Il Pil 2024 passa da +0,7 a +1,1%. Deficit 2025: pesano 2,5 miliardi di spese extra
Errori Istat o correzioni inevitabili? Il 22 settembre 2026 l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, ha certificato che il deficit del 2025 è rimasto sopra il 3% del Pil: 3,1% per la precisione, un livello che impedisce all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione Ue. La premier Giorgia Meloni ha accusato l’istituto guidato da Francesco Maria Chelli (nominato dal suo governo) di aver «sbagliato tutte le previsioni» in quattro anni, mettendo quindi indirettamente in dubbio la solidità di quel 3,1%.
In passato, in effetti, l’Istat ha corretto al rialzo il dato sulla crescita del Pil in Italia cinque volte su cinque dal 2020 al 2024, come mostra il grafico in apertura. Il caso più recente riguarda il 2024: un anno fa l’Istat lo dava in crescita dello 0,7%, oggi dell’1,1%: una crescita superiore di oltre il 50%.
Revisioni Pil Istat, cinque dati su cinque corretti al rialzo
Per capire come stanno le cose bisogna sapere come funziona la diffusione del dato sul Pil, il Prodotto interno lordo, cioè la ricchezza che ogni anno l’Italia produce. A marzo l’Istat pubblica una stima preliminare del Pil dell’anno appena chiuso. A settembre pubblica il dato dei conti economici nazionali sullo stesso anno e rivede quelli degli anni precedenti: è qui che intervengono le «correzioni» di cui ha parlato la premier. Ed è su questo dato che il governo imposta la manovra finanziaria, che va approvata entro il 31 dicembre.
Partiamo dal 2020, piena pandemia: da un calo del Pil dell’8,9% si è passati, dopo la correzione Istat, al -8,7%. Scostamento minimo? Sì, ma l’anno dopo la correzione è stata molto più ampia. Per il 2021 l’Istat aveva stimato un aumento del Pil del 6,7% che, successivamente, è stato rivisto al rialzo al 9,2%. Ok, è l’anno del post-Covid e l’economia era davvero in subbuglio, ma si tratta pur sempre di uno scostamento di due punti e mezzo rispetto al primo dato. Non poco.
Il fatto è che la stessa cosa è successa anche l’anno successivo, il 2022: il primo dato indicava una crescita del 3,7%, poi alzata al 4,9%. Idem per il 2023: il dato del settembre 2024 diceva +0,7%, oggi l’Istat scrive +1%. Il dato sul Pil del 2025, per ora, resta fermo a +0,6%. Cambierà anche questo? Visti i precedenti, probabilmente sì.
Il caso del 2024: la crescita è stata dell’1,1%
Parliamo del Pil del 2024. La stima preliminare di marzo 2025 dava una crescita dello 0,7%, confermata a settembre; con la revisione di marzo 2026 è diventata dello 0,8% e il 22 settembre 2026 è arrivata all’1,1%. In euro: il Pil del 2024 valeva 2.199,6 miliardi nel dato di settembre 2025 e oggi ne vale 2.210,6. Undici miliardi in più, mezzo punto di Pil.
Con un Pil più alto cambiano tutti i rapporti che si calcolano su di esso: il debito pubblico del 2024 è sceso dal 134,9% al 134,2% del Pil e la pressione fiscale, cioè il peso di tasse e contributi sull’economia, dal 42,5% al 42,2%. Ma cambiano anche le previsioni sulla disoccupazione che il governo scrive in manovra.
Tutta “colpa” dei cantieri
La correzione più forte sul 2024 riguarda l’edilizia. Nella revisione di marzo 2026 il valore aggiunto delle costruzioni (la ricchezza prodotta dal settore) risultava in calo del 4,3%; solo sei mesi dopo il calo è diventato del -0,5%: quasi quattro punti recuperati. È l’anno in cui l’aliquota del Superbonus è scesa dal 110 al 70%. Il calo dei cantieri c’è stato, ma molto più contenuto di quanto dicessero le prime stime. In senso opposto, la manifattura è stata rivista al ribasso: la crescita del 2024 è scesa da +0,9% a +0,3%.
Salgono invece l’agricoltura, da +2,9% a +3,7%, e i servizi professionali e alle imprese, che passano da -1% a -0,1%. Sommando tutti i settori, il valore aggiunto dell’economia italiana nel 2024 sale dallo 0,5 allo 0,8%.
Perché l’Istat rivede i conti
Le revisioni non sono un’anomalia italiana. In Francia il ministro delle Finanze ha appena ammesso che il deficit 2025 non sarà del 5,1% previsto, ma almeno del 5,4%. Tutti gli istituti di statistica europei pubblicano un primo dato con le informazioni disponibili, poi lo aggiornano quando arrivano i bilanci delle imprese, le dichiarazioni fiscali e i dati del commercio estero. Le regole e il calendario le fissa Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea: non è un “bug” del sistema, funziona proprio così in tutta Europa.
Quest’anno poi, spiega l’Istat, alle normali correzioni si sono aggiunte tre modifiche chieste da Eurostat, tra cui un nuovo calcolo dell’energia prodotta dai pannelli solari delle famiglie (che separa quella venduta alla rete da quella consumata in casa) e una correzione dei flussi con l’estero delle imprese straniere che hanno una partita Iva in Italia.
Lo stesso presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, lo aveva ricordato in Parlamento nell’aprile 2026: la validazione dei conti pubblici «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei».
Deficit al 3,08%: quanto manca davvero al 3%
Passiamo al deficit: nel 2025 la differenza fra spese ed entrate dello Stato è stata di 69,7 miliardi che, rapportati al Pil, fanno 3,08%, arrotondato dall’Istat a 3,1%. Per scendere sotto il 3% il Pil del 2025 avrebbe dovuto essere più alto di circa 60 miliardi: il 2,6% in più. Se il dato sul Pil del 2025 venisse corretto nella stessa misura del 2024 (lo 0,5%), il rapporto scenderebbe al 3,06%, quindi sempre sopra la fatidica soglia del 3% richiesta dall’Europa.
I 2,5 miliardi di investimenti che hanno spostato il deficit
Ma perché il governo, e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, non è riuscito a centrare l’obiettivo? Perché fra la notifica di aprile e il dato di settembre 2026 le spese per investimenti della pubblica amministrazione del 2025 sono cresciute di 2,5 miliardi, mentre le entrate sono salite di 2 miliardi: il saldo finale è peggiorato di 355 milioni.
Secondo le ricostruzioni del ministero dell’Economia, 1,3 miliardi vengono dai partenariati pubblico-privati: opere come il termovalorizzatore di Roma o le linee 4 e 5 della metropolitana di Milano, finanziate insieme da Stato e privati, la cui spesa è stata contata nei conti pubblici più del previsto. Poi ci sono circa 700 milioni di lavori di Anas e Ferrovie non preventivati in tempo. Senza quei 2,5 miliardi, a parità di tutto il resto, il deficit del 2025 si sarebbe fermato sotto il 3%, intorno al 2,97%.
Che cosa cambia per la manovra 2027
Restare sopra il 3% vuol dire restare nella procedura europea per deficit eccessivo e, finché l’Italia ci resta, deve tagliare il deficit strutturale (quello depurato dagli effetti del ciclo economico) di mezzo punto di Pil l’anno. Il vincolo riduce i margini per il 2027 e il 2028 e complica l’uso della clausola europea che permette di non contare nel deficit fino a 1,5 punti di Pil di spesa per difesa ed energia, circa 30 miliardi nel biennio.
Il ministro Giorgetti ha preso atto «non senza rammarico» e ha indicato il 2027 come l’anno in cui l’Italia potrà uscire dalla procedura. La manovra che il governo scriverà in queste settimane poggerà quindi sul dato del 2025 appena pubblicato. Se la storia degli ultimi cinque anni si ripete, fra un anno quel dato sarà più alto. Ma la legge di Bilancio sarà già approvata.
I dati si riferiscono al: 20202025
Fonte: Istat, Conti economici nazionali – Anni 2010-2025
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