L’ex numero uno della Bce Mario Draghi traccia la rotta all’Europa su come avere un’intelligenza artificiale propria e senza oligarchi. «A meno che l’Europa non controlli una parte della catena del valore, la crescita attraverso l’AI e la sovranità si scontreranno», scrive il banchiere in una lunga lettera pubblicata dal Financial Times.
«L’Europa si trova di fronte a una serie di scelte difficili. Ha bisogno di crescere per poter continuare a finanziare il proprio modello sociale e le nuove esigenze di un mondo in trasformazione, dalla difesa all’energia. Vuole rimanere sovrana per poter regolamentare la propria economia secondo i propri valori. E desidera una crescita senza i costi, in termini di disuguaglianza economica e danni ambientali, che l’hanno accompagnata altrove», spiega Draghi. «L’intelligenza artificiale incide contemporaneamente su tutti e tre questi aspetti».
Il divario di produttività
L’accento della lettera è stato posto sulle differenze di produttività tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Secondo una stima, il divario tra l’area euro e gli Stati Uniti si è ampliato da 9 dollari all’ora nel 2018 a 21 dollari nel 2025.
Per poter cambiare rotta sono indicate diverse strade: la prima è quella di eliminare le barriere all’ingresso nel mercato interno. Ma soprattutto, secondo Draghi, serve adottare su larga scala l’intelligenza artificiale. Secondo gli scenari della Bce, una rapida adozione dell’AI aggiungerebbe dallo 0,3 allo 0,4 punti percentuali all’anno alla crescita della produttività totale dei fattori.
«La tecnologia è destinata a diventare completamente pervasiva: nell’economia, nei sistemi sanitari, nell’istruzione, nell’energia, nella difesa, solo per citare alcuni settori. Non si tratta di una dipendenza ordinaria», scrive l’ex presidente del Consiglio. «Essere tagliati fuori dall’AI, una volta che l’economia si basa su di essa, sarebbe come essere tagliati fuori dal sistema finanziario statunitense. Gli effetti sarebbero catastrofici».
Il problema della sovranità
L’Europa però è schiacciata tra le due superpotenze, Cina e Stati Uniti, e senza il controllo su una parte della catena del valore, la crescita attraverso l’AI e la sovranità europea si scontreranno. Draghi sostiene che ci sia ancora una potenziale zona di sovranità per il Vecchio continente, anche se la via è impervia e molto stretta: «I dati rappresentano l’unico ambito in cui l’Europa può ancora essere sovrana, ed è anche quello con il maggiore potenziale di crescita», scrive sul FT. «L’Europa deve avere il controllo sulla loro archiviazione ed elaborazione. Ciò significa che sono necessari data center per l’intelligenza artificiale su larga scala».
Ed è su questo punto che si forma un collo di bottiglia difficile da passare: l’Ue ospita meno del 5% della capacità di calcolo mondiale per l’AI, contro il 75% degli Stati Uniti. E man mano che la sovranità assumerà maggiore importanza, questa carenza di capacità interna inizierà a farsi sentire: «Se questa lacuna non verrà colmata, si presenteranno due rischi», avverte Draghi. «O le aziende europee non adotteranno l’AI perché non potranno conservare i propri dati sul continente. Oppure i costi di calcolo rimarranno elevati, rallentando l’adozione su larga scala per le attività a basso valore aggiunto».
L’uso dei data center
Secondo il banchiere, i problemi relativi ai data center – come la sostenibilità ambientale e l’impatto sulle comunità locali -, possono essere risolti. Ad esempio imponendo l’uso di energia pulita e richiedere di contribuire in modo equo ai costi di rete, condividendo i benefici con i cittadini. Uno scoglio ulteriore sono i tempi di costruzione: un centro server in America viene costruito in 24 mesi, mentre in Germania in 42 a causa dei tempi più lunghi per i permessi e per gli allacciamenti alla rete.
Ma l’ostacolo principale per l’Europa è la frammentazione della domanda. «I data center richiedono ingenti investimenti finanziari, che gli investitori sono disposti a effettuare solo a fronte di contratti di fornitura bancabili», scrive Draghi. «Negli Stati Uniti, questi investimenti sono forniti da hyperscaler e laboratori all’avanguardia. In Europa, la domanda è distribuita tra milioni di aziende e persino le più grandi tendono ad acquistare risorse di calcolo con cadenza annuale, a causa dell’incertezza sulla velocità di adozione dell’intelligenza artificiale». La soluzione sarebbe la creazione di un bacino di acquirenti di grandi dimensioni e concentrati: «Ciò che serve è che le sue maggiori aziende raggruppino i loro impegni di medie dimensioni in contratti sufficientemente ampi da consentire agli investitori di fornire prestiti», ha aggiunto.
Il modello europeo anti-oligarca
Draghi nella sua lettera individua una possibile terza via europea: un gruppo di aziende europee, tra cui Asml, Capgemini e Amadeus, si è impegnato ad acquistare per anni le European Compute Units di Mistral, destinate a garantire 1 GW di capacità entro il 2030. «La sfida ora è quella di estendere questo modello con un maggior numero di neocloud e consorzi più ampi, ciascuno dei quali si impegni ad acquistare per anni capacità standardizzata». L’obiettivo è di creare un circolo virtuoso dove le aziende accelerano la transizione verso l’AI, fornendo la domanda che finanzia la capacità europea. In questo modo il Vecchio continente potrebbe mantenere i dati in infrastrutture sul suo territorio.
«La domanda aggregata da numerosi consorzi permette a un maggior numero di fornitori di entrare nel mercato, e la concorrenza tra di essi impedisce che i profitti si concentrino nelle mani di pochi. Una tassazione progressiva garantirebbe che anche il resto della società ne tragga beneficio», conclude Draghi. «In questo modo, l’Europa non dovrà scegliere tra crescita, sovranità e valori. Potrà avere l’AI senza oligarchi». (riproduzione riservata)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link


