C’è un pezzo di welfare italiano che non ha sedi, non ha targhe all’ingresso, non compare nei bilanci degli enti pubblici e non finisce quasi mai nei titoli. Sta nelle cucine, nei corridoi stretti, accanto ai letti delle persone che non si alzano più da sole. È il lavoro domestico: circa 800mila persone regolarmente contrattualizzate, altrettante — o quasi — invisibili, e più di 900mila famiglie che ogni mese, senza uffici del personale e senza consulenti, fanno le veci di un datore di lavoro.
Il dato che dovrebbe accendere tutte le spie l’ha pubblicato l’Inps a giugno, aggiornando l’Osservatorio sui lavoratori domestici. Nel 2025 i lavoratori con almeno un contributo versato sono stati 804.464: meno 2,3% rispetto al 2024, quarto anno consecutivo in territorio negativo. Dal picco del 2021 il settore ha perso circa 173mila rapporti regolari. Non è un assestamento fisiologico. È una tendenza che dura da quattro anni, mentre la popolazione anziana cresce e il bisogno di assistenza aumenta. Un mercato che si contrae proprio quando la domanda esplode: se accade, è perché il problema non sta nella domanda, ma nelle condizioni a cui quella domanda può essere soddisfatta legalmente.

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER
La fotografia: chi tiene in piedi la cura in Italia
I numeri dell’Osservatorio raccontano un settore con un’identità precisa. Le donne sono l’88,7% del totale — 713.538 persone — contro 90.926 uomini: una composizione che è tornata ai livelli pre-pandemia. Un terzo dei lavoratori proviene dall’Europa dell’Est (269.098, il 33,5%), seguito dai cittadini italiani (250.368, il 31,1%), dal Sud America (9%) e dalle Filippine (7,5%).
Ma il dato più eloquente è quello che riguarda l’età, e va letto insieme al cambio di funzione del settore. Nel 2025 le badanti hanno superato le colf — 51,3% contro 48,7% — confermando un sorpasso avvenuto per la prima volta nel 2024: il lavoro domestico non è più prevalentemente servizio alla casa, è assistenza alla persona. E chi la fa sta invecchiando: la classe d’età più numerosa è quella tra i 55 e i 59 anni (18,8%), il 27,2% ha almeno 60 anni, mentre gli under 25 sono l’1,6%.
Tradotto: dentro dieci o quindici anni una quota consistente dell’attuale platea uscirà dal mercato, e non c’è alcun ricambio generazionale in vista. Stiamo affidando l’assistenza degli anziani a lavoratrici che stanno diventando anziane a loro volta, senza aver costruito nessuna filiera di ingresso, di formazione, di riconoscimento professionale capace di attrarre chi ha vent’anni oggi.
Perché quattro anni di segno meno
La spiegazione più comoda è che stiamo semplicemente smaltendo l’effetto delle regolarizzazioni del biennio 2020-2021 — l’emersione spontanea legata al lockdown e alla sanatoria del decreto Rilancio. È vero solo in parte, e proprio per questo dovrebbe preoccupare: quelle regolarizzazioni non hanno prodotto stabilità perché erano un’eccezione, non un sistema. Chi è emerso in emergenza è rientrato nell’ombra quando l’emergenza è finita e i conti sono tornati a farsi da soli.
Le cause strutturali, invece, sono altre quattro e si sommano
La prima è il costo. Il rinnovo del CCNL firmato il 28 ottobre 2025 e valido fino a ottobre 2028 ha previsto un aumento complessivo di 100 euro lordi sui minimi per i conviventi, distribuito in quattro tranche, più l’adeguamento annuale all’indice Istat e una nuova indennità per chi possiede la certificazione professionale UNI 11766. Sono aumenti giusti, dovuti, largamente insufficienti a rendere dignitosa una professione che è stata sottopagata per decenni. Ma vanno detti anche gli effetti: per una famiglia il costo può crescere fino a circa 83 euro al mese entro il 2028, e una badante di livello CS (assistente familiare per persona NON autosufficiente) assunta in convivenza per una persona non autosufficiente può superare i 17mila euro l’anno. A carico di un nucleo che vive di una pensione e magari di un’indennità di accompagnamento.
La seconda è che questo costo ricade su un soggetto che non è un’impresa. Le famiglie datrici non scaricano il costo del lavoro su un prezzo di vendita, non hanno un ufficio paghe, non hanno margini. Sono l’unico datore di lavoro del Paese che assume mentre è in mezzo a un’emergenza — una diagnosi, un ricovero, un genitore che smette di camminare — e deve farlo in due giorni.
La terza è demografica e amministrativa insieme: la platea invecchia, e i canali di ingresso regolare per il lavoro di cura restano stretti, lenti e non dedicati. Quando la via legale è più lunga del bisogno, il bisogno trova un’altra strada.
La quarta è il fisco. Ed è quella su cui, più delle altre, si potrebbe intervenire domani mattina.


Un fisco fermo da quindici anni
Oggi una famiglia che assume regolarmente può fare due cose. Dedurre dal reddito i contributi previdenziali versati all’INPS, ma solo per la quota a proprio carico e fino a un tetto di 1.549,37 euro annui. E, se assiste una persona non autosufficiente e ha un reddito complessivo non superiore a 40mila euro, detrarre il 19% delle spese per l’addetto all’assistenza su un tetto massimo di 2.100 euro: beneficio massimo, 399 euro.
399 euro. Su un costo che può superare i 17mila
Sono parametri fermi da oltre quindici anni, definiti in una stagione economica che non esiste più: il tetto della deduzione corrisponde in cifra tonda ai vecchi tre milioni di lire, quello della detrazione e la soglia dei 40mila euro non si muovono dalla fine degli anni Duemila. Nel frattempo, l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie, i minimi contrattuali sono cresciuti — nel 2023 di oltre nove punti percentuali per l’adeguamento Istat, e di nuovo con il rinnovo 2025 — e i contributi si rivalutano ogni anno. Un tentativo di raddoppiare la soglia deducibile da 1.500 a 3.000 euro era comparso nel dibattito sul Decreto Lavoro del 2023: non è mai arrivato in Gazzetta.
Il risultato è un’agevolazione che è diventata simbolica. E un’agevolazione simbolica, in un settore dove il differenziale tra regolare e irregolare vale migliaia di euro l’anno, non orienta nessun comportamento. Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori: è la ragione per cui la scelta di mettere in regola resta, per troppe famiglie, un atto di virtù e non una convenienza.
Il 48,8%: un rapporto su due
Qui arriviamo al numero che definisce il settore. Il tasso di irregolarità nel lavoro domestico è circa del 48,8%: quasi un rapporto su due si svolge in tutto o in parte fuori dalle regole. Se ai regolari si aggiunge il sommerso, le persone coinvolte superano i 3,3 milioni. Le stime sul lavoro non regolare parlano di oltre 615mila occupati irregolari nel comparto, che risulta così il nodo più grande del sommerso italiano per incidenza. La spesa complessiva delle famiglie per colf e badanti sfiora i 13,4 miliardi di euro.
Perché proprio qui? Non per una particolare propensione all’illegalità delle famiglie italiane. Perché in questo settore si sommano tutte le condizioni che rendono il nero possibile e conveniente.
Il luogo di lavoro è un domicilio privato, costituzionalmente protetto e sostanzialmente non ispezionabile: il controllo, che in altri comparti è un deterrente reale, qui è quasi inesistente. Il rapporto è personale, spesso affettivo, nato dalla fiducia e non da una selezione: il contratto viene percepito come una formalità estranea alla relazione, non come una tutela per entrambi. La prestazione è frammentata — poche ore, più datori, orari variabili — e questo genera la grande area delle “zone grigie”: rapporti formalmente aperti ma con un numero di ore dichiarate molto inferiore a quelle effettivamente svolte. Non è nero puro, ed è forse il fenomeno più diffuso e meno misurato.
A questo si aggiunge una convergenza di interessi apparenti: la famiglia risparmia contributi e adempimenti, la lavoratrice incassa più netto immediato e, se irregolare sul piano del soggiorno, non ha alternative. È una convenienza a brevissimo termine che scarica tutto il rischio sul futuro: nessuna copertura in caso di infortunio, nessuna malattia, nessuna maternità, nessun contributo, nessuna pensione, nessuna possibilità di regolarizzare la propria posizione. E sul lato del datore, una responsabilità civile e sanzionatoria piena nel momento in cui qualcosa va storto.
Che il fenomeno sia governabile lo dimostra la storia recente: nel 2004 l’irregolarità nelle famiglie datrici si avvicinava al 70%, per poi scendere fino al minimo del 2012, quando le regolarizzazioni ne avevano compresso l’incidenza. Il sommerso non è un destino. Si riduce quando esistono strumenti, e risale quando gli strumenti si spengono.
Cosa servirebbe, adesso:
Secondo le ultime stime l’emersione del sommerso potrebbe quasi raddoppiare il gettito del settore, portandolo intorno ai 2,5 miliardi. È il punto politico decisivo: sostenere le famiglie che assumono regolarmente non è una spesa assistenziale, è un investimento che si autofinanzia in buona parte. Da qui una direzione di lavoro in cinque punti.
Rendere reale la fiscalità di vantaggio. Portare il tetto della deduzione contributiva a un livello coerente con i costi attuali, alzare in modo significativo il tetto della detrazione per l’assistenza ed estenderla oltre il perimetro strettissimo di oggi. E, soprattutto, trasformarla in credito d’imposta fruibile anche dagli incapienti: chi ha redditi bassi — cioè esattamente chi ricorre più spesso al nero — oggi da una detrazione non ottiene nulla.
Le risorse che già oggi arrivano alle famiglie per la non autosufficienza possono diventare una leva di emersione se il loro utilizzo per un rapporto di lavoro regolare viene premiato. Premialità, non sanzione: nessuna famiglia va lasciata sola davanti a una scelta tra la regola e la cura.
Semplificare radicalmente gli adempimenti. Un datore di lavoro domestico non è un’impresa e non può essere trattato come tale. Servono procedure a passaggio unico, informazione tempestiva, e un presidio di prossimità: patronati, CAF ed enti bilaterali sono già l’infrastruttura che accompagna centinaia di migliaia di famiglie, e vanno riconosciuti come parte della soluzione.
Costruire una filiera professionale. Formazione, certificazione delle competenze, percorsi di qualificazione riconosciuti. sono l’unico modo per rendere questo lavoro attrattivo per una generazione che oggi non lo considera, e per spostare la contrattazione dal prezzo alla qualità. La qualificazione è anche la migliore alleata dell’emersione: nessuno investe in una formazione certificata per poi lavorare in nero.
Aprire canali di ingresso dedicati e tempi compatibili con il bisogno di cura. Perché finché la via legale sarà più lenta della malattia, la malattia vincerà.
Il lavoro domestico ha smesso da tempo di essere una questione privata. È l’ossatura di un sistema di long term care che l’Italia non ha mai costruito e che, di fatto, ha delegato alle famiglie e a 800mila lavoratrici — la metà delle quali senza contratto. Continuare a leggere il calo dei rapporti regolari come una notizia di nicchia significa non vedere che sotto quel meno 2,3% c’è la sostenibilità del welfare italiano dei prossimi vent’anni.
I dati ci sono, aggiornati e pubblici. Le leve sono note e in gran parte a costo contenuto. Manca la decisione di considerare la cura una politica industriale del Paese, e non un problema domestico da risolvere in silenzio.
Foto di Dulcey Lima su Unsplash
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Stefano Arduini
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