“Oggi la vita è in quattro quarti, e nel corso dei primi tre dobbiamo provvedere anche al quarto”. “La parola chiave è capire, ma veramente, ma profondamente, cosa comporta per milioni di italiani l’allungamento della vita, la conquista della longevità. E noi operatori del risparmio abbiamo il dovere di renderlo vivido. È una missione da compiere. Ne siamo responsabili”. “L’altra parola chiave è Tfr: può essere la leva con cui costruirsi un futuro longevo e sereno”: appassionato come sempre, diretto ma eloquente, emozionato ma determinato, ecco ancora lui, Stefano Volpato, che sul biglietto da visita ha scritto “direttore commerciale” di Banca Mediolanum ma che in realtà è qualcosa di diverso e di più. È considerato il vero interprete, con la benedizione e il confronto costante con il capo del gruppo Massimo Doris, della visione del mondo sulla quale il fondatore Ennio ha lanciato quest’azienda che in trent’anni, dal giorno della quotazione (3 giugno 1996) ad oggi è passata dai 900 milioni di euro della capitalizzazione d’esordio, a 16,5 miliardi di euro di capitalizzazione, con 6,7 miliardi di euro distribuiti ai soci. Una crescita di valore di 26 volte.
“Oggi questo nostro passato di successo e di crescita continua – dice Volpato, in questa conversazione con Economy sul valore e le esigenze della longevità attiva, (e delle scelte da compiere per “prenotarsela”) – ci sta accompagnando in una fase nuova, avvincente ma molto impegnativa. Noi da tempo stiamo definendo la nostra epoca come quella della crisi demografica, della diffusa longevità, dei cambiamenti sociali all’interno di una rivoluzione tecnologica con modelli organizzativi da ridefinire. Dunque il punto cruciale per noi è capire e far capire le implicazioni di questo contesto per milioni di noi, per milioni di italiani”.
Parla con la passione di sempre, Volpato, con l’urgenza di chi ha già fatto questo ragionamento decine di volte e teme, dice lui stesso, “l’incubo di essere ripetitivo” – ma proprio per questo studia continuamente dati e analisi, matematici ma anche umanistici. Cambia prospettiva, cerca ogni volta un’immagine nuova per raccontare la stessa verità scomoda. E la conversazione comincia da un numero, anzi da una griglia di numeri, la stessa che presenterà il giorno dopo ai suoi collaboratori riuniti in Sicilia: ha clusterizzato gli italiani per ricchezza pro capite. Dodici milioni hanno meno di 20 mila euro. Venti milioni ne hanno fra 20 e 100 mila. Diciassette milioni fra 100 e 300 mila. Quindi quarantanove milioni di italiani, la stragrande maggioranza del Paese, si colloca sotto i 300 mila euro di patrimonio. Poi abbiamo sette milioni che oscillano fra i 300 e 700 mila euro, tre milioni fra i 700 mila e i 2 milioni, mezzo milione oltre i 2 milioni. “È evidente che i temi di cui parlavamo prima, attorno alla transizione demografica in atto, se li coniughi con questa clusterizzazione, assumono un peso enorme”, dice, e si sente che non è retorica: è l’ansia di chi maneggia ogni giorno i destini finanziari di famiglie che non hanno idea di quanto tempo dovranno finanziare.
Da qui l’immagine che gli sta più a cuore, quella dei “quattro quarti” della vita. Un tempo si parlava di “terza età” come dell’ultima stagione; oggi, ci troviamo di fronte a quattro fasi di vita da 25 anni ciascuna. A 75 anni – un’età che un tempo segnava quasi la fine – si apre un quarto capitolo intero, da costruire con cura. “Non sto parlando di me e di te”, precisa subito, quasi a prevenire lo scaramantico “speriamo” che viene naturale rispondere: “Non è che speriamo, amici miei. È così nella media”. E sì: la media, ripete, si è spostata, e di molto.
Il cuore del suo ragionamento, però, non è statistico ma psicologico, ed è qui che la voce si scalda davvero. “Il nostro cervello fatica a massimizzare il benessere fra 30 anni. Si è evoluto per aumentare le probabilità di sopravvivere nel presente. Per il cervello una ricompensa immediata vale molto di più di una ricompensa futura”. È anche per questo, dice, che si continua a mangiare junk food, a fumare, a rimandare le analisi cliniche… non per ignoranza, ma perché il problema futuro, per il cervello, “è qualcosa di astratto. Non esiste proprio”. La conseguenza per chi deve affiancare le persone nella pianificazione di un loro futuro sostenibile, anche dal punto di vista economico, diventa un compito quasi pedagogico: “Dobbiamo avere la capacità di far vivere il futuro in un modo molto più vivido. Se raggiungiamo questo passaggio, allora ci conquistiamo il diritto di guardare alle possibilità che già ci sono. Altrimenti scivolano via perché non abbiamo creato le condizioni per attualizzarle”.
Alcune scelte oggi attualissime sono peraltro di vecchia data: la riforma del Tfr, ad esempio. Le regole sono cambiate e per i neoassunti nel settore privato diventa automatica l’iscrizione alla previdenza complementare, più redditizia della vecchia formula della liquidazione aziendale. Quindi non è un problema di strumenti mancanti, insiste Volpato: “Il problema è comprendere quali sono le scelte giuste”. La riforma del Tfr, ricorda, è del 2007, diciannove anni fa: la possibilità di destinarlo alla previdenza complementare con deducibilità fiscale esiste da tempo, con un tetto che negli anni è salito da 2 milioni e mezzo di vecchie lire fino agli attuali 5.300 euro annui. “Ma questo vantaggio fu promosso poco e niente. E se facciamo le riforme, ma non le promuoviamo, assecondiamo quella naturale propensione dell’essere umano a rimandare ciò che capiterà in futuro. Per riagguantare il futuro dobbiamo cambiare la narrativa, ora non c’è più da indugiare”.
La modalità del racconto, per Volpato, è determinante: “Quante volte capita, a cena con amici, che qualcuno racconta con entusiasmo un proprio investimento ben riuscito e a tutti viene voglia di dirgli “dai, come faccio a investire anch’io?”. Ma cosa suscita quel desiderio? Una narrativa importante, trasferita con grande entusiasmo”. È proprio questo trasporto, dice, che manca quando si parla di pensione e di risparmio, temi che vengono sempre esposti con toni da bollettino medico invece che come un’opportunità da abbracciare. E Volpato aggiunge un altro tassello, il più sorprendente della conversazione: “Si preferisce parlare di invecchiamento attivo, di eterna giovinezza, di performance, anziché di fragilità, di dipendenza, di perdita di autonomia, e insieme del bisogno di essere ancora guardati e riconosciuti. Sto studiando un concetto anglosassone che mi ha colpito, forse troppo duro per la nostra sensibilità: lo definiscono la “death education”, l’educazione alla morte: che non significa tanto prepararsi a morire, quanto imparare a stare accanto alla vita quando cambia forma. A me piacerebbe chiamarla, semmai, l’educazione al quarto quarto”.
Poi torna ai numeri, perché per Volpato l’emozione senza i conti resta solo un buon proposito, e i conti senza emozione restano lettera morta. La ricchezza finanziaria media di un italiano, dice, è di 120 mila euro. Un quarantenne con una RAL da 56.500 euro, che destina il proprio Tfr alla previdenza complementare per i 27 anni che lo separano dalla pensione, può accumulare un montante di 218.534 euro, grazie al rendimento ottenuto dai mercati. Se al Tfr aggiunge anche un contributo volontario, può generare altri 358.200 euro e raggiungere così un totale di 576.634 euro: più del doppio della ricchezza media di un connazionale. E qui arriva il paragone che più accalora Volpato, quello con l’America: dei dieci nuovi milionari creati l’anno scorso nel mondo, cinque sono americani, e buona parte di quella ricchezza nasce dal celebre “401k”, il piano pensionistico a contribuzione volontaria che con versamenti medi di circa 7.000 dollari l’anno sta creando, dice, “un sacco di nuovi ricchi”. “Noi siamo rimasti indietro e di molto”, dice Volpato, con l’amarezza di chi lo constata ogni giorno: “il combinato disposto di eccesso di investimento immobiliare, eccesso di liquidità ferma sui conti correnti, e quasi la totale assenza dal mercato azionario, ci allontanano dalla più straordinaria macchina capace di produrre ricchezza: l’economia reale”.
È un ragionamento che gli è già capitato di fare, e lo sa: “Voglio tornare al tema fondamentale, alla forza persuasiva della pubblicità progresso, della semina culturale e del capire. Purtroppo non è facile, per tante ragioni che conosciamo. Però bisogna insistere, pian piano si otterranno dei risultati. Quanto meno parziali”. L’ultima cosa che Stefano Volpato tiene a ribadire, prima di salutarci, è proprio quella che lo ha “illuminato di più” negli ultimi mesi di studio: la consapevolezza che il nostro cervello, semplicemente, non riesce a dare concretezza al futuro. “Se ti dico che il tuo futuro sarà in un certo modo, non smuovo gli animi. Ma se ti domando come ti immagini con i tuoi nipoti quando avrai 85 anni, forse ti aiuto a vederlo davvero”. Abbiamo sviluppato una tendenza naturale, ammette, “a sottostimare i rischi, i problemi, perché lontani, procrastinando il necessario per prevenire al meglio”. Ed è esattamente lì, in quella tendenza, che si gioca tutta la partita del quarto quarto.
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Sergio Luciano
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