ogni associazione a verifica.
Il senso comune procede invece per scorciatoie applicate come regole fisse, indifferenti ai dati. Passare dall’uno all’altro richiede una disciplina difficile e controintuitiva, una disciplina che non si eredita, si insegna.
C’è poi un ostacolo linguistico. Impariamo a parlare molto prima di imparare a verificare, e le parole della lingua comune ingannano. “Teoria”, nell’uso quotidiano, indica qualcosa di vago, valido appunto “in teoria”. In scienza è l’enunciazione precisa di un’ipotesi sottoponibile a verifica logica e sperimentale; quando una grande massa di dati ne conferma le previsioni, diventa un modello del mondo. Lo stesso vale per la distinzione tra falso e falsificabile: un’affermazione falsificabile non è un’affermazione debole, è un’affermazione che accetta di essere messa alla prova. L’origine antropica del riscaldamento globale è esattamente questo: un enunciato esposto per decenni a ogni verifica possibile, e sopravvissuto.
Il terzo equivoco riguarda il consenso. La scienza è un’impresa collettiva perché ciascuno porta le proprie distorsioni cognitive, ma queste non coincidono con quelle degli altri, e solo l’incrocio di molte menti con pregiudizi diversi permette la correzione. Il consenso scientifico quindi non si misura per alzata di mano tra scienziati né sistemando due relatori ai lati di un tavolo, ma esaminando l’insieme dei dati pubblicati e sottoposti a verifica.
La proposta del Comune, per quanto nasca dall’intenzione di aprire un confronto, appare ingenua e conferma ancora una volta che a sfuggire è il funzionamento stesso del metodo scientifico. Un convegno fra posizioni differenti non riequilibra nulla: attribuisce la stessa dignità a un’opinione isolata e a un corpo di evidenze, confondendo il pluralismo delle idee con l’equivalenza delle prove. Se il dissidente ha ragione, lo dimostrerà con dati capaci di reggere il confronto con tutto ciò che si sa, non con un posto al tavolo.
Chi difende le tesi eterodosse ricorre spesso a Thomas Kuhn e alla sua Struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), dimenticando che per Kuhn nessun paradigma viene abbandonato solo perché mostra delle anomalie: lo si lascia quando ne esiste un altro capace di spiegare meglio i fenomeni. Le crepe, da sole, non bastano. Del resto, anche nella fisica che si studia a scuola, Newton non è stato semplicemente smentito da Einstein: la sua meccanica è stata ricondotta a un ambito più ristretto, dove resta valida.
Non a caso a smentire il volume è anzitutto la Società geologica italiana, cioè la disciplina stessa dell’autore. Il dubbio sul clima, del resto, è stato fabbricato, come documentano Naomi Oreskes ed Erik Conway in Mercanti di dubbi. Il climatologo Stefan Rahmstorf distingue tre forme di scetticismo: chi nega che il clima si stia scaldando, chi ne contesta le cause umane, chi ne minimizza le conseguenze. Il libro bellunese appartiene alla seconda.
Infine c’è l’identità. Dan Kahan, che insegna diritto e psicologia a Yale, la chiama identity-protective cognition: la tendenza a valutare le prove in modo da proteggere l’identità culturale del gruppo a cui apparteniamo, più che per arrivare a conclusioni accurate. Già Max Weber, del resto, nella conferenza La scienza come professione del 1917, ricordava che la scienza chiarisce i mezzi e le conseguenze delle nostre scelte, ma non può dirci che cosa volere.
Sui rimedi la politica può legittimamente dividersi: quanto ridurre le emissioni, con quali strumenti, a carico di chi. Ma una politica che si basi su verità scientifiche e su intenti di sostenibilità non può partire dall’idea che il riscaldamento sia naturale, perché è proprio questa l’ipotesi che i dati hanno escluso.
Per questo la scuola dovrebbe mettere al centro il metodo prima dei contenuti: come si formula un’affermazione, come la si verifica, come si discute razionalmente, in ogni disciplina e con lo stesso rigore.
A Belluno, paradossalmente, sono stati proprio docenti e studenti a farlo, rivolgendosi al CNR per controllare ciò che avevano letto. È la lezione migliore di questa vicenda.
Un libro sbagliato si può ritirare. La comprensione del metodo scientifico, che ancora oggi ci manca, bisogna costruirla.
Nel frattempo si può cominciare da un gesto semplice: una volta al mese, una visita a https://gml.noaa.gov/ccgg/trends/, dove la NOAA aggiorna la curva della CO₂ misurata a Mauna Loa dal 1958. E per chi vuole andare oltre, ci sono i rapporti dell’IPCC: migliaia di studi, dove si entra con i dati, non con un posto al tavolo.
(Autore: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
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