Sliding Doors, Italia 12 febbraio 1981


Cosa sarebbe successo se l’Italia fosse restata in Unione Europea mantenendo la lira?

Vi ricordate il film Sliding Doors?

Nel film una giovane Gwyneth Paltrow prende la metro ma in un riavvolgimento della pellicola, invece, la perde e la sua vita assume tutto un altro percorso e destino.
Lo stesso sarebbe potuto accadere per l’Italia.

Immagina due binari che si separano il 12 febbraio 1981.

Binario A – Quello reale

Andreatta scrive la lettera a Ciampi. Il divorzio avviene. La Banca d’Italia smette di comprare residualmente i titoli. I tassi reali diventano positivi e alti. Negli anni Ottanta il debito pubblico esplode. Arrivano gli anni Novanta con un rapporto debito/PIL già oltre il 100%.

Per entrare nell’euro bisogna fare i compiti a casa di Maastricht in fretta: privatizzazioni accelerate, tagli, liberalizzazioni sotto pressione dei mercati e dei vincoli europei. L’Italia entra nell’euro. La moneta unica toglie lo strumento del cambio. La storia che conosciamo continua.

Binario B – Quello alternativo (Sliding Doors) 12 febbraio 1981

Andreatta non scrive la lettera. O Ciampi risponde in modo diverso. Il “matrimonio” tra Tesoro e Banca d’Italia continua. La Banca resta acquirente residuale dei titoli non collocati. I tassi di interesse reali restano bassi o negativi per gran parte degli anni Ottanta.

L’inflazione scende comunque (perché scende in tutto il mondo e perché la scala mobile viene riformata), ma più lentamente. Il debito pubblico cresce, ma non esplode. Nel 1992 il rapporto debito/PIL è intorno al 70 – 75%, non oltre il 100%. Quando arriva Maastricht, l’Italia ha i conti meno drammatici.

Non c’è la stessa urgenza di “fare i compiti” a tappe forzate. Le privatizzazioni partono lo stesso – il clima internazionale e le pressioni europee esistono comunque – ma avvengono in modo più lento, selettivo e negoziato. Si vendono pezzi, non interi settori strategici in pochi anni.

Alcune grandi aziende pubbliche restano a controllo pubblico o misto più a lungo. Gli interessi nazionali vengono tutelati con maggiore forza negoziale.

L’Italia entra nell’Unione Europea, ma decide di non entrare nell’euro. Come la Polonia o la Svezia, o la Danimarca. Tiene la lira. Conserva la banca centrale nazionale e lo strumento del cambio. Negli anni Duemila la lira continua a fluttuare.

Quando arrivano le crisi internazionali, l’Italia può svalutare. Non è costretta a fare solo “svalutazione interna” (taglio di salari e spesa pubblica).

La competitività si difende anche attraverso il cambio. Il debito pubblico resta più gestibile perché i tassi di interesse possono essere influenzati dalla politica monetaria nazionale e perché l’erosione inflazionistica, seppur moderata, continua a lavorare in silenzio.

Le privatizzazioni proseguono, ma senza l’urgenza di Maastricht. Alcune banche e industrie strategiche restano sotto controllo pubblico o parzialmente pubblico più a lungo.

Le liberalizzazioni arrivano, ma filtrate da un maggiore senso di interesse nazionale. Non tutto viene messo sul mercato nello stesso momento.

Nel 2008/2012, quando scoppia la crisi dell’eurozona, l’Italia non è dentro. Non subisce lo spread come lo abbiamo conosciuto. Può usare la politica monetaria e il cambio. Non ha bisogno di troika né di lettere della BCE.

Cresce meno di alcuni Paesi dell’Est, ma evita la lunga stagnazione e l’austerità prolungata che ha caratterizzato gli anni Dieci. Nel 2020, di fronte alla pandemia, ha ancora la propria banca centrale e può monetizzare parte del debito se necessario, senza dover attendere le decisioni di Francoforte.

Nel 2026 l’Italia è un Paese membro a pieno titolo dell’Unione Europea, ma fuori dall’euro. Ha un debito pubblico più basso di quello reale, un sistema produttivo in cui lo Stato mantiene ancora quote significative in settori strategici e una moneta nazionale che, pur debole rispetto all’euro, le permette di assorbire gli shock.

Non è un paradiso: ha ancora problemi di crescita, burocrazia e produttività. Ma la traiettoria è diversa. Meno legata ai vincoli della moneta unica, più dipendente dalle proprie scelte monetarie e fiscali.

La differenza sostanziale

Nel binario reale il divorzio del 1981 ha reso più costoso il servizio del debito e ha contribuito a creare le condizioni di urgenza degli anni Novanta.

Nel binario alternativo, senza quel divorzio, il debito non esplode allo stesso modo. L’ingresso nell’euro non è più una necessità quasi esistenziale. Le privatizzazioni non vengono fatte “in fretta e furia”. L’Italia resta in Europa, ma fuori dalla moneta unica, come la Polonia.

Non è detto che sarebbe stata una storia migliore in tutti gli aspetti. Forse svrebbe avuto più inflazione in alcuni periodi, più rischi di crisi valutarie, forse meno disciplina fiscale.

Ma sarebbe stata, indubbiamente, una storia diversa.

Come in Sliding Doors: a volte perdere o prendere quel treno cambia tutto. Le cause profonde dell’inflazione italiana erano molteplici e ben più complesse della monetizzazione del deficit.

La stessa Banca d’Italia, nelle analisi degli anni Settanta e Ottanta e in lavori più recenti, riconosceva il ruolo combinato di shock petroliferi, forte indicizzazione salariale, conflittualità nel mercato del lavoro, rigidità istituzionali, scarsa concorrenza e squilibri crescenti tra spesa pubblica ed entrate.

Agire sul canale monetario, senza un parallelo e incisivo controllo della spesa, lasciò intatto il problema di fondo. I risultati lo dimostrano. Il divorzio non impose alcun risanamento fiscale automatico.

I deficit primari rimasero elevati per tutti gli anni Ottanta, la spesa pubblica continuò a crescere in rapporto al PIL e i tassi di interesse reali, divenuti stabilmente positivi, fecero esplodere la spesa per interessi.

Il rapporto debito/PIL salì rapidamente, preparando il terreno alle tensioni successive e alle privatizzazioni accelerate degli anni Novanta, spesso realizzate in condizioni di urgenza. Si ottenne una maggiore separazione tra politica monetaria e politica fiscale, ma senza il necessario riequilibrio dei conti pubblici.

In altre parole: si rese più costoso finanziare un disavanzo che non venne corretto. C’è, però, un aspetto ancora più rilevante, e troppo spesso sottovalutato.

Privare una banca centrale di una funzione importante, la possibilità di intervenire sul mercato dei titoli pubblici in situazioni eccezionali, può produrre effetti dannosi proprio nei momenti in cui quella funzione servirebbe di più.

Non si tratta di tornare alla monetizzazione permanente del deficit strutturale, pratica distorsiva e generatrice di inflazione.

Si tratta di distinguere tre cose profondamente diverse: l’acquisto temporaneo per stabilizzare il mercato in momenti di tensione; l’intervento in una crisi finanziaria o di liquidità sistemica; e la monetizzazione strutturale e ripetuta del disavanzo.

Il divorzio rese più difficile soprattutto la terza, ma ridusse anche la flessibilità sulle prime due.

Un buon padre di famiglia sa che deve tenere le spese sotto controllo, meglio ancora non superiori alle entrate, per evitare deficit, debiti e interessi elevati.

Vive con disciplina quotidiana. Ma proprio perché è un buon amministratore, non si priva della possibilità di ricorrere, in situazioni davvero eccezionali, una malattia grave, un incidente, un disastro improvviso, a un prestito temporaneo da parte di un parente solidale che non gli applica interessi usurai.

Rinunciare per principio a quella rete, di sicurezza per casi eccezionali non è virtù: è rigidità ideologica che può trasformare una difficoltà temporanea in una crisi permanente.

Allo stesso modo, uno Stato può e deve darsi regole serie sulla spesa e sul saldo primario, ma non dovrebbe escludere a priori la capacità della banca centrale di intervenire in modo temporaneo quando si materializzano shock di natura straordinaria.

Si poteva fare diversamente.

Si poteva introdurre un tetto alla spesa pubblica.

Si sarebbe così affrontata la vera radice fiscale e strutturale del problema, senza rinunciare a uno strumento di stabilizzazione in momenti eccezionali.

Il divorzio del 1981, invece, intervenne soprattutto sul meccanismo monetario e lasciò quasi intatte le dinamiche di spesa. Il risultato fu una disciplina incompleta, pagata a caro prezzo in termini di interessi, debito e rigidità successive.

La lezione, a distanza di oltre quarant’anni, resta attuale: l’indipendenza della banca centrale è un valore, ma non può diventare un dogma che esclude ogni flessibilità in condizioni straordinarie.

E la vera disciplina dei conti pubblici non si ottiene separando Tesoro e banca centrale: si ottiene controllando la spesa e mantenendo, nel contempo, gli strumenti necessari per affrontare le crisi quando arrivano.

Esistono esempi concreti e recenti di paesi europei che hanno fatto esattamente questa scelta. La Polonia, membro dell’Unione Europea dal 2004, ha mantenuto lo zloty e la propria banca centrale.

Grazie alla flessibilità del cambio ha potuto proteggere la competitività della sua industria manifatturiera durante le crisi internazionali, attrarre investimenti e crescere a ritmi superiori a quelli di molti paesi dell’eurozona.

La Svezia ha preferito la corona e un’elevata indipendenza monetaria, restando uno dei Paesi più competitivi e innovativi del continente.

La Danimarca, pur avendo un accordo di cambio con l’euro, ha mantenuto la propria banca centrale e un opt-out formale sulla moneta unica.

Questi Paesi dimostrano che è possibile stare pienamente dentro l’Unione Europea, beneficiare del mercato unico e, al tempo stesso, conservare strumenti monetari senza rinunciare alla competitività.




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