Affidare l’allestimento di una mostra ad un artista-scenografo (o uno scenografo-artista, fate voi) è una scelta coraggiosa, difficile; c’è il pericolo innanzitutto di dare maggior peso alla cornice rispetto alle opere, ma i rischi in realtà sono tanti e diversi. Intervenendo su ambienti neutri, o neutralizzabili, si possono avere risultati eccellenti: la bellissima mostra Il meraviglioso mondo della natura curata da Giovanni Agosti a Palazzo Reale a Milano (2019), aveva un punto di forza nell’evocativo, immaginifico allestimento ideato da Margherita Palli nella bombardata Sala delle Cariatidi. Sempre la Palli, in collaborazione con Luca Ronconi, curò la messa in scena della mostra di Sebastiano del Piombo a Palazzo Venezia a Roma (2008), in cui protagonista era la luce. Memorabile fu la museografia del registra teatrale Pier Luigi Pizzi per Seicento. Le siècle de Caravage al Grand Palais di Parigi (1988/89), con la ricreazione di una grande navata barocca. Se si lavora su spazi completamente diversi, iper-connotati, tutto diventa più difficile, perché lì ci si deve muovere con accortezza, con rispetto e sensibilità, in punta di piedi o con un’intelligenza artistica, e una felicità d’ispirazione, che pochissimi hanno o riescono ad attivare in qualunque contesto o in qualunque occasione.

Metamorfosi. Ovidio e le arti, installation view, Galleria Borghese, Roma. Ph: A. Novelli

La storia della Galleria Borghese di Roma

Una visita a Metamorfosi. Ovidio e le arti, aperta fino al 20 settembre alla Galleria Borghese, a cura di Francesca Cappelletti, direttrice del museo, e di Fritz Scholten, direttore del Dipartimento di Scultura al Rijksmuseum di Amsterdam, da dove arriva la mostra, è in questo senso illuminante; ovverosia deprimente. È stato detto, ridetto, ripetuto, ma bisogna ridirlo, ripeterlo; che noia! La Galleria Borghese è uno dei musei più belli del mondo, non solo e non tanto perché ospita una collezione pazzesca – in fondo tanti altri, ovviamente, sono ben superiori per vastità delle raccolte e anche per numero di vette assolute: non è che la Borghese può stare sullo stesso piano di Louvre, Prado, Vaticani, Uffizi, Kunsthistorisches etc. etc. – ma perché nella seconda metà del Settecento venne allestita proprio come un museo, uno dei primi appunto, con un’operazione che integrava magistralmente architettura, scultura, pittura e arti decorative, tutto e tutte al servizio delle opere d’arte che già lì si conservavano da oltre un secolo, raccolte in larga misura da Scipione Borghese. Di complessi simili ce ne sono pochi al mondo, e vanno semplicemente tutelati, valorizzati e ammirati; non “attivati”, o peggio violati.

Pensare e allestire mostre in musei come la Galleria Borghese

Questo non deve peraltro diventare un diktat assoluto: mostre mirate, secondo me, si possono fare anche alla Borghese, sebbene tanti miei colleghi autorevoli ritengano che le eccezioni non dovrebbero quasi esserci, e magari hanno ragione. Meraviglia senza tempo, dedicatanel 2022 alla pittura su pietra, curata sempre da Cappelletti e da Patrizia Cavazzini, specialista di quel tema, poteva forse essere giudicata in qualche caso un po’ “invasiva”, come nel salone d’ingresso, ma certo non nuoceva davvero a quella che poteva rimanere una visita tradizionale alla Galleria; e non solo era stupenda e scientificamente utilissima, ma aveva anche un rapporto così stretto con le raccolte e i materiali del museo (i suoi marmi, innanzitutto), e con il mecenatismo di Scipione, che proprio non c’era un posto più adatto per ospitarla. Assolutamente benvenuta era stata anche la mostra su Caravaggio, il Maestro di Hartford e l’origine della natura morta in Italia, tenutasi nel 2016, quando la direttrice era Anna Coliva, che portò avanti una politica di grandi esposizioni, segnata da successi clamorosi, ma forse anche da qualche scivolone sul contemporaneo.

La ricerca del confronto tra collezioni storiche e arte contemporanea

Perché poi c’è quest’altro tema, il famoso “dialogo” con il presente, più o meno recente. Ammesso e non concesso che queste chiacchierate tra le opere abbiano sempre davvero luogo, perché spesso sono in realtà dialoghi tra sordi, non si capisce bene perché sia quasi sempre l’arte moderna a cercare un confronto con quella contemporanea: non è che al MOMA o al Pompidou, o ancora alla Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea di Roma, si organizzino regolarmente mostre incentrate sul rapporto presente-passato. È diventato così difficile comunicare ai ‘pubblici’ che l’arte dei secoli scorsi ha un valore di per sé, e che per comprenderlo deve, prima di tutto, essere contestualizzata nel suo tempo? Di nuovo, non vuole essere un diktat: ben venga una bella mostra Bacon-Velázquez (che infatti è stata fatta, allargando lo sguardo anche ad altro, e per una volta in un museo d’arte contemporanea, il Guggenheim di Bilbao, nel 2016/17), ma quella Bacon-Caravaggio della Borghese (2009/10), pure visivamente molto bella, era scientificamente meno fondata; e quindi meno necessaria.

I problemi della mostra romana sulle “Metamorfosi”

Nella prefazione al catalogo si ricorda come il progetto espositivo Metamorfosi sia nato nel febbraio 2023, da un’intesa tra la Borghese e il Rijks. Non che l’idea fosse straordinariamente originale, visto che alle Scuderie del Quirinale una bella mostra sul medesimo tema si è tenuta nel 2018/19, ovvero l’altro ieri; lì però ci si era spinti, con maggior giudizio, solo fino al Settecento. Naturalmente la mostra che si è vista ad Amsterdam era diversa da quella ora alla Borghese, perché lì i pezzi erano molti di più, e va bene così, in considerazione della diversa natura degli spazi. Ma non sarebbe stato allora meglio, qui a Roma, concentrarsi solo sul passato, ovvero prima di tutto sul Rinascimento e il Barocco, invece di affollare il salone d’ingresso con opere come la Terra di Rodin o il Prometeo di Brâncuşi? È suggestivo iniziare con il tema del Caos, e degli Elementi, e presentare quindi la bellissima tela di Finson che proviene da Houston, di fronte alla scultura in legno di bosso, con lo stesso soggetto, di Beelthouwer, ma non è che si dovesse per forza ripensare tutto quello spazio magnifico con tanti altri pezzi; anche perché io il ‘dialogo’ con le invenzioni otto-novecentesche non l’ho né visto né sentito.

L’allestimento (invadente) alla Galleria Borghese

C’è poi un’opera proprio contemporanea, di Anicka Yi, che immaginavo site specific, ma invece no, proviene della collezione Pinault (2023). Tutto è tenuto assieme, si fa per dire, dall’allestimento curato dall’artista e scenografo francese Hubert Le Gall, che si è mosso, in quegli ambienti di cui sopra, come un elefante in una cristalleria, scaraventando blocchi di roccia di plastica, e inventandosi una grotta sgangherata. Certo si può dire che queste sono valutazioni che dipendono unicamente dal gusto personale. Ma io scommetterei una bella sommetta che tra trenta/quarant’anni non ricorderemo quest’operazione come quelle citate in apertura, che sono nella memoria collettiva degli addetti ai lavori.

Punti a favore e punti contro la mostra alla Galleria Borghese

Una mostra sulle Metamorfosi alla Borghese certo non è fuori luogo, per la presenza prima di tutto dell’Apollo e Dafne di Bernini e della Danae di Correggio. Quest’ultimo capolavoro apparteneva a uno dei cicli più celebri mai ispirati dal poema di Ovidio, ovvero gli Amori di Giove donati da Federico II Gonzaga a Carlo V d’Asburgo, ma se al Rijks la tela della Borghese è stata riunita alle due, forse ancora più belle, di Vienna, queste ultime non sono state prestate a Roma: a quel punto la vera possibile ragion d’essere della seconda tappa della mostra era già venuta meno. Ora la Danae è stata isolata contro un enorme pannello, per evidenziarne l’appartenenza alla mostra, pannello sopra al quale, in spregio a tutte le regole di simmetria, bilanciamento dei formati, ed eleganza di presentazione, che erano il primo vanto delle quadrerie barocche romane, corre disordinatamente una serie di dipinti di varie dimensioni. Anche nella sala della pittura veneta l’accostamento che si vede adesso tra il ritratto di Antonello e quello di Lotto assai più grande, è davvero infelice (in genere lì c’era una tavola, sempre di Lotto, con Madonna e santi, ora in prestito a Brera).

Per far spazio alla mostra, si sacrifica la collezione Borghese

Dovendo far posto alle opere della mostra, tante altre della Galleria ora non sono visibili, a partire dai due Barocci (la Fuga da Troia è uno dei capolavori identitari del museo), passando dal San Domenico di Tiziano, e arrivando al Ritratto di Marcello Sacchetti di Pietro da Cortona, che dovrebbe dialogare (quello sì), con il Giulio Sacchetti all’altro capo della loggia al primo piano. In quest’ultima il pannello su cui sono stati montati due grandi arazzi copre, come niente fosse, le gemme rimaste appese negli spazi tra le finestre, a partire dalle squisite lavagne di Turchi (una, quasi ironicamente, è pure riprodotta in un saggio del catalogo). Accanto all’Apollo e Dafne di Bernini ora è esposta una preziosa, piccola tavoletta della National Gallery di Londra, montata su un pannello che vuole riecheggiare le fronde di Dafne in trasformazione dipinte da Piero del Pollaiuolo, ma che riesce solo a umiliare quel capolavoro. Per far posto al quale mi sembra sia stata sloggiata la Melissa di Dosso che, dimensionalmente, rivolgendosi a Bernini un po’ si faceva capire, mentre il Pollaiuolo proprio non riesce a farsi sentire.

Metamorfosi. Ovidio e le arti, installation view, Galleria Borghese, Roma. Ph: A. Novelli
Metamorfosi. Ovidio e le arti, installation view, Galleria Borghese, Roma. Ph: A. Novelli

La mostra sulle “Metamorfosi” tra cose da apprezzare e cose da rivedere

C’è qualcosa da salvare? Come sempre, fortunatamente, sì. Pur se con delle controfigure, Michelangelo e Leonardo dialogano con le loro Lede, e l’accostamento, arricchito dal confronto con l’Antico, è bello e importante. Sempre nella sala della pittura veneta, l’arazzo col Narciso di Boston è favoloso, e nonostante gli oltre cento anni che lo dividono dal Barocco, dialoga (aridaje) con il Poussin del Louvre. Lì sarebbe stato benissimo pure il Narciso di Caravaggio (ovvero di Spadarino) della Barberini, ma quella tela, sempre in viaggio, avrà perso qualche coincidenza: era ad Amsterdam, tra poco andrà a Potenza, ma alla Borghese non è riuscita a fermarsi. Nell’effimera grotta, con tanto di fuoco sullo sfondo, Le Gall ha sistemato un Ercole e Cerbero romano dei Musei Vaticani, ispirato a un racconto ovidiano, così come l’Orfeo ed Euridice di Rubens nella stessa sala, quella che ha al centro il Plutone e Proserpina di Bernini; sempre lì il Plutone di Agostino Carracci da Modena. Qui non sono tanto le Metamorfosi il vero trait d’union, anche perché niente si trasforma, ma solo il (banale) ricorrere di Cerbero, allusione – chissà – all’anticiclone che nei giorni dell’apertura della mostra non faceva respirare i romani. In definitiva… tutto sommato… anche no.

Stefano Pierguidi

Roma // fino al 20 settembre 2026
Metamorfosi. Ovidio e le arti
GALLERIA BORGHESE – Piazzale Scipione Borghese, 5
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