Il divario economico non basta: conta se il coniuge ha rinunciato alla carriera per la famiglia. Ecco i nuovi criteri per il contributo.

Quando un matrimonio finisce, la questione economica diventa spesso il terreno di scontro più aspro. Per anni ha prevalso l’idea che il coniuge economicamente più debole avesse diritto a mantenere lo stesso stile di vita goduto durante le nozze, specialmente se l’altro partner disponeva di un patrimonio ingente. Tuttavia, la giurisprudenza ha radicalmente cambiato rotta, introducendo criteri più rigorosi e meritocratici. Non basta più mettere a confronto i due redditi e colmare la differenza. Oggi i giudici devono indagare sulle cause di quella disparità. Se la moglie non lavora, è perché si è sacrificata per la famiglia o per una sua libera scelta che non ha comportato rinunce? Spetta l’assegno di divorzio se l’ex moglie non ha mai lavorato? La risposta non è scontata e dipende dalla storia della coppia. Una recente ordinanza della Cassazione ha stabilito un principio fondamentale: la ricchezza di lui, anche se deriva dalla sua famiglia d’origine, non garantisce automaticamente una rendita alla ex moglie se questa non ha contribuito alla formazione di quel patrimonio o non ha sacrificato le proprie ambizioni professionali. Questo articolo spiega, attraverso un esempio pratico, come funziona oggi la regola per il riconoscimento dell’assegno, proteggendo sia chi ha dato tutto per la famiglia sia chi non deve essere penalizzato per la propria agiatezza pregressa.

Basta la differenza di reddito per avere l’assegno?

La semplice esistenza di un forte divario tra le situazioni reddituali e patrimoniali dei due ex coniugi non è condizione sufficiente per far scattare l’obbligo di versare l’assegno di divorzio.

Immaginiamo il caso di un marito molto facoltoso, che vive di rendita grazie a immobili di famiglia, e di una moglie che invece non ha un’occupazione. In passato, questa disparità economica avrebbe quasi automaticamente portato al riconoscimento di un contributo in favore della donna.

Oggi, però, la Cassazione ha chiarito che non si può riconoscere il diritto al contributo basandosi sul mero gap tra le ricchezze. Se la differenza economica tra le parti esisteva già prima delle nozze (perché, ad esempio, lui era ricco di famiglia) e la moglie non lavora per una sua scelta personale non dettata da esigenze familiari, la richiesta di assegno può essere respinta.

Nel caso specifico analizzato dai giudici, è stato accolto il ricorso dell’uomo che contestava un assegno di ben 9.000 euro, dimostrando che la moglie non lavorava per libera scelta e non per necessità, pur essendo anch’ella titolare di alcuni beni (Cassazione, ordinanza 452/20).

Qual è la vera funzione dell’assegno divorzile?

Per capire perché il solo divario economico non basta, bisogna comprendere a cosa serve l’assegno di divorzio secondo le nuove regole. Le Sezioni Unite hanno stabilito che l’assegno non serve più a garantire il tenore di vita matrimoniale (criterio ormai superato), ma ha una funzione compensativo-perequativa oltre che assistenziale (Cassazione, Sezioni Unite, sent. 18287/18; Cassazione, sent. 11504/17).

Cosa significa in parole semplici? Significa che l’assegno serve a “compensare” il coniuge più debole per i sacrifici fatti durante il matrimonio che hanno permesso all’altro di arricchirsi o che hanno impedito al richiedente di lavorare.

Il contributo scatta se la disparità economica al momento del divorzio è la conseguenza di scelte condivise nella conduzione familiare.

Un esempio classico è quello della moglie che rinuncia alle proprie aspettative professionali o alla carriera per dedicarsi interamente alla casa e ai figli, permettendo al marito di concentrarsi sul lavoro e aumentare il proprio reddito. In questo caso, l’assegno serve a riequilibrare i sacrifici fatti.

Cosa succede se non c’è stata rinuncia alla carriera?

Il punto centrale della questione riguarda il concetto di sacrificio professionale. Se il coniuge richiedente non ha mai lavorato, nemmeno prima del matrimonio, e questa condizione non è dovuta a una rinuncia per il bene della famiglia, il diritto all’assegno viene meno o si riduce drasticamente.

I giudici devono verificare se la signora ha dovuto rinunciare a incarichi professionali o a prospettive di carriera per assumere un ruolo trainante in casa. Se emerge che la donna non ha mai avuto un’occupazione per una sua libera scelta, e non perché costretta dalle esigenze familiari, viene a mancare il presupposto risarcitorio dell’assegno.

In pratica, se il “gap” economico era preesistente al matrimonio e la moglie non ha fatto nulla per ridurlo (cercando lavoro) né ha sacrificato occasioni lavorative concrete per la famiglia, non può pretendere che l’ex marito colmi questa differenza con i suoi soldi, specialmente se derivanti dal patrimonio della sua famiglia d’origine.

Come si valuta il contributo alla vita familiare?

La decisione di non lavorare, anche se concordata con il marito, deve essere pesata attentamente dal giudice. Non basta dire “abbiamo deciso insieme che io non lavorassi”. Bisogna dimostrare che questa scelta ha comportato un impegno concreto e gravoso nella gestione della famiglia, un impegno che ha sostituito il lavoro esterno e di cui ha beneficiato anche l’altro coniuge, sia sul piano personale che economico.

Se l’assegno venisse riconosciuto solo perché la ex non ha reddito, occupazione o esperienza, senza indagare sul reale apporto fornito al ménage, si commetterebbe un errore.

Nel caso in esame, il marito aveva anche dimostrato di aver fatto delle donazioni in favore della moglie e della figlia durante il matrimonio, riducendo di fatto lo squilibrio.

Il giudice, quindi, deve accertare se l’assenza di lavoro è stata controbilanciata da un’attività casalinga e di cura che ha valore economico. Se manca questo elemento, e manca la rinuncia alla carriera, la richiesta di mantenimento perde fondamento.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Angelo Greco

Source link

Di