Ricorso abusivo al credito: il confine tra tentare di salvare l’impresa e aggravare la crisi
Quando un’azienda attraversa una fase di difficoltà economica, la prima reazione di molti imprenditori è cercare nuova liquidità.
È una scelta del tutto comprensibile.
I fornitori devono essere pagati.
I dipendenti attendono gli stipendi.
Le rate dei finanziamenti continuano a scadere.
Le imposte si accumulano.
Le banche chiedono rientri.
In questo contesto ottenere nuovo credito appare spesso come l’unica soluzione possibile.
Un nuovo finanziamento.
Un aumento degli affidamenti.
Un prestito da un istituto bancario.
Una linea di credito aggiuntiva.
Molte imprese sopravvivono proprio grazie a queste risorse.
Tuttavia esiste un momento in cui il ricorso al credito può diventare problematico.
Quando la situazione economica è ormai compromessa e le difficoltà vengono occultate o minimizzate per ottenere ulteriore denaro, possono emergere conseguenze che vanno oltre il semplice rapporto con la banca.
È qui che entra in gioco il tema del ricorso abusivo al credito, una fattispecie spesso poco conosciuta ma estremamente importante nell’ambito della crisi d’impresa.
Chiedere un finanziamento non è un reato
È fondamentale chiarire subito un concetto.
Richiedere un finanziamento non costituisce di per sé una condotta illecita.
Anzi.
Il credito rappresenta uno degli strumenti fondamentali dell’attività economica.
Le imprese utilizzano abitualmente:
- mutui;
- prestiti;
- scoperti di conto;
- anticipazioni bancarie;
- leasing;
- finanziamenti agevolati;
- aperture di credito.
Senza questi strumenti moltissime attività non potrebbero operare.
La legge non punisce quindi chi cerca risorse finanziarie per sostenere l’impresa.
Il problema nasce in presenza di circostanze particolari che riguardano la reale situazione economica dell’azienda.
Quando inizia la fase più pericolosa
Molti imprenditori vivono un periodo che può durare mesi o addirittura anni.
I primi segnali della crisi vengono spesso sottovalutati.
Si registra un calo del fatturato.
Aumentano i ritardi nei pagamenti.
Si accumulano debiti fiscali.
La liquidità diminuisce.
I margini si riducono.
In questa fase il ricorso al credito appare una soluzione ragionevole.
Spesso lo è.
Il problema nasce quando la crisi diventa strutturale e non più temporanea.
Molti continuano a cercare nuove risorse nella speranza che qualcosa cambi.
Una nuova commessa.
Un investimento.
Un cliente importante.
Una ripresa del mercato.
Talvolta accade davvero.
Altre volte, invece, la situazione continua a peggiorare.
La tentazione di mostrare una realtà migliore
Quando si presenta una richiesta di finanziamento, chi concede il credito deve poter valutare correttamente la situazione del richiedente.
Per questo motivo assume grande importanza la trasparenza delle informazioni.
Nelle situazioni di forte difficoltà economica può emergere una tentazione molto pericolosa:
rappresentare una situazione meno grave di quella effettiva.
Si minimizzano i debiti.
Si omettono informazioni rilevanti.
Si enfatizzano prospettive particolarmente ottimistiche.
Si sottovalutano le criticità esistenti.
L’obiettivo è spesso quello di ottenere il tempo necessario per tentare un rilancio dell’attività.
Tuttavia alcune condotte possono generare conseguenze rilevanti.
Il meccanismo che porta molte imprese ad aggravare la crisi
Esiste una dinamica molto frequente.
L’impresa ottiene un nuovo finanziamento.
Le risorse vengono immediatamente utilizzate per coprire debiti pregressi.
La liquidità torna a diminuire.
Si richiede ulteriore credito.
Si ottiene un nuovo affidamento.
Anche queste somme vengono rapidamente assorbite.
La situazione reale continua però a peggiorare.
Nel frattempo aumentano:
- i debiti;
- gli interessi;
- gli oneri finanziari;
- le esposizioni verso le banche;
- le tensioni di cassa.
Questa spirale può proseguire per molto tempo prima che emerga chiaramente l’insostenibilità della situazione.
Gli errori più frequenti
Nella pratica professionale esistono alcuni comportamenti che si riscontrano con particolare frequenza.
Tra questi:
- sottovalutazione del reale stato di crisi;
- mancanza di pianificazione finanziaria;
- affidamento esclusivo a nuovo credito per coprire perdite strutturali;
- ritardo nell’affrontare la situazione;
- convinzione che un ulteriore finanziamento possa risolvere problemi ormai consolidati.
Molte di queste scelte nascono dalla volontà di salvare l’impresa.
Tuttavia il risultato può essere esattamente opposto.
“Mi serve solo un po’ di tempo”
Questa è probabilmente la frase più ricorrente nelle situazioni di crisi.
L’imprenditore non vuole chiudere.
Ha investito anni di lavoro nell’attività.
Vuole salvare posti di lavoro.
Vuole rispettare gli impegni assunti.
Per questo motivo cerca continuamente nuove risorse.
Il problema è che il tempo, da solo, non sempre risolve le difficoltà economiche.
Se la crisi ha cause profonde, il semplice rinvio può comportare un aggravamento della situazione.
Ed è proprio questo il momento in cui diventa fondamentale una valutazione professionale.
Le banche non sono gli unici soggetti coinvolti
Quando si parla di ricorso abusivo al credito si pensa immediatamente agli istituti bancari.
In realtà le conseguenze della crisi coinvolgono molti altri soggetti.
Ad esempio:
- fornitori;
- dipendenti;
- clienti;
- soci;
- enti previdenziali;
- Amministrazione finanziaria.
Ogni decisione presa durante una fase di difficoltà economica può produrre effetti che si riflettono su una pluralità di interessi.
Per questo motivo la gestione della crisi richiede particolare attenzione.
Quando il problema riguarda anche le piccole imprese
Un errore molto diffuso consiste nel ritenere che queste problematiche riguardino esclusivamente grandi aziende o gruppi societari.
In realtà la maggior parte delle situazioni emerge proprio nelle piccole e medie imprese.
Artigiani.
Commercianti.
Professionisti.
Società familiari.
Imprese individuali.
Sono spesso queste realtà a trovarsi maggiormente esposte alle conseguenze di una crisi gestita troppo tardi.
Il ruolo del Codice della Crisi d’Impresa
Negli ultimi anni il legislatore ha posto sempre maggiore attenzione all’emersione tempestiva delle difficoltà economiche.
L’obiettivo è semplice.
Intervenire prima che la situazione diventi irreversibile.
Molti imprenditori arrivano invece quando:
- il debito è ormai insostenibile;
- i finanziamenti sono stati interamente utilizzati;
- le banche hanno revocato gli affidamenti;
- i creditori hanno avviato azioni esecutive;
- il patrimonio si è progressivamente ridotto.
In queste circostanze le soluzioni disponibili possono essere molto più limitate.
I segnali che non dovrebbero essere ignorati
Esistono alcuni indicatori che meritano particolare attenzione.
Ad esempio:
- utilizzo costante e completo degli affidamenti bancari;
- ritardi nei pagamenti verso fornitori;
- esposizioni fiscali in crescita;
- mancanza di liquidità per le spese correnti;
- necessità di continui finanziamenti per mantenere operativa l’attività;
- difficoltà nell’accesso al credito.
Quando questi segnali si manifestano contemporaneamente, può essere opportuno effettuare una valutazione approfondita della situazione.
Perché molti arrivano troppo tardi
La ragione è spesso psicologica.
Nessun imprenditore vuole accettare che la propria attività stia attraversando una crisi profonda.
Si spera che il mercato migliori.
Si attende un cliente importante.
Si confida in nuove opportunità.
Nel frattempo passano mesi.
Talvolta anni.
Quando finalmente si decide di affrontare il problema, le alternative disponibili sono diminuite.
Per questo motivo la tempestività rappresenta uno degli elementi più importanti nella gestione della crisi.
Esistono strumenti alternativi al continuo ricorso al credito?
Spesso sì.
Molti imprenditori non conoscono le soluzioni previste dal Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza.
Oppure ne vengono a conoscenza quando la situazione è ormai compromessa.
Una valutazione effettuata nelle fasi iniziali può consentire di individuare percorsi differenti rispetto al semplice accumulo di nuovo debito.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più importanti.
Non sempre la soluzione consiste nell’ottenere ulteriore credito.
Talvolta occorre affrontare il problema in modo diverso.
FAQ
Chiedere un finanziamento è un comportamento illecito?
No. Il ricorso al credito rappresenta una normale attività economica.
Una situazione di crisi impedisce di ottenere finanziamenti?
Non necessariamente. Ogni situazione deve essere valutata concretamente.
Le piccole imprese possono essere coinvolte?
Sì. Le problematiche connesse alla crisi possono riguardare imprese di qualsiasi dimensione.
Quando è opportuno approfondire la propria posizione?
Quando emergono segnali di difficoltà economica persistente o di tensione finanziaria.
Continuare a finanziarsi può peggiorare la situazione?
In alcuni casi sì, soprattutto quando il nuovo credito viene utilizzato esclusivamente per sostenere una crisi ormai strutturale.
Crisi d’impresa, sovraindebitamento e responsabilità penale
Le situazioni di difficoltà economica richiedono spesso un approccio che tenga conto sia degli aspetti patrimoniali sia dei possibili profili di responsabilità.
Presso lo Studio l’Avv. Sarah Berducci è specializzata nelle procedure di sovraindebitamento e negli strumenti previsti dal Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, maturando esperienza anche quale Gestore della Crisi.
L’Avv. Silvia Lucarelli è specializzato nel diritto penale e si occupa della valutazione delle eventuali implicazioni che possono emergere nelle situazioni caratterizzate da crisi economica e gestione dei debiti.
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Le informazioni contenute nel presente articolo hanno finalità esclusivamente informative e divulgative e non costituiscono consulenza legale. Ogni situazione presenta caratteristiche specifiche che richiedono una valutazione professionale basata sulla documentazione e sulle circostanze concrete del singolo caso.
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