Secondo l’ultimo studio Adusbef, i costi medi di gestione sono aumentati del 23% in 10 anni e adesso superano i 100 euro all’anno. Ecco i rimedi se si scopre di pagare troppo.
Tenere i soldi in banca costa sempre di più: secondo quanto emerge dall’ultimo studio di Adusbef, l’associazione di difesa dei consumatori, negli ultimi dieci anni la spesa per la gestione di un conto corrente è aumentata del 23%, passando da una media di 82,2 euro a 101,1 euro l’anno. A pesare soprattutto sono le commissioni legate alle singole operazioni: bonifici, pagamenti, prelievi e altre disposizioni.
L’analisi di Adusbef, realizzata sulla base degli ultimi dati della Banca d’Italia, fotografa non solo l’aumento dei costi bancari ma anche la crescita delle somme lasciate dalle famiglie sui conti correnti. Qui l’importo dei depositi cresce: la liquidità complessivamente giacente misura a ben 1.163 miliardi di euro (+28,3% nominale rispetto ai 906 miliardi del 2016), ma l’inflazione ne erode il valore. Infatti al netto dell’inflazione (che è stata del +23,6% nel decennio), la crescita reale del potere d’acquisto di questi risparmi delle famiglie italiane si riduce a un modesto +4,7%.
Ma, visto questo preoccupante fenomeno del caro conti, cosa si può fare concretamente per risparmiare? Di seguito vedremo anche i rimedi a disposizione di chi scopre di pagare troppo.
Quanto è aumentato il costo dei conti correnti
Secondo i dati riportati da Adusbef, nell’arco di dieci anni la spesa media è salita di 18,9 euro, da 82,2 a 101,1 euro, con un incremento del 23%.
Non tutte le voci, però, sono aumentate allo stesso modo. Le spese variabili, ossia quelle legate all’utilizzo concreto del conto – come bonifici, pagamenti e prelievi – sono cresciute del 34,2%, passando in media da 26,6 a 35,7 euro. E c’è stata un’impennata delle spese per disposizioni, salite del 62,6% in dieci anni.
Le spese fisse, tra cui canoni annui di tenuta conto e costi delle carte di credito e di debito collegate, invece hanno registrato un aumento più contenuto, pari al 17,6%, passando da 55,6 a 65,4 euro.
Complessivamente, questi rincari hanno portato a superare la barriera dei 100 euro (precisamente, 101,1 euro) di costi medi annui per avere attivo un conto corrente presso uno sportello bancario; ma per i conti online la spesa è molto più contenuta, solo 30,6 euro l’anno secondo le rilevazioni della Banca d’Italia 2025 basate sui dati del 2024.
Una differenza che dimostra quanto possa essere importante confrontare periodicamente il proprio conto con le offerte disponibili sul mercato.
Sempre più soldi fermi sui conti, ma non rendono
Parallelamente all’aumento dei costi, cresce anche la quantità di denaro che gli italiani conservano “parcheggiata” sui conti correnti.
Al 31 maggio 2026, secondo i dati riportati nello studio Adusbef, le famiglie consumatrici avevano depositato in banca complessivamente 1.163 miliardi di euro, escludendo le forme di liquidità remunerata o vincolata.
Dieci anni prima erano circa 906 miliardi: l’incremento nominale è quindi del 28,3%. Nello stesso periodo, tuttavia, l’inflazione cumulata è stata del 23,6%: al netto di questa componente la crescita della ricchezza depositata si riduce al 4,7% in un decennio, cioè mediamente meno di mezzo punto percentuale all’anno.
La distribuzione geografica di questa imponente ricchezza mostra profonde disuguaglianze:
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nelle Regioni, la Lombardia guida la classifica con quasi 239 miliardi di euro (pari al 20% del totale nazionale), seguita da Lazio (122 mld) e Veneto (105 mld). In fondo si trova la Valle d’Aosta con circa 2,8 miliardi;
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a livello di Province (valore pro-capite), Bolzano è la provincia con i depositi medi più alti (quasi 30.400 euro a residente), seguita da Milano (27.900 euro), Piacenza (26.800 euro), Sondrio (26.000 euro) e Belluno (25.650 euro). All’estremo opposto si colloca Crotone (9.679 euro), preceduta da Sassari (9.741 euro) e Nuoro (circa 10.600 euro).
Come sottolineato all’agenzia stampa Adnkronos dal presidente di Adusbef, Antonio Tanza, l’accumulo di liquidità non è necessariamente sinonimo di ricchezza diffusa, bensì «riflette la volontà delle famiglie di proteggersi in un contesto di persistente incertezza economica, spesso frutto della rinuncia ai consumi».
Come pagare meno il conto corrente: 5 consigli pratici
Di fronte a costi in crescita e rendimenti spesso nulli sui conti tradizionali, non si devono subire passivamente le condizioni applicate dalla propria banca. E non basta fermarsi alla superficie, perché non è detto che il conto pubblicizzato come “a canone zero” sia necessariamente quello meno costoso per tutti. Occorre, invece, verificare quanto costano le operazioni che ciascun cliente esegue più frequentemente, e fare attenzione alle commissioni applicate a ciascuna tipologia: bonifici, prelievi da ATM di altre banche, uso delle carte, addebiti periodici, comunicazioni cartacee anziché digitali, eventuali servizi aggiuntivi forniti dalla banca e che magari non vengono usati ma si pagano comunque.
Ecco le strategie più efficaci per contenere o azzerare le spese.
Verificare l’indicatore dei costi e il riepilogo spese
Per confrontare le diverse offerte disponibili sul mercato esiste l’ICC, Indicatore dei costi complessivi, un valore sintetico, espresso in euro, che fornisce una stima del costo annuo sulla base di diversi profili di utilizzo – giovani, famiglie e pensionati con differenti livelli di operatività – ed è riportato nella documentazione informativa che la banca deve mettere a disposizione del consumatore.
Controllare l’ISC permette di capire esattamente quanto si sta pagando e se il profilo tariffario assegnato (giovani, famiglie con bassa/media/alta operatività, pensionati) corrisponde ancora al proprio reale utilizzo.
Almeno una volta all’anno (o più spesso, se richiesto dal cliente) la banca deve inviare, in allegato all’estratto conto, il riepilogo delle spese sostenute. Anche questo documento riporta l’ICC. Con queste informazioni, diventa possibile confrontare il costo effettivo del proprio conto con quello teorico previsto per determinati profili di utilizzo.
Se risulta che la spesa effettiva di tenuta del tuo conto è molto superiore all’ICC hai un ottimo campanello d’allarme per valutare un cambio di conto.
Passare a un conto online o ibrido
Le banche digitali e i conti online delle banche tradizionali offrono spesso vantaggi tangibili in termini di risparmio, tra cui:
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canone annuo azzerato (ad es. accreditando sul conto lo stipendio o la pensione);
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bonifici SEPA ordinari e istantanei gratuiti (di recente i costi per le due tipologie sono stati parificati);
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carte di debito incluse, senza costi di emissione o gestione.
Sfruttare la portabilità bancaria (senza costi)
In base alla normativa vigente, cambiare banca è gratuito e semplice: basta richiedere la portabilità al nuovo istituto, che si occuperà di trasferire saldo, RID, addebiti diretti e stipendio entro un termine massimo di 12 giorni lavorativi. In caso di ritardo imputabile alla banca, il cliente ha diritto a un indennizzo economico automatico.
Attenzione però: la portabilità dei servizi non comporta automaticamente la chiusura del vecchio conto. Se si vuole cessare il rapporto occorre chiederlo espressamente, altrimenti si rischia di continuare a sostenere i costi di entrambi.
Spostare la liquidità in eccesso (conti deposito e titoli di Stato)
Tenere cifre elevate sul conto corrente ordinario comporta due svantaggi: il pagamento dell’imposta di bollo (34,20 euro annui per giacenze medie superiori a 5.000 euro) e la perdita di valore dovuta all’inflazione.
Per evitare questi fenomeni, si può valutare l’apertura di un conto deposito (libero o vincolato) per ottenere una remunerazione garantita sulla liquidità di riserva, cioè i soldi che non vengono utilizzati subito, lasciando sul conto corrente solo queste disponibilità. Si possono anche considerare strumenti a basso rischio come i titoli di Stato a breve termine per la liquidità che non serve nell’immediato. Ricordiamo che fino a 50mila euro questi titoli non rientrano nel calcolo dell’ISEE.
Verificare i requisiti per il “Conto di Base” gratuito
Per i cittadini con ISEE inferiore a 11.600 euro (o pensionati fino a 18.000 euro lordi annui), la legge prevede il diritto ad aprire il Conto di Base, totalmente esente da canone e imposta di bollo, con un numero prefissato di operazioni annuali gratuite.
Cosa fare se la banca aumenta le commissioni
Un altro caso frequente è quello in cui il conto era inizialmente conveniente ma la banca decide successivamente di aumentare canone o commissioni.
Le modifiche unilaterali non possono essere effettuate liberamente senza regole. La facoltà deve essere prevista dal contratto e la banca deve comunicare la modifica al cliente con almeno due mesi di preavviso.
Chi non accetta le nuove condizioni può recedere dal contratto senza spese o penali, purché lo faccia prima che le modifiche entrino in vigore.
Il consiglio, quindi, è di non ignorare le comunicazioni della banca sulle variazioni delle condizioni economiche: possono essere proprio il momento giusto per verificare quanto si sta pagando e decidere se restare o cercare un’offerta più conveniente.
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Paolo Remer
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