Leonardo, Mariani in Commissione Difesa: “Indipendenza dagli USA non c’è”. Ordini record, GCAP oltre il punto di non ritorno e la mossa sui fondi SAFE


Un’ora di audizione alla Camera per fotografare il nuovo volto dell’industria della difesa

Il messaggio è arrivato senza giri di parole nell’aula della Commissione Difesa della Camera, mercoledì 23 settembre: “Indipendenza dagli USA direi che non c’è”. A pronunciarlo è Lorenzo Mariani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, rispondendo a una domanda sull’intelligenza artificiale e sulle forniture straniere nei sistemi militari. Una frase che da sola sintetizza il senso di un’audizione informale durata circa un’ora, dedicata alle prospettive industriali e tecnologiche del settore difesa in Italia, trasmessa in diretta sulla web tv della Camera e presieduta da Nino Minardo.

Mariani, accompagnato da Angelo Panzini e Domitilla Giudice, ha scelto un approccio diretto: pochi slogan, molti numeri e un elenco puntuale dei dossier aperti. Dalla costellazione satellitare proprietaria al caccia di sesta generazione, dai droni con la Turchia alla joint venture spaziale con Airbus e Thales, fino alla richiesta esplicita al Governo di ascoltare le sue proposte sull’utilizzo dei prestiti europei SAFE.

Lo scenario: minacce simultanee e cinque domini interconnessi

La premessa dell’ad è che la natura delle minacce sta cambiando. Accanto a quelle convenzionali, i conflitti recenti mostrano una crescente diffusione di sistemi unmanned, attacchi cyber, tecnologie digitali e sistemi d’arma sempre più avanzati, con scenari operativi caratterizzati dalla presenza contemporanea di un numero crescente di minacce e dall’interconnessione tra terra, mare, aria, spazio e cyber.

Per le forze armate, “principali clienti ma non i soli”, questo cambia tutto: “Non è sufficiente disporre della migliore piattaforma o del miglior sensore”. Serve integrarli con i sistemi di comando e controllo, gli effettori e i dati, garantendo una risposta rapida, resiliente e coordinata. È il concetto di multidominio che Mariani ha posto al centro della strategia del gruppo: il valore operativo si sta spostando dalla singola piattaforma alla capacità di far operare insieme sensori e sistemi, accorciando il ciclo sensore-decisore-effettore.

Sul piano europeo, il rafforzamento delle capacità di difesa richiederà secondo l’ad investimenti “consistenti e soprattutto continuativi nel tempo”, con l’obiettivo di produrre e mantenere tecnologie strategiche in Europa “anche dove oggi siamo dipendenti da extra-Europa, in particolare dagli Stati Uniti”.

I numeri: 19 miliardi di ricavi, portafoglio ordini a 46,6 miliardi

Il quadro finanziario presentato è quello di un gruppo in piena espansione. Nel 2025 Leonardo ha registrato ricavi per 19 miliardi di euro, ordini per 23,8 miliardi e un portafoglio ordini arrivato a 46,6 miliardi, con un risultato operativo di 1 miliardo e 750 milioni. Il book to bill superiore a uno, ha sottolineato Mariani, “è sempre una garanzia per il futuro”.

Il primo semestre 2026 conferma la traiettoria: oltre 16 miliardi di ordini, circa 10 miliardi di ricavi e un EBITA di 780 milioni, con tutti i principali indicatori in crescita sull’anno precedente. L’80% dei ricavi proviene da clienti governativi, il 70% circa da attività legate alla difesa. “Separare difesa e sicurezza ormai non ha più senso”, ha aggiunto.

Il gruppo conta oltre 66.000 dipendenti, di cui più di 40.000 in Italia (dato a giugno 2026), con presenze industriali consolidate nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Polonia. Tra le prime dieci società mondiali della difesa, ha ricordato l’ad, “si trovano quasi tutti americani, cinesi, una inglese, BAE Systems, e Leonardo”.

Ma il portafoglio record comporta una responsabilità precisa: “La capacità di consegnare nei tempi richiesti sta diventando il vero elemento di competitività”. L’execution, ha detto, è oggi la priorità industriale fondamentale.

Tre miliardi l’anno in ricerca e 17.000 addetti dedicati

Sul fronte dell’innovazione, Leonardo gestisce circa 3 miliardi di euro ogni anno in ricerca, sviluppo e ingegneria di prodotto, con circa 17.000 persone impegnate in queste attività, collaborazioni con oltre 120 università e centri di ricerca e circa 1.000 famiglie di brevetti. Per Mariani il digitale “non costituisce un settore separato ma un elemento trasversale” a tutti i prodotti: intelligenza artificiale, cloud, edge computing, autonomia, cybersecurity e sensoristica evoluta.

L’acquisizione del 100% di Iveco Defence Vehicles ha completato il posizionamento nel dominio terrestre, integrandosi con le competenze già presenti nell’elettronica per la difesa. “Il nostro obiettivo non è semplicemente crescere dimensionalmente”, ha precisato, ma usare la maggiore scala per rispondere più rapidamente alle esigenze dei clienti, “in primis del ministro Crosetto”.

Supply chain sotto pressione: “Più di quanto lo siamo noi”

Un passaggio significativo ha riguardato la filiera. La crescita della domanda, ha ammesso Mariani, sta mettendo “sotto severa pressione alcuni nodi della catena, più di quanto sta mettendo sotto pressione noi”. Le piccole e medie imprese specializzate detengono competenze critiche che non si trovano solo dentro il grande gruppo, e Leonardo sta intervenendo su più fronti: aumento della capacità produttiva interna, investimenti in impianti, maggiore visibilità sulla domanda verso i fornitori e, in alcuni casi, investimenti diretti sulla filiera.

Sul tema dei colli di bottiglia su terre rare e semiconduttori, sollevato dal deputato Andrea Mascaretti, l’ad ha spiegato che Leonardo non è in genere acquirente diretto “ma vittima” delle strozzature. Le vie percorse sono due: il monitoraggio dei fornitori per aiutarli a costituire scorte e un lavoro di concerto con il Ministero della Difesa e con il MIMIT per individuare iniziative e finanziamenti destinati a stock italiani ed europei, “perché altri Paesi si stanno muovendo indipendentemente”.

Il caso Larimart e la cybersicurezza: “La maggior parte degli incidenti nasce da ingenuità”

Il deputato Fabrizio Comba ha riportato l’attenzione sull’attacco informatico che ha colpito Larimart, controllata del gruppo, chiedendo quanto Leonardo sia performante nel migliorare la protezione dei dati mentre cresce il numero di player che vogliono entrare nel perimetro della difesa.

Mariani, che di Larimart è stato presidente per diversi anni, ha riconosciuto che la preoccupazione è “giornaliera” e ha indicato un paradosso strutturale: più si integra la supply chain nei sistemi di pianificazione e gestione, più ci si espone alle vulnerabilità informatiche. Il gruppo ha aumentato “moltissimo” gli investimenti in sicurezza, sia sui sistemi sia sulla formazione, perché “la stragrande maggioranza degli incidenti informatici avviene ancora per ingenuità o ignoranza del singolo utilizzatore”, un problema che si propaga scendendo lungo la filiera, dove le aziende non hanno la stessa capacità di spesa.

Il secondo fattore è normativo: la direttiva NIS2 imporrà investimenti aggiuntivi che il gruppo sta già affrontando e che potranno rappresentare una difficoltà per alcune PMI. “Le stiamo aiutando anche su quello”, ha detto, aggiungendo che la norma produrrà “un po’ una selezione” e una spinta a consorziarsi.

Spazio: Space Guardian, SICRAL 3 e la difesa antimissile dall’orbita

Ampio spazio, letteralmente, al dominio orbitale. La prima priorità è Space Guardian, la costellazione proprietaria di osservazione della Terra con sensori ottici e radar che Leonardo sta realizzando con fondi propri. “Proprietaria significa che stiamo investendo i nostri fondi”, ha specificato Mariani, presentandola come un potenziale asset strategico per l’intero Paese, dalle istituzioni alla difesa fino al tessuto industriale.

L’ad ha richiamato i programmi SICRAL 3 per le comunicazioni sicure, OPSAT per la sorveglianza terrestre, la Space Situational Awareness e IRIS², destinato a rafforzare un’autonomia europea nelle comunicazioni satellitari sicure che “a oggi, come ben sapete, non esiste”.

Il capitolo più prospettico è quello della Ballistic Missile Defense dallo spazio: una costellazione dotata di sensori infrarossi per rilevare tempestivamente lanci missilistici e minacce ipersoniche, in un dominio “già ampiamente esplorato dagli Stati Uniti”.

Quanto all’assetto societario, sollecitato da Mascaretti sui rapporti tra il progetto Bromo (l’integrazione delle attività spaziali di Leonardo, Airbus e Thales), la divisione Spazio interna e le partecipate Thales Alenia Space e Telespazio, Mariani è stato netto: una volta costituita la joint venture e superato il vaglio antitrust europeo, tutte le attività spaziali dei tre partner dovranno confluire in Bromo, perché le JV europee “devono essere esclusive, altrimenti rischi che qualcuno si metta su due tavoli”. La divisione Spazio, costituita dal suo predecessore, ha nel frattempo portato opportunità commerciali e “aumentato la nostra capacità negoziale”. Memore delle lezioni apprese in Space Alliance e in MBDA, Leonardo sta “lottando” perché ogni Paese abbia una capacità end-to-end e un accesso diretto al mercato.

GCAP: “Passato il punto di non ritorno”. E il Canada osserva

Il Global Combat Air Programme con Regno Unito e Giappone, ha chiarito l’ad, “non riguarda semplicemente la realizzazione di un nuovo velivolo da combattimento” ma un sistema di sistemi di sesta generazione con piattaforme pilotate e non, sensori ed effettori integrati in un’unica rete. Il riferimento è all’esperienza Eurofighter, che ha generato tecnologie utilizzabili fino agli anni 2050 e migliaia di posti di lavoro in Italia, Spagna, Regno Unito e Germania.

Rispondendo a Giorgio Mulè, che ha ricordato il contratto da quattro miliardi di sterline firmato a luglio, Mariani ha affermato che il programma ha “passato il punto di non ritorno”: il primo grande contratto internazionale non è più assegnato dai singoli ministeri alle aziende nazionali, ma dall’agenzia intergovernativa GIGO alla joint venture Edgewing, che riunisce Leonardo, BAE Systems e Mitsubishi.

Sui possibili nuovi partner, l’unico interesse “concreto e formale” che l’ad conosce è quello del Canada, che ha chiesto lo status di osservatore: un percorso “sanissimo”, perché evita di riaprire il workshare e interrompere il processo, con la possibilità di aggiungere poi ulteriori velivoli al programma. La priorità è “mantenere i tempi”. E un avvertimento: il GCAP “non è un’alternativa all’F-35”, perché “stiamo andando una generazione oltre” e mentre il caccia americano in Italia è “build to print”, il GCAP significa sviluppo di capacità di altissimo livello.

Droni con la Turchia, carri con Rheinmetall, Michelangelo Dome e l’AI americana di Raft

La rassegna dei dossier ha toccato la joint venture paritetica con la turca Baykar nei sistemi unmanned, dove Leonardo porta sensori, elettronica, sistemi di missione ed effettori sulle piattaforme del partner. Una scelta che Mariani ha difeso anche di fronte a Piero Fassino: nei droni “la capacità decisionale rapida è fondamentale”, l’elettronica di Leonardo è “geograficamente europea” perché condivisa tra Italia e Regno Unito, mentre l’investimento sulla piattaforma è stato lasciato “a chi l’ha già fatto”. In Europa, ha aggiunto, “altre grandi iniziative non ci sono state” e su Eurodrone “purtroppo sono altri che ci credono meno, perché la Francia sta uscendo”.

Nel terrestre la JV Leonardo Rheinmetall Military Vehicles svilupperà i nuovi cingolati da combattimento, a partire dai requisiti italiani. Nella difesa aerea il Michelangelo Dome è stato descritto come l’esempio più chiaro del multidominio: non una singola arma ma un’architettura multistrato in grado di integrare sensori ed effettori anche di terze parti contro minacce che vanno dai piccoli droni ai missili ipersonici.

Infine l’acquisizione di Raft da parte di Leonardo DRS, la controllata americana, per rafforzare le competenze nell’intelligenza artificiale applicata alle decisioni operative, “prendendo competenze da un mercato che le ha già ampiamente sviluppate”.

Intelligenza artificiale: “Senza coesione europea non andiamo da nessuna parte”

Alla domanda di Deborah Bergamini sull’indipendenza tecnologica, Mariani ha preferito parlare di resilienza più che di indipendenza. L’ingresso dell’AI “a diversi livelli nei nostri sistemi di difesa e sicurezza è inevitabile” e il gruppo ha costituito almeno due nuclei interni di ricercatori. Ma questo, ha ammesso, “esaurisce il primo gradino”: prendere ciò che esiste, migliorarlo e utilizzarlo.

Per una resilienza vera servono “grandi iniziative europee”, come le Gigafactory dell’AI per cui l’Italia è in competizione e per le quali Leonardo guida insieme a TIM il consorzio che partecipa alla gara, con un investimento privato “importante”. Il riferimento francese a Mistral “va nella direzione giusta, almeno della resilienza, non della coesione europea”. Il giudizio finale è tranchant: USA e Cina “si muovono talmente rapidi e con tali forze che se non c’è coesione europea non andiamo da nessuna parte”.

Difesa europea, MBDA e il monito: “Senza visibilità sulla pianificazione, investo in America”

Il confronto con Fassino ha aperto il capitolo più politico. Il deputato ha definito “propagandistica” la parola d’ordine “sì alla difesa europea, no al riarmo”, ricordando che i sistemi europei e NATO si fondano sul conferimento delle capacità nazionali. Mariani ha condiviso la fotografia, ponendo due condizioni: requisiti dei sistemi condivisi a livello europeo, altrimenti “l’Europa continuerà a essere divisa con quattro navi diverse e quattro carri diversi”, e contributi bilanciati di tutte le nazioni, perché chi investe di più prevale nelle joint venture.

L’esempio virtuoso è MBDA, nata con una prevalenza francese e che negli ultimi cinque anni “ha più che raddoppiato gli addetti italiani e triplicato il fatturato italiano”. Ma il passaggio più duro è stato sulla pianificazione nazionale: “Se non ho visibilità sulla pianificazione, investo in America. Non c’è niente da fare”.

Sul rapporto con Fincantieri, l’ad ha citato il caso concreto del Portogallo, che si avvia ad acquistare le fregate FREMM nell’ambito del SAFE, con Leonardo e Fincantieri “al 50 e 50”.

Il SAFE: “Ho fatto proposte al Governo, spero vengano raccolte”

Proprio sullo strumento europeo Security Action for Europe Mariani ha rivendicato di essere stato “forse sin troppo aggressivo”. Lo considera “la prima vera misura utile che l’Europa ha prodotto”: mobilita molte risorse con un sistema meno complesso di altri, favorisce la cooperazione e il common procurement. Il Fondo Europeo per la Difesa, per confronto, “è un’ottima cosa, ma i soldi sono stati sempre pochi e la complessità è tanta”.

“L’utilizzo non dipende da me”, ha concluso. “Ho fatto delle proposte e spero vengano raccolte dal Governo”. Un appello che ha trovato una sponda immediata nel presidente della Commissione Minardo, secondo cui le proposte di Mariani sul SAFE “meritano attenzione da parte del Governo” per rafforzare, oltre alle capacità operative, tecnologia, produzione e competenze della base industriale italiana ed europea.

L’obiettivo occupazionale: da 50.000 a oltre 80.000 dipendenti

A chiusura della relazione, un dato pensato per il Parlamento e per il Paese. Tra il 2021 e il 2030 Leonardo prevede di aver introdotto nel sistema oltre 30.000 risorse qualificate: nel 2021 il gruppo festeggiava il superamento della soglia dei 50.000 addetti, il piano industriale lo porta oltre gli 80.000. Per questo, ha insistito Mariani, una quota significativa delle risorse destinate alla difesa deve essere reinvestita nella base industriale europea, evitando “la dispersione verso ecosistemi industriali esterni all’Europa che occupazione non ne sviluppano”.

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