Si apre la crisi in Romania. Il governo Mureșan cade subito in Parlamento, più vicino un nuovo voto


La Romania resta senza un governo. Il Parlamento di Bucarest ha respinto la squadra proposta dal premier incaricato Siegfried Mureșan, esponente del Partito nazionale liberale e deputato al Parlamento europeo. Il suo programma ha ottenuto 182 voti favorevoli, ben al di sotto dei 233 necessari per raggiungere la maggioranza assoluta dei parlamentari. Il voto ha così prolungato una crisi iniziata mesi fa, dopo la rottura della coalizione filoeuropea.

La bocciatura del governo Mureșan è il secondo fallimento consecutivo nella formazione di un esecutivo. Un passaggio che apre formalmente la strada alle elezioni parlamentari anticipate. Il presidente Nicușor Dan può adesso sciogliere il Parlamento dopo che due candidati alla guida del governo non hanno ottenuto la fiducia. Il capo dello Stato ha però già lasciato intendere di considerare il voto anticipato l’ultima possibilità, consapevole che l’attuale clima politico potrebbe favorire soprattutto la destra nazionalista. Il problema per Dan è che ogni nuova consultazione rischierebbe di rafforzare l’Alleanza per l’Unità dei Rumeni, l’AUR, oggi il partito più popolare nei sondaggi. La formazione guidata da George Simion ha boicottato il voto sul governo Mureșan e si presenta come il principale punto di riferimento per una parte dell’elettorato ostile ai partiti tradizionali e alle istituzioni europee. Il partito critica l’Unione europea, la Nato e il sostegno alla guerra in Ucraina, ma proprio il suo atteggiamento di opposizione radicale sembra alimentare il consenso in una società sempre più sfiduciata. 

Il voto di oggi ha mostrato ancora una volta la distanza tra i partiti che dovrebbero garantire una maggioranza stabile a Bucarest. Il Partito socialdemocratico, che dispone del gruppo parlamentare più consistente, ha scelto di non sostenere il candidato indicato dal presidente. I socialdemocratici rivendicano il diritto di guidare il prossimo governo, ricordando di aver vinto le elezioni parlamentari del 2024. Il loro leader, Sorin Grindeanu, ha dichiarato di essere pronto a trattare con tutte le forze politiche, lasciando aperta anche l’ipotesi di un’intesa con l’Aur. E un accordo tra socialdemocratici e nazionalisti cambierebbe profondamente gli equilibri del Paese. Il Psd rappresenta una forza tradizionale della sinistra rumena, mentre l’Aur ha costruito la propria identità sulla protesta contro il sistema e su posizioni nazionaliste. La loro eventuale collaborazione potrebbe nascere dalla necessità di evitare elezioni anticipate, ma avrebbe un costo politico elevato e renderebbe più incerto l’orientamento europeo del governo.

La crisi istituzionale mostra già le prime conseguenze economiche. L’assenza di un esecutivo capace di approvare misure di bilancio e riforme credibili sta aumentando la pressione sui conti pubblici e sulla fiducia degli investitori. Il rendimento dei titoli di Stato rumeni a dieci anni ha raggiunto il 7,53 per cento, circa quaranta punti base in più rispetto all’inizio del mese. Gli analisti temono inoltre che il protrarsi dello stallo possa mettere a rischio il rating del Paese, ancora nell’area dell’investment grade, ma esposto alla possibilità di un declassamento verso il livello speculativo, ovvero quello dei “titoli spazzatura”. 

Il pericolo maggiore per Bucarest è infatti rappresentato dal rating sovrano. A luglio Fitch ha confermato il giudizio della Romania a “BBB-”, l’ultimo gradino della categoria investment grade, mantenendo però un outlook negativo. L’agenzia ha collegato la valutazione al deterioramento dei conti pubblici, all’aumento del debito rispetto al prodotto interno lordo e all’incertezza sulla formazione di un governo in grado di attuare le misure necessarie. Un eventuale passaggio alla categoria “spazzatura” avrebbe conseguenze più ampie dell’aumento immediato degli interessi. Alcuni investitori istituzionali hanno vincoli che impediscono di detenere titoli sotto la soglia investment grade. Un declassamento potrebbe quindi costringere parte dei fondi a vendere obbligazioni rumene, riducendo la platea degli acquirenti e spingendo ancora più in alto i rendimenti.

Fitch ha avvertito che la Romania deve presentare un piano credibile per ridurre il deficit e approvare un bilancio per il 2027 compatibile con questo obiettivo. La capacità di intervenire sui conti pubblici dipende però dalla presenza di un governo pienamente operativo e sostenuto da una maggioranza parlamentare. Ogni settimana aggiuntiva senza una soluzione aumenta quindi il dubbio sulla prevedibilità della politica economica.

La situazione finanziaria rumena è poi aggravata dalla recessione e dalle misure di contenimento della spesa adottate negli ultimi mesi. I tagli hanno contribuito a deteriorare ulteriormente il rapporto tra istituzioni ed elettori, in un momento in cui il malcontento sociale è sempre più elevato. La crisi politica insomma non riguarda soltanto la composizione del prossimo governo, ma incide direttamente sulla capacità dello Stato di finanziare il proprio debito, sostenere l’economia e rispettare gli impegni assunti in ambito europeo.

Per gli investitori, il punto centrale non è soltanto chi occuperà la carica di primo ministro. La questione decisiva è se il prossimo esecutivo – qualunque esso sia – riuscirà a ridurre il disavanzo, contenere la crescita del debito e garantire l’attuazione delle riforme legate ai fondi europei. La crisi ha già rallentato le decisioni economiche e ha ridotto la visibilità sulla strategia fiscale del Paese. Un esecutivo sostenuto da una maggioranza fragile potrebbe riuscire a superare il prossimo voto di fiducia, ma non necessariamente durare abbastanza per approvare misure impopolari, come tagli alla spesa, aumento delle entrate e riforme amministrative che rischiano di provocare nuove fratture tra i partiti, soprattutto in vista di eventuali elezioni anticipate. Per i mercati, una maggioranza numerica non sarebbe quindi sufficiente: servirebbe una maggioranza capace di garantire continuità.

Anche l’accesso ai finanziamenti europei rappresenta un elemento di rischio. L’incertezza politica ha ritardato alcune riforme collegate al Piano nazionale di ripresa e resilienza, con la possibilità che parte dei fondi venga persa se gli impegni non saranno rispettati nei tempi previsti. Una riduzione degli investimenti europei indebolirebbe la crescita e renderebbe più difficile il risanamento dei conti pubblici.

Il presidente Dan dovrà ora avviare nuove consultazioni con i partiti e decidere se affidare l’incarico a un altro candidato. Una nuova soluzione parlamentare potrebbe evitare il voto, ma richiederebbe un’intesa tra forze che finora hanno preferito bloccare reciprocamente ogni tentativo di governo. Lo scioglimento delle Camere, invece, potrebbe restituire agli elettori la decisione, ma rischierebbe di consegnare una posizione ancora più forte all’AUR.

La Romania entra oggi in una fase delicata, nella quale la paralisi istituzionale e l’avanzata della destra radicale si alimentano a vicenda. Più il Parlamento appare incapace di produrre una maggioranza, più i partiti antisistema possono presentarsi come l’unica alternativa. E più cresce l’incertezza, maggiore diventa il prezzo economico che il Paese rischia di pagare.

 


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