Come funziona l’onere della prova per le infezioni ospedaliere, quali documenti deve presentare la struttura e come tutelare i tuoi diritti.

Affrontare un intervento chirurgico, anche se considerato di routine, comporta sempre una dose di apprensione. Tuttavia, il vero incubo inizia quando, a operazione conclusa, insorge una complicazione inaspettata come una grave contaminazione batterica. In questi momenti il paziente si sente doppiamente vulnerabile: nel corpo, a causa della malattia, e nella posizione contrattuale verso la struttura sanitaria. Spesso gli ospedali cercano di difendersi sostenendo che ogni protocollo di igiene è stato rispettato e che la colpa sia da attribuire a fattori esterni o alla condotta del malato. Ma la legge italiana prevede regole molto precise per stabilire le responsabilità e proteggere chi subisce un danno durante il ricovero. Capire chi ha il compito di portare le prove in tribunale e quali sono i criteri per vincere una causa è il primo passo per ottenere giustizia. Di qui la domanda: in caso di infezione contratta in ospedale dopo un intervento, chi deve provare la colpa? Qui di seguito analizzeremo le norme che regolano la responsabilità medica e il percorso che il danneggiato deve intraprendere per dimostrare che il batterio è stato contratto proprio tra le mura della corsia.

Che tipo di responsabilità ha l’ospedale verso il paziente?

Quando un cittadino entra in una struttura sanitaria per un ricovero o un’operazione, si attiva automaticamente un legame che la legge definisce di natura contrattuale (L. 24/2017). Questo significa che l’ospedale non si impegna solo a eseguire l’intervento chirurgico, ma assume anche una serie di obblighi accessori molto importanti. Tra questi spicca l’obbligo di protezione, che impone alla struttura di garantire un ambiente sicuro e sterile, minimizzando il rischio che il paziente contragga malattie diverse da quella per cui è in cura (Tribunale di Roma, Sentenza n.10478 del 19 giugno 2024).

La normativa attuale stabilisce che la struttura sanitaria risponde dell’operato dei suoi medici e di tutto il personale secondo le regole che valgono per i contratti (art. 7 L. 24/2017). Di conseguenza, se durante il soggiorno in reparto qualcosa non funziona correttamente, come nel caso di una infezione nosocomiale, l’ospedale deve rispondere del danno causato (art. 1218 cod. civ.). Questa responsabilità riguarda sia le strutture pubbliche che quelle private e copre ogni aspetto dell’organizzazione, dalla pulizia delle stanze alla manutenzione degli impianti di aerazione (art. 1228 cod. civ.). Il paziente quindi non deve provare che un singolo medico è stato distratto, ma che l’intera organizzazione ospedaliera non ha saputo proteggerlo dal batterio.

Cosa deve dimostrare il paziente per avere il risarcimento?

In una causa per risarcimento danni da infezione, la posizione del paziente è agevolata rispetto a quella della struttura. Il cittadino non ha il compito di dimostrare esattamente come il batterio sia entrato nel suo corpo o quale infermiere abbia dimenticato di lavarsi le mani. Il suo onere probatorio è più leggero e si concentra su tre elementi fondamentali che devono essere chiari e documentati (Tribunale di Benevento, Sentenza n. 2025/2022):

  • l’esistenza di un rapporto con la struttura, che si prova semplicemente esibendo la cartella clinica o i documenti di accettazione del ricovero;

  • l’insorgenza della nuova patologia, ovvero l’accertamento medico che attesta la presenza dell’infezione batterica dopo l’ingresso in ospedale;

  • il nesso di causalità, cioè la dimostrazione che l’infezione è una conseguenza del ricovero o dell’operazione subita (Cass. Civ., n. 16892/2019).

Un esempio pratico aiuta a capire meglio. Se un uomo entra in ospedale per una semplice operazione al ginocchio ed esce con una febbre altissima causata da un batterio resistente, deve solo provare che prima dell’intervento quel batterio non era presente nel suo organismo. La giurisprudenza riconosce che il paziente è la parte debole del rapporto e non possiede le competenze tecniche per analizzare i protocolli di sterilizzazione della sala operatoria. Pertanto, una volta dimostrato che l’infezione è comparsa durante o subito dopo la degenza, la palla passa all’ospedale, che dovrà faticare molto di più per scagionarsi (Tribunale di Piacenza, Sentenza n.96 del 3 Marzo 2025).

Come si prova che il batterio è stato preso in corsia?

Dimostrare il collegamento tra l’ospedale e l’infezione potrebbe sembrare difficile, ma i giudici utilizzano dei criteri logici molto efficaci chiamati presunzioni. Non serve una certezza assoluta, ma basta che la versione del paziente sia più credibile di quella della struttura (Cass. Civ., n. 16900/2023). Per stabilire se il contagio è avvenuto in corsia, si analizzano tre fattori principali:

  • il criterio temporale: l’infezione deve manifestarsi dopo un tempo minimo dall’inizio del ricovero, compatibile con il periodo in cui il batterio si sviluppa e diventa visibile;

  • il criterio topografico: il problema deve sorgere proprio nella zona del corpo che è stata trattata dai medici, come la ferita chirurgica o il punto in cui è stato inserito un catetere;

  • il criterio clinico: le analisi di laboratorio devono isolare un batterio che è tipicamente presente negli ambienti ospedalieri e che difficilmente si trova altrove.

Se questi tre elementi sono presenti contemporaneamente, il giudice considererà provato che l’infezione è di origine ospedaliera. Se ad esempio un paziente viene operato il lunedì e il mercoledì la ferita presenta un’infezione da stafilococco aureo, un batterio che ama gli ambienti clinici, il nesso causale è evidente. In queste situazioni, la difesa dell’ospedale basata sulla casualità o sulla sfortuna non ha alcun valore legale, poiché la struttura ha il dovere di prevenire esattamente questo tipo di rischi (Cass. Civ., n. 16900/2023).

Quali prove deve portare l’ospedale per non pagare i danni?

Una volta che il paziente ha dimostrato la presenza del batterio, l’ospedale non può restare in silenzio. Per evitare di pagare il risarcimento, la struttura deve fornire una prova estremamente rigorosa e documentata. Non basta dire che le sale erano pulite o che i medici sono esperti. La Cassazione ha stabilito un elenco lungo e dettagliato di documenti che l’ospedale deve mostrare per dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno (Cass. Civ., n. 16900/2023). La struttura deve infatti presentare:

  • le modalità precise con cui viene raccolta, lavata e disinfettata tutta la biancheria dei letti e delle sale;

  • la documentazione che attesta il corretto smaltimento dei rifiuti speciali e dei liquidi biologici;

  • le analisi periodiche sulla qualità dell’aria e sul funzionamento dei filtri degli impianti di condizionamento;

  • il registro delle attività di sorveglianza che monitora la presenza di batteri pericolosi nei reparti;

  • la prova del rispetto del rapporto numerico tra medici, infermieri e pazienti per garantire l’igiene;

  • l’orario effettivo in cui sono state svolte le pulizie e le manutenzioni prima dell’intervento.

Se l’ospedale non riesce a produrre tutti questi documenti, il giudice darà ragione al paziente. La mancanza anche di un solo registro di pulizia o di un controllo sui filtri dell’aria viene interpretata come una falla nell’organizzazione della sicurezza (Tribunale di Piacenza, Sentenza n.96 del 3 Marzo 2025). È una prova molto difficile da fornire perché richiede una gestione perfetta e maniacale della burocrazia sanitaria (Tribunale di Roma, Sentenza n.18680 del 19 dicembre 2023).

Si può dare la colpa alla scarsa igiene del malato?

Il tentativo di scaricare la responsabilità sul paziente, accusandolo di non essersi lavato bene o di aver toccato la ferita con le mani sporche, è una difesa classica ma raramente efficace. Per la legge, affinché il comportamento del malato possa esonerare l’ospedale, deve trattarsi di una causa esclusiva e straordinaria (Tribunale di Roma, Sentenza n.10478 del 19 giugno 2024). L’ospedale dovrebbe provare che il paziente ha compiuto un gesto talmente assurdo e imprevedibile da rendere inutile ogni protocollo di sicurezza della struttura.

In un ambiente protetto come quello ospedaliero, è compito del personale sanitario vigilare affinché il paziente rispetti le norme igieniche e protegga la ferita. Se un malato non è in grado di curarsi da solo, gli infermieri devono intervenire. Inoltre, è quasi impossibile dimostrare che un batterio resistente preso in sala operatoria sia stato portato dall’esterno dal paziente stesso. La giurisprudenza tende a considerare queste accuse come semplici tentativi di distogliere l’attenzione dalle mancanze della struttura (Tribunale di Benevento, Sentenza n. 2025/2022). La responsabilità resta dell’ospedale a meno che non si provi un evento eccezionale e del tutto fuori dal controllo della direzione sanitaria.

Quale grado di certezza serve per vincere la causa?

Un aspetto fondamentale che ogni paziente deve conoscere riguarda il grado di prova richiesto. A differenza dei processi penali, dove serve la certezza assoluta, nelle cause civili per risarcimento danni si usa un criterio più flessibile chiamato del più probabile che non (Sentenza n. 408/2019). Questo significa che il giudice non cerca la verità scientifica indiscutibile, ma valuta se è più probabile che l’infezione sia nata per una mancanza dell’ospedale piuttosto che per un caso fortuito.

Se dopo aver analizzato tutti i fatti emerge che c’è il 51% di probabilità che l’ospedale non abbia sterilizzato bene i ferri chirurgici, il paziente vince la causa (TAR Lazio n. 7925/2018). Questo principio della preponderanza dell’evidenza è un vantaggio enorme per chi subisce un danno, perché tiene conto della difficoltà oggettiva di ricostruire ogni singolo istante di un’operazione chirurgica. La legge riconosce che il rischio di un errore organizzativo deve pesare su chi gestisce l’attività e non sulla vittima che si è affidata alle cure dei professionisti.

Come agire concretamente se sospetti un’infezione ospedaliera?

Se ritieni di essere stato vittima di una cattiva gestione dell’igiene in ospedale, il primo passo è raccogliere ogni documento possibile. Chiedi immediatamente la copia integrale della cartella clinica, che deve includere anche i risultati degli esami colturali e le terapie antibiotiche somministrate. È importante verificare se nella cartella sono presenti annotazioni su febbri improvvise o arrossamenti della ferita. Questi dettagli sono le prove principali su cui si baserà il tuo avvocato e il medico legale.

Successivamente, è necessario inviare una lettera di messa in mora alla struttura sanitaria per interrompere i termini di prescrizione e avviare un tentativo di conciliazione. Molte controversie si risolvono prima di arrivare davanti a un giudice, poiché le assicurazioni degli ospedali sanno quanto sia difficile fornire la prova liberatoria richiesta dalla legge. Agire con determinazione e con il supporto di esperti permette di trasformare una brutta esperienza sanitaria in un giusto riconoscimento dei propri diritti e del danno subito durante il percorso di cura.




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 Angelo Greco

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