Quattro anni di governo Meloni, l’ultima manovra economica su tasse, lavoro e sanità: come stiamo davvero


Il governo ha mancato per un soffio l’uscita dalla procedura di infrazione europea (solo 3,1% di deficit sul prodotto interno lordo, invece del richiesto 3 netto) e probabilmente la premier Giorgia Meloni si è vista così sfilare la possibilità di programmare la finanziaria espansiva che aveva in mente: tagli agli scaglioni Irpef per ingraziarsi il ceto medio, flat tax per i giovani, detassazione delle tredicesime, qualche altro favore agli autonomi e quant’altro di cui si vociferava. Resta la possibilità di uno scostamento di bilancio, che infatti qualcuno in maggioranza ha iniziato a chiedere. Che cosa sarà lo vedremo presto, considerato che entro poco il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, dovrà compilare il Documento di economia e finanza da inviare a Bruxelles. 

Quattro anni di governo di destra: gli italiani stanno meglio o peggio?

Intanto è però possibile abbozzare un bilancio economico di questi quattro anni di governo della destra, seguendo un filo conduttore molto concreto: dalla fine 2022 a oggi gli italiani stanno meglio o stanno peggio? 

Una domanda un po’ generica: perché le variabili da considerare sono moltissime, ma che rende l’idea dei risultati che l’esecutivo Meloni è riuscito bene o male a portare a casa. Tenendo conto che su tutto è d’obbligo considerare il particolare momento geopolitico, estremamente complesso, che ci siamo trovati di fronte: l’invasione russa in Ucraina, la guerra di Hormuz, la tempesta dei dazi di Trump, il post Covid che si è fatto sentire pure lui visto che le “rate” del superbonus hanno continuato a gravare negli anni successivi (fino all’attuale bilancio, come ha più volto ricordato la premier). Ma all’opposto anche la pioggia di miliardi del Pnrr (alcuni a prestito, altri a fondo perduto). 

Trattative energetiche e gestione dei prezzi: cos’è l’inflazione “esogena”

Turbolenze che hanno prodotto una serie di fiammate inflazionistiche “esogene” su cui il governo ha potuto far poco, se non cercare di attutirne le conseguenze sulle nostre tasche (vedi l’operazione Eni-carburanti o nel 2022-23 le molte missioni in Africa della Meloni alla ricerca di nuovi approvvigionamenti energetici).

Il potere d’acquisto reale degli italiani è la base di questo ragionamento. Per averne un’idea basta un banale confronto tra quanto si guadagna e quanto si spende. Prendendo i dati Istat dal 2023 (consideriamo dal 2023 perché il governo Meloni è entrato in carica solo a fine ottobre 2022) alla metà del 2026 la crescita dei salari contrattuali è stata di circa il 12%, che ha curiosamente seguito quasi di pari passo il rialzo dell’inflazione nello stesso periodo, quantificabile anch’esso intorno al 12%. Calcolo che ci porta a dedurre che il salario contrattuale in questo arco temporale ha mantenuto più o meno lo stesso potere d’acquisto.

Buste paghe e reddito reale, il trend: cosa è successo ai salari

 Attenzione, però, stiamo parlando dei salari contrattuali e non delle retribuzioni reali e del reddito medio delle famiglie. Se infatti considerassimo queste ultime voci (sempre rifacendoci ai dati Istat) vedremmo che nel complesso i dati sono più positivi. Dal 2023 alla metà del 2026 (considerando il dato tendenziale di giugno scorso), il reddito delle famiglie ha messo a segno un buon recupero rispetto al 2022, quando a causa del Covid era stata evidenziata una grossa perdita generata dall’esplosione dell’inflazione. 

Quanto incide l'inflazione sulla spesa degli italiani (foto LaPresse)

Nel 2023 il reddito era comunque sceso dell’1,6 per poi risalire nel 2024 del 4,1 e nel 2025 dello 0,9. Certo, c’è poi il tema dei salari che dal 2014 al 2024 ci vedono ultimi per dinamica nei paesi Ocse (la media Ocse è +1,4% e l’Italia è -6,9%) ma di qui a darne la colpa al governo Meloni ne passa. Si può nel caso dire che il governo Meloni ha fatto poco o nulle per invertirne il trend, ma la tendenza era già purtroppo ben evidente prima.

Pressione fiscale in salita al 42,9%: perché stiamo pagando più tasse

La premier ha dato grande enfasi alla riduzione del bollo auto, come primo passo per una riduzione fiscale. In realtà se confrontiamo i dati dal 2023 a oggi, la pressione fiscale nel suo complesso (imposte dirette, indirette, imposte in conto capitale, contributi sociali) è cresciuta. Cioè come italiani paghiamo più tasse di prima. Dopo un calo nel 2023, la pressione è tornata a salire e nel 2025 ha raggiunto un livello superiore a quello del 2022, passando dal 41,7 del Pil al 42,9 del 2025. 

Stiamo ovviamente parlando della quantità delle tasse che vengono pagate in Italia in percentuale sul Pil, e non della quantità media che ognuno di noi paga allo Stato. Se infatti vogliamo esaminare la quantità di tasse del singolo occorre invece considerare gli sgravi e le riduzioni del cuneo che sono state decise negli ultimi tre anni e che hanno prodotto alcuni risparmi per il cittadino: con un Ral di 30mila euro lo stipendio netto tra il 2022 e il 2025 è salito di 1.200 euro (da 22.700 a 23.900), con un Ral di 40mila di 720 e con 50mila di 260 euro. 

Occupazione record, ma chi sta lavorando? Il nodo del lavoro giovanile

I dati sul mercato del lavoro sono quelli che la premier e i membri del governo sciorinano con più soddisfazione nei loro interventi pubblici. Qualcosa di vero indubbiamente c’è. Gli occupati sono cresciuti di 790mila unità, il tasso di occupazione è salito del 1,7% e sono scesi sia quello di disoccupazione (-1,9%) sia quello di inattività (-0,5). Il punto è però capire che tipo di occupazione è cresciuta. 

Lavoratori in una fabbrica (foto LaPresse)

Da una parte c’è la crescita dei lavoratori over 50 (effetto della legge Fornero che ha innalzato l’età pensionabile costringendo a lavorare più a lungo) dall’altra va però detto che la crescita dell’occupazione non è stata trainata dall’esplosione del lavoro precario. Anzi, negli ultimi anni la componente a tempo indeterminato è aumentata mentre quella a termine si è ridotta. Dato negativo da segnalare è quello secondo cui la crescita dell’occupazione ha riguardato tutte le classi di età, tranne i più giovani.

L’Italia cresce meno: perché l’aumento degli occupati non fa salire il Pil

Anche se è una di quelle cose che non finisce in tasca alla gente, la crescita è un parametro economico fondamentale per valutare lo stato di salute di un Paese e in definitiva la ricaduta nel benessere dei cittadini. E qui i dati non sono positivi. La crescita italiana dal 2023 al 2026 (tendenziale) è stata del 2,6%, da confrontare con il 3,5 dell’area euro, il 4,1 della Ue e del 5,9 dell’Ocse. Quando parliamo di crescita ci riferiamo al Pil reale. 

Caro bollette, stop all’auto italiana: perché c’entrano gli extraprofitti – di Fabrizio Gatti

Un dato insomma che non va a rafforzare il medagliere del ministro Giorgetti, anche perché nel 2023, quando ancora si scontava l’effetto Draghi, l’Italia cresceva più dell’area euro e della Ue (+0,9 contro il +0,4). Poi via via è diminuita la velocità. Se raffrontato con il dato (positivo) sul mercato del lavoro che avevamo riportato poc’anzi, quello sulla crescita ci racconta la realtà di un Paese che è stato capace di creare occupazione ma non di trasformarla in aumento della produzione e della produttività. 

Il duello con Bruxelles sulle stime di crescita: ma l’Ue vede l’Italia in coda

Il dato è ulteriormente negativo se si considera la previsione per il 2027: Giorgetti e Meloni si sono spinti a prevedere un più 1%, mentre la Commissione Ue ha una visione meno ottimistica, e per l’anno prossimo ci piazza in fondo alla classifica: + 0,6% del Pil contro un 0.9 della Germania, 1,1 della Francia e un 1,9 della Spagna (la media Ue sarebbe del 1,4).

Il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti (foto LaPresse)

Uno degli indicatori della qualità della vita è la spesa pubblica in servizi essenziali. Primo tra tutti la sanità, che peraltro è una delle frecce che l’opposizione scaglia sempre contro il governo accusandolo di aver apportato numerosi tagli che hanno prodotto disservizi e lunghe code alle liste d’attesa. I dati ci raccontano come il finanziamento pubblico al Servizio sanitario nazionale è in effetti calato, e si pone tra i più bassi della Ue. 

Salute e liste d’attesa: cosa ci dobbiamo aspettare dalla spesa sanitaria

Attualmente siamo al 6,3% sul Pil mentre nel 2023 eravamo al 6,6. Nel 2026 è prevista dalla Ragioneria generale dello stato una lieve risalita al 6,4%. Pare un cambiamento minimale, in realtà parliamo di molti miliardi (la spesa in termini assoluti nel 2026 sarà di quasi 150 miliardi). È chiaro che rispetto al 2010 (governo Berlusconi) quando la spesa era del 7,2 per cento sul Pil la situazione è cambiata e non in meglio. Meno spesa significa meno prestazioni e per noi cittadini molti disagi in più.

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