Fuori concorso alla 83ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, nella sezione Venice Open – Film on Films, arriverà il 10 settembre ‘Twist & Shoot Mister Suzuki’, il nuovo documentario del regista francese Yves Montmayeur dedicato alla figura radicale e visionaria del regista giapponese Seijun Suzuki. Un omaggio anticonvenzionale che mescola finzione, materiali d’archivio e linguaggi artistici diversi, per restituire lo spirito irriverente di un maestro che ha influenzato generazioni di cineasti, da Tarantino a Wong Kar-wai. Montmayeur, già vincitore nel 2015 del premio Venezia Classici con ‘The 1000 Eyes of Dr Maddin’, torna alla Mostra con un’opera che sfida le regole del documentario e dialoga con la memoria di un autore “fuori limite”.
Avete incontrato e filmato Seijun Suzuki più di vent’anni fa. Tornando oggi a quelle immagini, che cosa avete ritrovato che vi ha spinto a costruire un film che fosse al tempo stesso omaggio, gioco e atto di sovversione?
“Ho incontrato Seijun Suzuki per la prima volta nel 2001, durante un festival cinematografico a Girona, in Spagna, dove ero stato invitato come membro della giuria. Per fortuna avevo portato con me la mia videocamera e ho potuto filmarlo. Era un’intervista improvvisata, nella hall del suo hotel. E, per un altro gioco della Provvidenza, sono riuscito a trovare uno spagnolo che parlava giapponese e un po’ d’inglese. La sala era vuota, senza luci, e dovetti prendere in prestito la lampada alogena della hall per inclinarla all’altezza di Suzuki. Ero imbarazzato e continuavo a scusarmi. Lui mi rispondeva ridendo: ‘Ma è esattamente così che ho realizzato i miei film!’. Così, 25 anni dopo, ho deciso di mantenere lo stesso approccio per realizzare questo documentario: mettere in scena le mie interviste e le mie scene fiction in funzione dei luoghi in cui mi trovavo. Sempre adattandomi alla situazione che dovevo affrontare. Negando le regole della logica narrativa e privilegiando una sorta di ‘scrittura automatica’, come facevano i Surrealisti, insieme a quella componente di ‘gioco’. È così che sono emerse le idee. E questo metodo lo devo a Seijun Suzuki”.
Il documentario mescola finzione e immagini d’archivio, scardinando le regole del genere. In che modo questa scelta formale riflette lo spirito irriverente e imprevedibile di Suzuki?
“Come Suzuki, mi piace instaurare una sorta di clima di confusione. Vorrei che lo spettatore, nel momento in cui guarda una sequenza, non sapesse più se si tratta di immagini di finzione o di realtà. Tutte queste immagini dialogano tra loro. La mia idea era rispettare le idee e le parole di Suzuki, ma non le false apparenze della cosiddetta realtà documentaria. Mi piace pensare che questo sarebbe piaciuto molto anche a Seijun Suzuki, che si divertiva a trasgredire tutte le regole della messa in scena”.
Suzuki è un cineasta che ha influenzato registi molto diversi tra loro, come Tarantino e Wong Kar-wai. Secondo lei, quale aspetto della sua estetica continua ancora oggi a risuonare nel cinema contemporaneo?
“Penso che, ancora prima di seguire le sue strade estetiche, sia proprio questa libertà nella realizzazione, questa negazione delle regole di base della regia, ad affascinare questi registi. Quando, in Chungking Express di Wong Kar-wai, il suo direttore della fotografia Christopher Doyle cambia improvvisamente la velocità di scorrimento della pellicola nel bel mezzo di una scena, arrivando persino a decidere di fermare la macchina da presa, si tratta di un atteggiamento davvero suzukiano.”
Nel film fate intervenire artisti provenienti dalla danza, dalla musica, dal manga e dalle arti visive. Perché era importante che il racconto su Suzuki passasse anche attraverso linguaggi che non sono cinematografici?
“In Giappone si parla di una ‘estetica Suzuki’. Che va oltre i confini del cinema. Viene utilizzata in tutti i campi artistici. Per così dire, li ha contaminati tutti. È questo, secondo me, ciò che rende Seijun Suzuki ancora oggi così moderno e vivo. Per questo ho voluto includere rappresentanti di altri ambiti artistici, come il manga e la musica”.
Suzuki ha sconvolto le convenzioni del thriller e del melodramma. Con questo film, lei sconvolge a sua volta quelle del documentario. Che cosa significa, per un regista, sfidare le regole senza perdere la coerenza narrativa?
“Ah ah. La ringrazio per aver notato questa intenzione registica. Non ho mai capito perché non si dovrebbe poter intervenire sulla narrazione del documentario, mentre nella finzione tutto è permesso. Registi come Werner Herzog, ma anche Chris Marker e Ulrich Seidl, hanno cercato a loro volta di ‘fictionalizzare’, in qualche modo, i loro film documentari. Nel caso, per esempio, del ritratto di un artista, ciò che conta è cercare di proiettare sullo schermo lo ‘spirito artistico’ dell’autore, rispettando naturalmente l’integrità della sua opera. E non cercare di filmare una tesi o di illustrare attraverso le immagini una biografia già scritta. Per me, realizzare un ritratto cinematografico è un’operazione quasi sciamanica: tutti i partecipanti al film, in qualche modo, evocano lo spirito di una persona che torna a vivere attraverso il film. Diventano tutti quella persona, a cominciare naturalmente da me. Poi bisogna liberarsi della personalità di quella persona prima di passare a un’altra. Altrimenti si rischia la schizofrenia (ride)”.
‘Twist & Shoot Mister Suzuki’ viene presentato fuori concorso nella sezione Film on Films. Che cosa significa per lei tornare a Venezia con un’opera che dialoga con la memoria di un autore così radicale? E che cosa distingue questo film dalle sue opere precedenti?
“Questo film su Seijun Suzuki si inserisce in realtà in una sorta di catalogo di registi ‘Fuori Limite’: eccentrici della pellicola, autori radicali che hanno spesso sfidato le regole del loro tempo e ai quali ho reso omaggio, come Michael Haneke, Takashi Miike, Takeshi Kitano e Christopher Doyle. Questo ritratto di Seijun Suzuki è il mio terzo documentario selezionato alla Biennale di Venezia, dopo i miei film su Guy Maddin e Guillermo del Toro. Non posso che rallegrarmi nel constatare che i selezionatori di Venezia siano i più sensibili a un cinema d’autore proveniente dal cinema di genere, ma anche a questo approccio ‘eretico’ al documentario. E non vale soltanto per il mio caso. Due anni fa anche il mio collega e amico Alexandre O. Philippe ha ottenuto un Leone d’Oro con il suo documentario su Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre). Impensabile in Francia. Forza Italia!”, conclude Montmayeur.
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