Chi affoga nei debiti pensa di non avere scampo, ma la legge guarda al patrimonio reale del debitore, non alla cifra scritta sulle cartelle esattoriali.
Un pignoramento che bussa alla porta, l’ennesima cartella esattoriale nella cassetta della posta, il telefono che squilla e nessuno che risponde più: chi si trova sepolto sotto debiti che sembrano insormontabili tende a paralizzarsi, a rimandare, a sperare in un miracolo che non arriva mai. Molti si chiedono come uscire dai debiti con il codice della crisi? e la risposta sta in un principio riconosciuto a livello europeo, quello della “seconda opportunità”: chi ha accumulato debiti che non riesce più a pagare può, a certe condizioni, ripartire da zero, in modo legale e senza nascondersi.
Il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (CCII) ha trasformato questa possibilità in un sistema di strumenti concreti, diversi a seconda che si tratti di un privato, di un professionista o di un piccolo imprenditore.
Un caso emblematico che interessa chi ha debiti comuni
La ristrutturazione del debito dell’attore Massimo Ceccherini, omologata dal Tribunale di Firenze lo scorso 13 luglio dal giudice Cristian Soscia, mostra bene come funziona in pratica il principio della seconda opportunità. I conti di Ceccherini registravano un passivo di oltre 1,3 milioni di euro, dovuto per quasi il 90% a tasse e imposte non pagate. Attraverso gli strumenti previsti dal CCII, l’attore è riuscito a ristrutturare interamente la propria posizione finanziaria.
Il caso interessa chiunque abbia debiti fuori controllo perché il principio che lo regola non riguarda solo le imprese o i personaggi noti: vale per qualunque persona fisica o professionista schiacciato da un peso che non riesce più a sostenere.
Come si calcola quanto conviene offrire ai creditori?
Il parametro di riferimento non è quanto si deve, ma quanto si possiede realmente. La legge impone un confronto molto semplice: cosa otterrebbero i creditori se decidessero di pignorare e vendere all’asta tutto ciò che il debitore possiede? Se il patrimonio è nullo o quasi inesistente, la vendita forzata frutterebbe pochissimo. Di conseguenza, qualsiasi proposta che offra ai creditori anche solo un briciolo in più rispetto a quel poco che ricaverebbero dalla svendita dei beni diventa per loro la soluzione migliore e più conveniente.
Nel caso di Firenze, una vendita forzata avrebbe fruttato appena 25.000 euro: l’intervento di un terzo, che ha messo a disposizione 300.000 euro, ha convinto persino il Fisco ad accettare un pagamento parziale e a cancellare il resto del debito, perché l’alternativa per lo Stato sarebbe stata incassare quasi zero.
Quali tutele ha chi ha debiti solo privati o familiari?
Per chi ha accumulato debiti esclusivamente legati alla vita privata, familiare o domestica, il cosiddetto consumatore, la strada è particolarmente protetta. In questo caso la legge prevede che i creditori non abbiano nemmeno il diritto di voto sulla proposta di ristrutturazione. È il giudice che, valutando la serietà del piano e l’assenza di colpa grave, malafede o frode nell’origine della crisi, decide di omologare l’accordo, imponendolo anche ai creditori più ostinati.
Cosa può fare un professionista o un piccolo imprenditore?
Se invece i debiti derivano dall’attività di un professionista, di un artigiano o di una piccola impresa, lo strumento principale è il concordato minore. Qui l’obiettivo prioritario è tutelare e preservare il lavoro. Il Tribunale di Firenze ha stabilito un principio rilevante dal punto di vista pratico: l’attività professionale può continuare a esistere e a operare anche se i soldi per pagare i creditori non arrivano dal fatturato quotidiano, ma dall’aiuto esterno di un terzo, un parente o un socio. La legge preferisce che il professionista continui a lavorare e resti un soggetto attivo nella società, piuttosto che vederlo fallire.
Cosa succede se il Fisco o l’Inps si oppongono all’accordo?
Se in questo percorso il Fisco o l’Inps dovessero opporsi all’accordo rifiutando la proposta, il giudice ha il potere di scavalcare il loro veto attraverso il meccanismo del cram down, omologando comunque il piano se questo si dimostra più conveniente per lo Stato rispetto alla totale svendita dei beni del debitore.
Chi non ha nulla può comunque liberarsi dai debiti?
Non sempre chi si trova in difficoltà ha beni da vendere o una prospettiva di reddito futuro, né può contare sull’aiuto di un terzo. Anche per questi casi la legge non chiude la porta, prevedendo l’istituto dell’esdebitazione del debitore incapiente. Si tratta di una misura eccezionale, concedibile una sola volta nella vita, che permette a chi non ha assolutamente nulla da offrire di ottenere la liberazione totale e immediata di ogni debito, sulla base di un giudizio di meritevolezza da parte del tribunale. L’unico vincolo è un patto di solidarietà con la società: se nei tre anni successivi all’esdebitazione la situazione economica del debitore dovesse migliorare sensibilmente, permettendogli di pagare almeno il 10% dei vecchi debiti, sorgerà l’obbligo di versare quella quota.
Cosa prevede la liquidazione controllata?
Per tutti gli altri casi in cui non è possibile un accordo ma c’è un patrimonio residuo da liquidare, la liquidazione controllata garantisce comunque che, dopo tre anni dall’apertura della procedura, il debitore possa essere definitivamente liberato da ogni pendenza residua e tornare a respirare.
Chiudere la partita Iva aiuta a liberarsi dai debiti?
L’errore più comune è l’attesa passiva o il fai-da-te dettato dalla disperazione. Spesso si pensa che chiudere la propria partita Iva e cancellarsi dal Registro delle Imprese sia il modo migliore per lasciarsi i problemi alle spalle. Al contrario, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha chiarito che chi cancella la propria attività perde definitivamente la possibilità di accedere al concordato minore, precludendosi la strada per un accordo transattivo flessibile e dovendo rassegnarsi unicamente alla liquidazione ordinaria dei propri beni.
Rivolgersi tempestivamente a un Organismo di Composizione della Crisi (OCC) e farsi assistere da un difensore tecnico non significa arrendersi, ma riprendere in mano le redini della propria vita: la legge non vede più il debitore come un soggetto da punire, ma come una risorsa da recuperare e reinserire attivamente nel tessuto economico.
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Angelo Greco
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