Il giallo dell’estate 2026 non ha fatto morti. Il furto ferragostano al MuMe che ha sottratto alla città natale preziose opere di Antonello da Messina è divenuto da subito un fomentatore di algoritmi. Come è noto, due tavole inizialmente asportate sono state ritrovate presso la ringhiera che delimita l’area del museo e ad oggi risultano disperse la Madonna con Bambino, pannello centrale del polittico, l’Angelo Annunciante, la Vergine Annunciata sempre del polittico, e la tavoletta bifronte con il Cristo in Pietà e la Vergine con Bambino benedicente.
Cercare di capire le ragioni di un furto
Le ipotesi investigative più disparate si sono fatte spazio tra le pagine dei giornali e le bacheche di improvvisati ispettori in infradito. Per gli abitanti di un Paese in perenne crisi economica e con stipendi medi nettamente inferiori alla media europea, il movente più logico è parso quello economico. Il furto sarebbe stato messo a segno da una banda di professionisti per rivendere le opere sul mercato nero. Ma da subito gli addetti ai lavori hanno segnalato quanto sia difficile monetizzare opere tanto prestigiose, anche a distanza di decine di anni. La storia dei furti d’arte più clamorosi può essere molto istruttiva perché ribalta quella prospettiva a cannocchiale che ci fa guardare ai furti d’arte con gli occhi del mito e non della storia.

Il famosissimo furto della Gioconda al Louvre
Vincenzo Peruggia dormì serenamente per due anni con la Gioconda nella sua piccola stanza parigina mentre la polizia di Francia cercava improbabili bande di ladri in Belgio e i giornali pontificavano di un colpo inferto dai tedeschi. A nessuno venne in mente che il ladro era un operaio uscito dalla porta di servizio un lunedì d’agosto del 1911. Di questa storia ho parlato per Artribune nel podcast Storie dell’Arte, dedicato al furto della Monna Lisa.

Un Goya sparito prima di entrare alla National Gallery di Londra
Kempton Bunton era un ex autista di autobus con il pallino per la scrittura. Un idealista romantico e un po’ strambo che, nell’agosto del 1961, rubò il Ritratto del duca di Welligton di Francisco Goya a pochi giorni dal suo esordio alla National Gallery di Londra. Il dipinto rimase per quattro anni nascosto nel suo appartamento mentre l’Inghilterra oltraggiata per il furto (il quadro era costato parecchie sterline) si disperava per l’attentato al duca di Wellington, l’arcinemico di Napoleone divenuto una figura leggendaria per la storia inglese. Il dipinto era stato rubato – probabilmente dal figlio di Bunton, John, più che da lui stesso – allo scopo di ottenere l’esenzione del canone della BBC a tutti i pensionati inglesi. Bunton aveva mandato numerose lettere alla polizia proponendo la restituzione del dipinto, ma Scotland Yard aveva pensato a un mitomane. Il celebre ritratto aveva ricevuto pure un cameo nel primo film di James Bond, Dr. No. Dietro il furto non poteva che esserci un genio.

Due tentativi di furto per l’Urlo di Munch
Il 17 luglio del 2024 nella chiesa di Vålerenga ad Oslo si sono celebrati i funerali di Pål Enger. Sul feretro c’era un drappo con l’Urlo di Munch, accanto alla bara un ritratto di un uomo con un ponte alle spalle e un paio di manette e una maschera. Enger è stato un ex calciatore e criminale norvegese. Innamoratosi, coltivò la passione per il crimine e per l’Urlo di Munch che cercò di rubare due volte, riuscendovi il 12 febbraio del 1994, il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Lillehammer. Enger non aveva rubato l’Urlo al solo scopo di rivenderlo, ma perché era innamorato del quadro, voleva impossessarsi della sua magia. Egli stesso dichiarò di avere inventato la fama del dipinto. Dopo il carcere – sei anni e tre mesi –, iniziò a dipingere.

Il recente furto dei gioielli della corona al Louvre
Doudou Cross Bitume è un ex tassista abusivo originario del Mali che vive ad Aubervilliers, un comune a nord di Parigi. Ha fatto il suo esordio sui social nel 2008 guidando un motocross per le vie della cittadina, uno dei comuni più poveri di Francia. Doudou è un uomo dal sorriso simpatico e dall’aria sveglia finito nei pasticci diverse volte per vari reati. Un tipo di criminale di cui il quartiere non aveva paura, ma di cui si vantava la generosità. Nell’ultimo anno è diventato famoso perché, secondo gli inquirenti, era lui, insieme ad un complice, ad aver fatto irruzione con l’aiuto di un’autoscala nella Galerie d’Apollon per rubare i gioielli della corona. A incastrarlo le numerose tracce di DNA e svariati altri indizi lasciati sul luogo del delitto. Doudou sostiene che il furto sia stato commissionato da sconosciuti dall’accento slavo. Dei gioielli non c’è traccia al momento. La scena dell’autoscala e la foto di ignaro passante, Pedro Elias Garzon Delvaux amante della moda del primo Novecento, sono diventati, intanto, leggende del web.
Traslare l’aura dei capolavori rubati sui ladri
Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Dietro i furti d’arte troviamo raramente i sofisticati professionisti immaginati dal cinema: molto più spesso incontriamo operai, pensionati, piccoli criminali ed esecutori reclutati per l’occasione. Eppure, non appena entrano in contatto con un capolavoro, anche le loro figure sembrano assorbirne parte dell’aura. Il pubblico li trasforma in personaggi, attribuendo loro un’intelligenza, un’eleganza e talvolta perfino una grandezza che i fatti non sempre confermano. Nei musei custodiamo gli ultimi oggetti magici universalmente riconosciuti. Oggetti sacri, cioè etimologicamente oggetto di interdizione: non si possono toccare, spostare né trattare alla stregua di oggetti normali. Le opere d’arte sono artefatti che sprigionano mana, forza simbolica in grado di modificare la percezione del reale. Rubarle significa tentare di impossessarsi della loro fama, impadronirsi del loro intrinseco valore antropologico, un capitale assai più forte e inestinguibile di quello economico.
Robin Hood e Arsène Lupin: dalla finzione alla realtà
Ma il furto d’arte svela anche un altro meccanismo culturale che il mito di Robin Hood e Arsène Lupin avevano ampiamente trattato. Il ladro è considerato un riequilibratore sociale. In una società ingiusta, come quella presente ad esempio, il ladro che si arricchisce con un’azione eroica e senza spargimento di sangue sembra in grado di pareggiare i conti con una realtà sociale disfunzionale dove agli stenti della stragrande maggioranza corrispondono le enormi ricchezze di pochi. Tuttavia, l’azione è spesso romantica e velleitaria, e la potenza di questi oggetti può travolgere chi incautamente decide di maneggiarli.
Coincidenze d’agosto
Il Polittico di San Gregorio ha resistito a uno dei più devastanti terremoti della storia europea ed è una delle poche testimonianze di un grandissimo e misterioso artista. Conosco bene il Polittico e la tavoletta con la Pietà perché sono stati i primi dipinti rinascimentali che ho studiato. Messina è la mia città e il MuMe, un museo dalla storia lunga e contrastata (sono serviti oltre vent’anni per il completamento della nuova sede), è stato uno dei luoghi principali del mio avviamento all’arte. Ho trovato molto singolare che durante il mio soggiorno in città per le ferie, mentre mi accingo a completare un libro sui furti d’arte, si sia consumato uno dei più clamorosi furti della storia italiana recente. Spero che questa coincidenza possa concludersi con il ritrovamento delle opere e con la scoperta dei loro, probabilmente ben poco leggendari, autori.
Mosè Previti
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