La manovra riscrive la delega fiscale: cambia l’Irpef e c’è la doppia flat tax


Dopo i 29 decreti attuativi della delega fiscale, il cantiere della manovra è già pronto a rimettere mano al fisco. La legge di Bilancio che il governo si appresta a varare nelle prossime settimane annuncia un’altra rivoluzione delle imposte. Il risultato rischia di essere un ulteriore allontanamento da quel sistema più semplice e uniforme che la stessa riforma indicava come traguardo a inizio legislatura.

Al centro della manovra c’è ancora una volta l’Irpef. Il centrodestra punta infatti a proseguire il percorso di alleggerimento dell’imposta sui redditi per il ceto medio, intervenendo sul secondo scaglione. L’ipotesi su cui lavora il governo è quella di ampliare fino a 60 mila euro la soglia cui applicare l’aliquota del 33%, estendendo quindi il beneficio a una fascia più ampia di contribuenti. È il tassello centrale della strategia con cui Palazzo Chigi intende sostenere consumi e potere d’acquisto. Accanto alla riforma dell’Irpef torna, però, con forza anche il dossier flat tax. La Lega spinge per elevare da 85 mila a 100 mila euro la soglia di accesso al regime forfettario per le partite Iva. L’operazione, tuttavia, è tutt’altro che semplice. L’attuale limite di 85 mila euro è infatti collegato alla disciplina europea dell’Iva recepita dall’Italia. A differenza del passato, quando era possibile ottenere deroghe specifiche, oggi il margine appare molto più ristretto e potrebbe richiedere un intervento a livello comunitario.

La vera novità politica potrebbe però riguardare gli stipendi dei giovani. La proposta rilanciata dal ministro Giancarlo Giorgetti riprende un progetto di Claudio Durigon: applicare per cinque anni un’aliquota del 5% ai redditi degli under 35 che entrano nel mercato del lavoro. L’idea nasce con una duplice finalità: aumentare il salario netto dei neoassunti e incentivare la permanenza nelle aziende, contrastando il fenomeno della fuga verso l’estero o verso occupazioni più remunerative. Giorgetti immagina «un accordo tra imprenditori che fanno un investimento sui giovani aumentando loro lo stipendio e sugli incrementi lo Stato potrebbe fare una sorta di flat tax».

Nelle valutazioni del governo, inoltre, la detassazione potrebbe essere collegata a percorsi di formazione, merito accademico e qualificazione professionale, nell’ambito di una strategia più ampia per attrarre e trattenere capitale umano in un Paese alle prese con denatalità e invecchiamento della popolazione attiva. Durigon parla di doppia flat tax, una per gli autonomi: «Stiamo combattendo con l’Europa e speriamo di portare a casa questo incremento». E una per i ragazzi neoassunti con l’obiettivo di «aumentare gli stipendi garantendo alle aziende una defiscalizzazione», spiega Durigon.

La manovra potrebbe poi contenere altri interventi simbolicamente e finanziariamente molto pesanti. Forza Italia continua a premere per una riduzione della tassazione sulle tredicesime. Finora sono emerse due opzioni: l’ennesima flat tax con un’imposta del 15% per redditi fino a 15mila euro o del 10% con una soglia reddituale più elevata. Il risparmio per i lavoratori potrebbe aggirarsi tra i 200 e i 500 euro. Oppure un’esenzione totale della tredicesima per le fasce medio basse e un prelievo crescente per importi superiori. Le coperture, ovviamente, sarebbero significative. Antonio Tajani anche ieri ha ricordato le priorità del suo partito: «Vogliamo tagliare le tasse sulle tredicesime, pensiamo all’eliminazione del bollo auto e moto».

Proprio il bollo rappresenta un altro cavallo di battaglia degli azzurri. L’iniziativa affonda le radici nella bandiera berlusconiana contro le imposte patrimoniali sul possesso. Il problema è che la tassa automobilistica vale circa 7,5 miliardi di euro l’anno e costituisce una delle principali entrate delle Regioni. Un’eventuale abolizione richiederebbe quindi coperture permanenti o trasferimenti compensativi dal bilancio statale. Il paradosso è che la proposta arriva poche settimane dopo l’approvazione del decreto legislativo sul riordino dei tributi regionali e locali, che ha appena introdotto una mini riforma amministrativa del bollo senza modificarne importi e criteri di calcolo.

Accanto a queste misure, l’esecutivo valuta la proroga di diversi incentivi già esistenti. Sul tavolo c’è la conferma della tassazione agevolata al 5% sugli aumenti salariali derivanti dai rinnovi contrattuali per i lavoratori con redditi fino a 33 mila euro.

Potrebbe essere rinnovata anche l’imposta sostitutiva dell’1% sui premi di produttività fino a 5 mila euro. Resta però una questione di fondo. Dopo una legislatura segnata dalla più ampia riforma fiscale degli ultimi anni, il sistema continua ad arricchirsi di eccezioni, aliquote agevolate e nuovi trattamenti differenziati. Già l’Ufficio parlamentare di bilancio aveva avvertito che l’espansione dei regimi sostitutivi ha accentuato le disparità di trattamento tra le varie tipologie di reddito e allontanato il sistema dall’obiettivo dell’equità orizzontale indicato dalla riforma.

È il paradosso che accompagna da anni la politica fiscale italiana: tutti i governi promettono di ridurre eccezioni, bonus e regimi speciali, ma a ogni legge di bilancio il catalogo delle agevolazioni si arricchisce di nuovi interventi.


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