Cari lettori, state per leggere in queste righe una notizia che oggi è falsa ma in un prossimo futuro ha altissime probabilità di avverarsi: Essilux passerà dagli eredi Del Vecchio a una proprietà francese. Come facciamo a dirlo? Semplicissimamente: nessuno degli otto eredi Del Vecchio – miracolati patrimonialmente da un padre (e marito) geniale nell’aver sviluppato dalla remota provincia di Belluno un business leader mondiale, quello delle montature degli occhiali – ha la minima intenzione di fare ancora “da grande” l’imprenditore dell’occhialeria. E vien da dire: meno male, perché di fatto nessuno di essi ha oggi un ruolo importante né ha mai dato a vedere di ambirvi, tranne Leonardo Maria (fragorosamente dimessosi dall’azienda ieri in aperta contestazione della linea gestionale dell’a.d. Milleri, peraltro designato dal fondatore prima di morire).
Avete capito: non è una notizia, ma è una previsione logica. Molto logica. Imprenditori o si nasce, o si diventa per passione: non per lascito. In un testamento si può trasferire un bene patrimoniale, non una competenza e tantomeno una “vocazione”. La scienza economica applicata alle imprese familiari ha accertato quest’ovvietà. E ha riempito biblioteche di analisi sull’inesistenza degli automatismi dell’ereditarietà della scintilla imprenditoriale. Si può essere dei bravi, bravissimi azionisti dell’impresa che si è ereditata: ma allora è già passione, perché un investitore “eccellente” diversifica i suoi investimenti, e non li lascia concentrati in una sola azienda e in un solo business: se lo fa, anche senza gestire l’impresa, è comunque una specie di prova d’amore.
Per cui gli eredi Del Vecchio saranno assolutamente da comprendere, e paradossalmente da elogiare, se vorranno accentuare la diversificazione del loro portafoglio – che attraverso la cassaforte di famiglia Delfin contiene il 32,4% di EssilorLuxottica, il 17,5% di Mps, circa il 10% di Generali, il 2,7% di UniCredit e una partecipazione di riferimento nell’impresa immobiliare Covivio, e quindi ridurre o azzerare l’enorme impegno finanziario oggi riservato all’azienda “di famiglia”.
Ma questo significa che l’ultimo “campione mondiale industriale” dell’Italia manifatturiera è pronto per salpare verso altri lidi proprietari. Perché la componente francese non ha nulla – nulla! – a che vedere con una famiglia imprenditoriale, né in generale con una “classica” proprietà di natura capitalistica. Vediamo perché. Il primo socio francese di Essilux è un’associazione di dipendenti e pensionati del gruppo, Valoptec, che ha il 4,3% e conta oltre 20.000 aderenti in 63 Paesi. Un incrocio tra una fondazione e un fondo pensioni. Poi arriva l’État, lo Stato in persona: ossia la Caisse des Dépôts et Consignations, con il 2,41%, seguita da Bpifrance (banca pubblica) con circa l’1,5%. Sotto l’1% ma inamovibili ci sono colossi francesissimi come Crédit Agricole (proprietà cooperativa), Natixis, Bnp Paribas e Comgest. Pronti via, tutti insieme, questi soci francesi potrebbero già, volendo, palesarsi in assemblea con quasi il 15% del capitale.
È chiaro? A quel punto, quando vogliono, con uno starnuto, questi soggetti istituzionali e para-istituzionali mettono sul piatto una dozzina di miliardi e si prendono il controllo del gruppo: dal 12-13% al 31% (limite statutario della partecipazione di un singolo azionista o accordo fra azionisti nella società) il passo è breve e neanche troppo costoso, dopo il dimezzamento del valore di Borsa dell’azienda, causato anche dall’esplodere delle baruffe tra soci… E del resto, quale management preferirebbe discutere con 8 soggetti extra-imprenditoriali, persone fisiche ricchissime e distanti dall’azienda – chi dedito all’equitazione chi alle auto sportive – anziché con interlocutori finanziari, bancari e istituzionali forti e solvibili anche, alla bisogna, per mobilitare tutte le risorse necessarie per contrastare un’Opa del fondo singaporiano o cinese o emiratino di turno?
Morale: se considerassimo Essilux un bene “strategico” per l’Italia, faremmo meglio ad abituarci a pensare che – più presto che tardi – smetterà di essere italiano. Se vogliamo che resti tale, sarebbe necessario che la famiglia fosse affiancata, o meglio ancora rilevata, da qualche soggetto istituzionale nazionale capace di bilanciare il peso specifico sideralmente diverso dei soci francesi.
Ma la strategicità di un’azienda che produce occhiali è, senza offesa, tutta da dimostrare. Mentre la vera e durissima competizione internazionale si gioca ormai sul controllo degli asset indiscutibilemente strategici di un Paese: energia, telecomunicazioni, ferrovie, porti, aeroporti, acciaio. Se qualcosa funziona in Italia è perché non ha subito il fuggi-fuggi degli imprenditori nati tra le Due Guerre e negli Anni del Miracolo, che si sono squagliati e si stanno squagliando vendendo agli stranieri, quasi tutti. Funzionano le Poste, le Ferrovie, l’Eni, l’Enel, Terna, la Fincantieri, Leonardo… grandi aziende in massima parte ancorate alla matrice pubblica, è quel modello economico misto, pubblico-privato, che ha reso possibile l’ingresso del nostro Paese nella top ten del mondo.
Non possiamo e non dobbiamo rinazionalizzare l’industria italiana, non sarebbe una soluzione sostenibile, ma certi quadranti – i telefoni, con Poste su Tim, e domani l’acciaio – se li consideriamo strategici, e lo sono, è bene presidiarli con strumenti altrettanto strategici. E il discorso, diversamente da quel che gli apprendisti stregoni di Palazzo Chigi e Mef hanno consigliato a Meloni, doveva valere anche per il filotto Montepaschi-Generali.
P.S.: ma c’è un’altra piccola/grande notizia da rimarcare, per ricordarci che il capitalismo privato è importante, importantissimo, ma pieno di difetti. Una multinazionale del delivery, che non citiamo per restare garantisti e non incappare in querele intimidatorie, è stata beccata a frodare la legge su retribuzioni e condizioni di lavoro dei rider: li pagava con i nuovi minimi obbligatori, ma decurtava loro proditoriamente l’orario lavorato. Almeno, tale è l’accusa. Auguriamo agli anonimi inquisiti di dimostrare che l’accusa è falsa, ma crediamo che siano vere. Perché la gig economy è fondata sullo sfruttamento, senza sfruttare non gira, e per gli americani (ops! Ma allora l’anonimo sarà mica un gruppo americano?) un’impresa deve girare a qualsiasi costo, anche quello del peggior sfruttamento: meglio se in un transplant all’estero, e per certa gente l’Italia è una colonia…
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Sergio Luciano
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