Quattro storie arrivano da Trapani, una da Messina. Cinque persone tra i 30 e i 38 anni raccontano perché sono rimaste, perché sono partite, perché sono tornate e perché, a volte, tornare non è ancora possibile.
A Trapani, e più in generale in Sicilia, partire significa fare i conti con il lavoro, con le opportunità, con la famiglia che resta a casa. E con i nonni che invecchiano mentre tu sei dall’altra parte d’Italia, del mondo.
Cinque storie diverse, cinque modi di guardare alla stessa terra. C’è chi non ha mai sentito il bisogno di andarsene, chi è partito per capire cosa ci fosse oltre e poi è tornato, chi ha scelto di rientrare per provare a dare qualcosa alla propria città e chi, invece, è ancora fuori ma non ha smesso di pensare a casa.
Restare, e stare bene
Per Corrado, insegnante di strumento, restare non è mai stato un ripiego. «L’amore per la mia città e la presenza della mia famiglia sono stati i motivi principali della mia scelta», racconta.
A questo si aggiunge un lavoro che gli permette di vivere bene a Trapani e di conciliare la vita professionale con quella personale.
Non è poco. In una città dove spesso si parla soprattutto di ciò che manca, Corrado racconta anche quello che c’è: «La tranquillità di una piccola città, dove non serve molto per vivere bene e in serenità».
E poi c’è il mare, «una presenza importante» nella sua vita.
Se oggi potesse scegliere di nuovo, non cambierebbe strada. «Sono molto soddisfatto della mia vita. Mi sento bene qui e, sinceramente, penso di non avere bisogno di altro».
Restare, in questo caso, non significa accontentarsi. Significa sapere cosa si vuole e riconoscere di averlo già trovato.
Prima partire, poi tornare
Alberto, impiegato postale, appartiene invece a quelli che prima di tornare hanno avuto bisogno di andare via. Fin dai tempi del liceo Trapani gli stava stretta. A vent’anni parte per Londra, per «uscire dalla mia comfort zone». Poi arrivano Brescia, Milano e Bergamo.
Non è una fuga. È curiosità, voglia di misurarsi con qualcosa di diverso, di capire cosa ci fosse fuori dalla propria città. «Ho sempre amato viaggiare, e non smetterò mai di farlo», racconta.
Poi torna. E oggi guarda Trapani con occhi diversi.
«Avendo vissuto quasi tutta la mia vita in una città bagnata su tre lati dal mare, il senso di oppressione che genera la sua assenza, e che solo noi trapanesi conosciamo, non mi ha mai abbandonato».
Il mare, per chi è cresciuto qui, può diventare quasi una misura. Quando c’è lo dai per scontato. Quando non c’è, ti accorgi di quanto pesa.
Ma Alberto non racconta una Trapani perfetta. Della Lombardia gli mancano «soprattutto la quantità e, spesso, la qualità delle cose da fare e da vedere». A Trapani ha trovato però un altro equilibrio. Una città più economica gli permette di viaggiare e di continuare a fare ciò che ama.
E c’è quella lentezza, difficile da spiegare a chi non la conosce, che lui «tanto odio e tanto amo».
Dopo aver vissuto in città diverse, oggi pensa di aver trovato «il mio giusto equilibrio e il giusto compromesso». E se dovesse scegliere ancora? «Andrei a vivere da altre parti e ritornerei comunque a vivere qui».
Restare per provare a cambiare
Giuliana, professoressa di italiano, storia e geografia, aveva invece avuto davanti una strada diversa. Durante l’Erasmus in Portogallo avrebbe potuto rimanere e costruire lì il proprio percorso professionale.
Ha scelto di tornare.
Quando mi racconta questa scelta, la cosa che colpisce non sono soltanto le parole. È la determinazione con cui le pronuncia, l’amore per la propria terra che si legge negli occhi mentre spiega perché ha deciso di tornare.
La sua decisione nasce dalla convinzione che le competenze acquisite all’estero potessero diventare uno strumento per la propria città. Il ragionamento alla base della sua scelta è semplice. Se tutti se ne vanno, chi rimane a provare a cambiare le cose?
Oggi il suo posto è nella scuola. Ama il proprio lavoro e vuole trasmettere ai giovani anche l’idea che questa terra non sia destinata a perdere sempre i suoi ragazzi.
Non nasconde le difficoltà. Ma continua a sentire di essere nel posto giusto.
Per Giuliana restare è scegliere di mettersi in gioco proprio lì dove si è deciso di vivere.
Quando partire ha un prezzo
Poi c’è Cristiana, service management analyst, che oggi vive e lavora a Milano.
Anche per lei Trapani, a un certo punto, è diventata stretta. Ma non nel senso affettivo. Quello è rimasto. È il lavoro che l’ha spinta a guardare altrove, insieme alla voglia di mettersi alla prova e confrontarsi con realtà più grandi.
«Mi sono sempre ritenuta una persona ambiziosa e con la voglia di imparare sempre di più», racconta.
È partita dopo gli studi, lasciando affetti e abitudini. E ha costruito il proprio percorso.
Solo che vivere lontano ha un prezzo che non compare sul curriculum.
«Vedere i tuoi nonni sempre più anziani, i primi acciacchi dei tuoi genitori e sapere comunque di essere lontano. È la parte sicuramente peggiore».
Ci sono giorni in cui il lavoro va male, arriva la solitudine e per un momento si pensa di aver sbagliato tutto. «Vorresti solo tornare a casa tua, al tuo mare, la tua città, la tua famiglia». Poi passa. Ci si rimette insieme e si continua.
Cristiana considera questa fase «un vero e proprio investimento» su sé stessa. Ma, aggiunge, «purtroppo il prezzo da pagare a volte è più alto di quello che sembra».
Tornare a casa, ma quando?
Cristiana non ha però cancellato Trapani dai suoi progetti. Se un giorno avesse una famiglia, le piacerebbe crescere i propri figli qui, con le stesse abitudini con cui è cresciuta lei, con i pranzi dalla nonna e quei legami che oggi vive soprattutto a distanza.
Il problema è tornare domani.
«Tornare domani significherebbe annullare tutta la strada che ho fatto fino ad ora», spiega. A Trapani, secondo lei, «non ci sono margini di crescita imprenditoriale e aziendale» e «si investe troppo poco nel territorio».
È una contraddizione difficile da risolvere. Puoi amare un posto e, allo stesso tempo, non riuscire a costruirci la vita che vuoi.
Eppure Cristiana guarda a chi sta tornando. «Ho molti amici che hanno studiato al nord, che hanno vissuto in città grandi come Milano, Torino e che oggi stanno “tornando a casa”».
Tornano da professionisti, portandosi dietro esperienze e competenze maturate altrove. Ed è proprio questo che le fa sperare che, un domani, «magari possa esserci spazio anche per me qui».
Da Trapani a Messina, la stessa domanda
La storia di Leone, sviluppatore software e project manager a Messina, allarga il discorso. Perché quello tra partenza e ritorno non è un tema soltanto trapanese. È una questione che attraversa la Sicilia.
Anche Leone considera importante partire, uscire dalla propria zona di comfort, vivere da soli e confrontarsi con realtà diverse. «Esplorare il mondo in contesti diversi da quelli a cui siamo abituati ci forza ad aprirci a nuove prospettive».
Ma l’esperienza fuori non ha cancellato il legame con casa.
Quando è tornato, ha trovato nelle cose più concrete le ragioni della scelta: «Qui ho le mie radici e il frutto del lavoro di chi mi ha preceduto». E poi gli affetti, «a km 0», e un costo della vita più contenuto rispetto al Nord.
La distanza, infatti, non riguarda soltanto chi parte. Riguarda anche chi rimane.
Leone lo dice chiaramente: «Dividere la famiglia non è mai un bene». Se ci si sposta, sarebbe ideale farlo tutti insieme. Perché dall’altra parte restano genitori, nonni e nipoti. E la distanza la pagano anche loro.
A conti fatti, per Leone, a parità di guadagno, trasferirsi al Nord non avrebbe senso. Il lavoro gli permette già di viaggiare e confrontarsi con realtà diverse, senza dover rinunciare alla vita che ha scelto di costruire a Messina.
Cinque storie, cinque strade diverse
A sentirli parlare una cosa è chiara. Trapani e la Sicilia, sono il luogo al quale, in un modo o nell’altro, continuano a rapportarsi.
Per alcuni è casa. Per altri è una possibilità. Per altri ancora è una nostalgia che non basta, almeno oggi, a farli tornare.
Questa volta ho ascoltato le loro storie dalla parte opposta. Sono arrivata a Trapani da Roma e ho scelto di restare qui. Quelle parole mi sono rimaste addosso. Mi chiedo quanto debba esserci, in una terra, perché valga la pena sceglierla.
Restare. Tornare. E in una terra come questa significa anche chiedersi se qui ci sia ancora abbastanza futuro. E quel futuro, c’è.
Beatrice Progni
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