Dal balcone, lo skyline di Milano. Lampi rossi dalla Torre A dell’Unicredit segnalano l’ostacolo ai velivoli in perenne decollo e atterraggio. Finestre accese. Troppe, alle tre del mattino. Uffici deserti, invasi di luce azzurrina. Apre le ante, chi non riesce a prendere sonno e passa dal letto al divano, alla doccia e poi ancora al divano, combattendo l’afa, mai stata così soffocante. Non posso credere che fra le pareti in stucco veneziano color burro, dietro quei vetri perennemente accostati, seminascosti dalle foglie del leccio interrato sul balcone, ci sia un’insonne che vaga – come me – da una stanza all’altra, la maglietta incollata alla pelle, la pelle che aderisce al rivestimento del divano. No, non può aggirarsi in cerca di refrigerio davanti a un ventilatore. Riflette sui massimi sistemi, quella, in una stanza perfettamente climatizzata: se ce ne sono, ecco i vantaggi della verticalizzazione di cinque ettari di bosco e della gentrificazione del quartiere Isola. È venerdì, 14 agosto 2026; è l’alba, fra poco. L’aria è torrida come nei pomeriggi d’estate di qualche anno fa. Però è ancora notte, sono in casa, e vorrei finalmente riuscire a dormire. È l’estate più calda di sempre; un’estate che, in Italia, potrebbe veder aumentare i decessi fino al 20% rispetto all’anno scorso. 15 milioni di climatizzatori accesi in Italia – a Milano circa 500 mila apparecchi – rilasciano ulteriore calore, innescando una spirale perversa che produce temperature sempre più elevate.
Il caldo, Milano e profezie non troppo lontane
“Dear citizens”, avverte una voce registrata diffusa per le strade della metropoli. “The sun is about to rise”. Ripenso al film Don’t let the sun, di Jacqueline Zünd, presentato lo scorso anno al festival di Locarno e nelle sale milanesi pochi mesi fa: nella prima inquadratura la linea dei grattacieli si staglia su un cielo slavato. All’orizzonte, sorge un sole visibilmente cocente. In un futuro non meglio specificato, in una città non identificabile, multietnica – benché si possano riconoscere zone periferiche di Milano, di Genova, di San Paolo del Brasile fondersi magistralmente l’una con l’altra, senza che si avverta la minima interruzione di continuità – la temperatura ha raggiunto i 49°. I pochi abitanti, quelli che ancora non sono migrati in zone temporaneamente più miti, sono costretti a uscire di casa e lavorare di notte, quando le temperature permettono, a fatica, di vivere all’aperto. Nei negozi, negli uffici, nelle scuole attività e interazioni sono svolte al rallentatore. Ci si parla poco; si vive per lo più in solitudine, condividendo lo stretto necessario. “Cari cittadini, il sole sta per sorgere”. Appena fa giorno, si torna a vivere segregati in casa, a proteggersi come si può dai raggi del sole. Qui a Milano, come nel film, cerco soluzioni estemporanee per sopravvivere alla nottata. Chiudo gli occhi, e una salvietta gelata sulla fronte porta la frescura dell’alta montagna. Niente da fare, il sollievo dura un istante: dal freezer al divano, la platessa surgelata – è questo che sembra – si è trasmutata in uno straccio tiepido. L’aria è ferma. Le foglie immobili dei pochi alberi cresciuti a stento, le radici inscatolate in un blocchetto di terra schiacciato nell’asfalto, dimostrano a prima vista l’incapacità di svolgere la benché minima opera di mitigazione climatica. In società, si parla del caldo: in ufficio, in biblioteca, al supermercato – luoghi freschi e perciò fortemente ambìti – il meteo è il primo argomento di conversazione. Dal portiere, alla magistrata. Quando avrà termine, finalmente, l’ennesima ondata?
Anche i rapporti umani si sciolgono al sole
“Sai, quando avevo la tua età, a tutti piaceva il sole”. Confessa Jonah alla piccola Nika in una scena del film. Le confidenze sono rare, i rapporti sporadici e cauti, regnano l’indifferenza e il sospetto: la difficoltà climatica crea lontananza fra le persone, raffredda i rapporti. Fra Jonah e Nika, però, sembra nascere un legame singolare che il finale aperto lascia intuire, insieme alla speranza per un futuro possibile. Visionaria, la prospettiva della regista svizzero-tedesca offre uno spaccato poetico ma in fondo realista, tutt’altro che scandalistico, della situazione che quest’estate cominciamo a sperimentare in prima persona: nel film, si vive un’esistenza rallentata e sbiadita, accettata passivamente nello sfilacciarsi dei rapporti umani, nel crescere progressivo della diffidenza.
Combattere il caldo delle città con l’urbanistica e con l’arte
Le ondate di calore rendono le città invivibili: non sono progettate, le nostre metropoli, per offrire qualità di vita a chi le abita. Gli edifici, l’asfalto, le pareti vetrate accumulano calore durante il giorno per rilasciarlo la sera, vanificando così il refrigerio notturno. Vanno ripensati, i grandi centri abitati, sulla base di nuove necessità: ci vogliono prati e alberi, zone ombrose dove trovare ristoro e nuove occasioni di relazione. È necessario liberarsi dei lastricati ininterrotti di pietra, dell’asfalto che sigilla il suolo, oltre a renderlo simile a un braciere acceso sotto i nostri piedi. Penso alla nuova veste di piazza Cordusio e mi convinco che i suoi progettisti vivano su Marte. Servono progetti sensati, idee per ricostruire, dobbiamo ricrearci un futuro in cui credere per evitare di perdere la speranza in un mondo da abitare davvero. Proprio come nel film.
Le sagome policrome fitomorfe dell’installazione Arcipelago Botanico di Agostino Iacurci disegnano ombre taglienti sul selciato del chiostro dell’ex Seminario Arcivescovile, figurine scure allungate come palme sulla sabbia riarsa del deserto. È tardo pomeriggio e, mentre cerco riparo dai raggi infuocati, la mia sagoma sul terreno si mimetizza in quella proiettata da una pianta dai fiori che così grandi e simmetrici non si sono mai visti, nata dalla creatività dell’artista. Spesso, oggi, l’arte ritrae una natura inventata, fantastica, tentando di imitare in qualche modo la perfezione di quel paradiso terrestre del quale proviamo nostalgia. Un luogo realmente esistito, di cui scorgiamo ancora le tracce ma che, nella realtà, non gode affatto di buona salute.
Carla A. Bordini Bellandi
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Carla A. Bordini Bellandi
Source link


