Roma, 27 settembre – Tutto si può dire, sui primi dati 2026 della spesa farmaceutica, relativi ai primi due mesi dell’anno e resi noti venerdì 25 settembre dall’Aifa, fuorché promettano bene: nel primo bimestre dell’anno la spesa pubblica complessiva (acquisti diretti, spesa convenzionata e ossigeno) è stata infatti pari a 4.529,7 milioni di euro, registrando un’incidenza sul Fondo sanitario nazionale (Fsn) pari al 19,31%.
Il dato emerge dal Monitoraggio Aifa definitivo della spesa farmaceutica gennaio-febbraio 2026 pubblicato sul portale dell’agenzia. Ad aiutare a comprendere le dinamiche di questa voce di spesa sono, al solito, i dati disaggregati. Che rivelano che la spesa pubblica netta per i medicinali erogati nelle farmacie territoriali (la cosiddetta “convenzionata”, ammonta a poco meno di 1,5 miliardi, per l’esattezza 1.486,1 milioni di euro, con un aumento di circa 76,8 milioni di euro (+5,4%) rispetto al 2025. Che – come spiega la stessa Aifa, è del tutto coerente con l’incremento registrato dalla spesa lorda a prezzi al pubblico. La spesa convenzionata ai fini del tetto (spesa netta più ticket fisso per ricetta) è leggermente superiore (1.518,3 milioni di euro) e incide sulla quota di spesa assegnata (6,85%) per il 6,47%, determinando un avanzo di 88,7 milioni di euro.
Come da tradizione consolidata, l’andamento della spesa farmaceutica convenzionata nelle varie Regioni presenta significative differenze: alcune, in controtendenza con i dato complessivo, registrano un significativo superamento del tetto di spesa e si segnalano per una variazione superiore alla media nazionale dell’incidenza sul Fondo sanitario regionale (Fsr) tra il 2026 e il 2025 superiore alla media nazionale: Calabria (7,75% rispetto a 7,30%; Δ: +0,45%), Basilicata (incidenza sul Fsr: 7,64% rispetto a 7,29%; Δ: +0,35%), Lombardia (7,36% rispetto a 7,29%; Δ: +0,07%), Molise (7,33% rispetto a 6,96%; Δ: +0,37%), Campania (7,19% rispetto a 7,07%; Δ: +0,12%) e Sardegna (7,04% rispetto a 6,89%; Δ: +0,15%).
Altra storia per la spesa per acquisti diretti di farmaci di classe A e H da parte delle strutture sanitarie pubbliche, pari a 3.118,6 milioni di euro, registra un lieve incremento dello 0,6% rispetto al 2025. Variazione – va rimarcato – che risulta significativamente più contenuta rispetto a quella osservata nel periodo 2024-2025 (+7,6%).
La spesa per i farmaci che accedono al fondo innovativi, calcolata a partire dai dati rilevati dai registri di Monitoraggio Aifa, si attesta sui 88,3 milioni di euro): un valore è inferiore (-27,4%) al valore stimato nel 2025, e pari a 121,4 milioni di euro. Per quanto riguarda i farmaci “reserve”, la spesa calcolata a partire dalle dispensazioni presenti nei registri di monitoraggio si attesta sui 16,2 milioni di euro (nel 2025 la spesa rilevata risultava leggermente inferiore e pari a circa 14,8 milioni).
La spesa farmaceutica per acquisti diretti, inclusi i gas medicinali, ammonta a 3.011,4 milioni di euro, con un’incidenza complessiva sul tetto pari al 12,84%, determinando un superamento delle risorse di 950,6 milioni di euro, superando di più di quattro punti percentuali il tetto assegnato dell’8,50% sul Fsn.
I dati, dunque, continuano a raccontare sempre la stessa storia, che – letta superficialmente – potrebbe far pensare che a una spesa farmaceutica buona e virtuosa (quella convenzionata, capace non solo di rispettare il tetto assegnatole, ma anche di generare risparmi) se ne affianchi una “cattiva” che, invece, divora risorse con insaziabile voracità, generando disavanzi enormi.
Se la storia si ripete sempre uguale senza che arrivi alcuna misura a correggerla o almeno contrastarla, però, bisognerà pure prima o poi porsi il problema di capirne le cause. Magari si arriverebbe finalmente a capire – come si affannano a dire da tempo esperti, analisti e addetti ai lavori – che la realtà è molto diversa da quella che si ostina a ritenere chi ripartisce le risorse. Gli acquisti diretti dei farmaci di classe A e H, nei due primi mesi del 2026, sono aumentati appena dello 0,6% rispetto al 2025, sette punti in meno rispetto al +7,6% registrato fra 2024 e 2025. E quello 0,6% in più – ovviamente – non giustifica in alcun modo lo sfondamento di 950 milioni (in pratica un miliardo) registrato a gennaio e febbraio. La realtà da prendere in considerazione, quindi, è che il livello di spesa farmaceutica di Asl e ospedali sia molto superiore al tetto finanziario assegnato. Considerazione che sono stati e sono in moltissimi a fare, anche con il supporto di indagini, analisi e dati, rimanendo però inascoltati.
Sarebbe ora, magari aiutandosi con il sottofondo musicale di Todo cambia, la meravigliosa canzone di Mercedes Sosa, di prendere atto che è perfettamente inutile pretendere di governare la spesa farmaceutica pubblica con strumenti e modalità pensati per ieri ma che non vanno più bene oggi e andranno ancora meno bene domani. L’innovazione scientifica ha prodotto un’autentica rivoluzione: una quota sempre più significativa delle terapie farmacologiche di nuova generazione ad alto e altissimo costo (dalle CAR-T alle terapie geniche, dai farmaci oncologici di precisione alle terapie geniche fino ai farmaci per le malattie rare) passa in via pressoché esclusiva dagli ospedali. E questo, nell’arco di vent’anni, ha cambiato tutto, senza però che nessuno si sia preoccupato di attrezzarsi per fare fronte agli effetti e alle conseguenze del cambiamento. Fino a trovarsi in una situazione cristallizzata, dove da anni la spesa farmaceutica convenzionata produce avanzi e quella per acquisti diretti genera deficit sempre più simili a voragini.
Converrebbe chiedersi se i tetti di spesa così come sono rappresentano ancora la realtà e se i ricorrenti allarmi immancabilmente rilanciati dai mass media con titoli come “Spesa per i farmaci fuori controllo” abbiano un senso o siano soltanto una pigra e quasi pavloviana lettura di un fenomeno che – alla fine – è solo il prodotto di vecchi e non più adeguati schemi di assegnazione e allocamento delle risorse.
Perché, probabilmente, non è la spesa a essere fuori controllo ma più semplicemente il tetto a non avere più senso.
Probabilmente, quello che serve sono altri paradigmi di valutazione e di governance, centrati sul valore che i farmaci producono in termini di salute, di guadagni sociali e di sostenibilità economica. Perché – solo per fare un esempio – un costosissimo farmaco oncologico di ultima generazione può anche costare migliaia e migliaia di euro, ma può essere “conveniente” anche economicamente se riduce i costi ancora più alti che derivano da ingravescenze e ricoveri. A significare che la sostenibilità di un farmaco, anche di altissimo costo, si misura solo ed esclusivamente dalla sua efficacia e dai risultati che produce sia per il paziente (e la sua famiglia) sia per lo stesso sistema sanitario.
Todo cambia, e va dunque da sé che cambiare si impone. Anche perché, come sintetizzò magistralmente Warren Bennis, presidente della University of Cincinnati e consulente di ben quattro presidenti USA (tra i quali J. F. Kennedy), se si continua a fare quello che si è sempre fatto, si continuerà a ottenere ciò che si è sempre avuto.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link



